Immagine di copertina: un cartaceo dell’Economist. Fonte: Wikimedia Commons
Le città di Londra, Chicago e New York si sono riempite di un monito: “coltiva l’intelligenza autentica”.
È la nuova campagna mediatica dell’Economist, il celebre settimanale britannico che da quasi duecento anni è un punto di riferimento per economia e politica.
Ed è anche un’icona di estetica: la tonalità rossa del giornale, e il layout minimalista, ne hanno fatto un brand immediatamente riconoscibile.
Adesso, in stile pienamente statunitense, ma anche con una strategia piuttosto classica, il giornale ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sull’IA.
Dagli Stati Uniti al Regno Unito, sono comparsi dei cartelloni rossi, i famosi “billboard”, con delle frasi che non lasciano indifferenti.
L’IA e i giornali, ancora tutto da capire
Per quanto la crisi della carta stampata sia cominciata ben prima dell’impiego diffuso degli strumenti di intelligenza artificiale, i giornali hanno trascorso gli ultimi anni a interrogarsi su come innovare il modello di business, anche e soprattutto alla luce dei grandi stravolgimenti tecnologici.
I cambiamenti nelle strategie delle testate sono stati notevoli.
Inizialmente, c’è stata un’ostilità più o meno diffusa. Il New York Times è stato il primo ad avviare un’azione legale contro l’azienda di Sam Altman, mentre altri importanti editori, come il Financial Times, l’Associated Press e Axel Springer, hanno invece preferito stringere accordi con OpenAI.
Intanto, altri otto importanti giornali americani controllati dal fondo Alden Global Capital avevano intentato una causa contro OpenAI e Microsoft per violazione del copyright. Un anno dopo, però, lo stesso New York Times – promotore di questa crociata – ha deciso di cambiare strategia.
Il quotidiano statunitense, infatti, non ha seguito la via degli altri degli editori, tra cui Washington Post, Guardian, Axios, Le Monde, Wall Street Journal, Politico e i quotidiani del gruppo italiano Gedi. Certamente, ha lavorato per integrare l’IA a livello interno – per esempio per sostenere i giornalisti nelle inchieste – ma ha anche optato per la via della collaborazione, versando 20 milioni di dollari ad Amazon per l’utilizzo dei propri contenuti editoriali da parte dell’assistente vocale Alexa.
Ma le perplessità sul rapporto con l’IA non sono diminuite.
Il rapporto con Google, ad esempio, è ancora teso: da alleato dei giornali a potenziale rivale, dopo aver rappresentato il mezzo più diffuso per portare visitatori sui siti di informazione, ha introdotto la funzione AI Mode, che ha ridotto i click sui contenuti delle testate.
Il giornalismo canadese ha lamentato la mancanza delle proprie fonti nei riassunti forniti dall’IA, e persino i tabloid hanno cominciato a sentirsi stretti nella morsa della nuova tecnologia.
Eppure, potrebbe essere ancora troppo presto per un bilancio esaustivo sul rapporto tra traffico dei giornali e sintesi fornite dall’IA, anche perché sembra in crescita la propensione degli utenti ad informarsi attraverso le piattaforme e con maggiore completezza e approfondimento.
Nell’ultimo anno, si è aperta la strada della sperimentazione: lo ha fatto il Foglio, con il direttore Claudio Cerasa che a Mediatrends ha detto di aver imparato con FoglioAI non solo ciò che l’IA può fare nelle redazioni, ma soprattutto quello che non è in grado di fare, non potendo disporre di un’intelligenza autentica, appunto.
Più in generale, a parte casi isolati come WeNews (un giornale senza giornalisti), la tendenza è quella da parte dei giornali di aggirare il problema dell’IA.
Avendo constatato quali sono le nuove tendenze dei pubblici globali, la frontiera è quella di rendere più appetibili e interattivi i contenuti, trovando accordi con i content creator: è il caso di Deutsche Welle in Germania, delle recenti assunzioni del Guardian, e di tutta la tendenza dell’ “infocreation”.
L’intelligenza autentica
Ci sono state altre campagne iconiche avviate da altri giornali.
Ha fatto scalpore quella del gruppo Alden contro le richieste di OpenAI e Google, e in seguito quella denominata Support Responsible AI, promossa anche dal New York Times.
Anche chi ha cercato la via dell’accordo economico, come il Guardian, ha supportato la campagna, che con toni molto accesi, ha parlato apertamente di “furto“.
Ma adesso la campagna dell’Economist va ben oltre lo scontro frontale con l’IA per i giornali: è un avvertimento più grande del business di settore.
Creata con l’agenzia Cocogun, la campagna riporta i colori memorabili del bianco e del rosso, senza grafiche: pure scritte ben scelte.
L’obiettivo è infatti mettere in guardia da un generale sovraccarico cognitivo, non solo delle informazioni ma di tutti i contenuti, ancora più facilmente generati con l’IA (sembra passato un secolo, ma “brainrot” è stata una parola chiave viralissima fino a pochi mesi fa).
Ma anche in questo caso, è una questione di ondate. Con le generose possibilità generative offerte dall’IA, siamo stati tentati di eccedere con grafiche complicate, colori, design immaginifici. Ora, in evidente affanno, stiamo tornando ai caroselli più asciutti, alle frasi leggibili e alle grafiche più piane – come mostrato anche dalla tipica “palette Netflix” de Il Diavolo Veste Prada 2.
A parte la scelta estetica, sono le frasi che l’Economist ha scelto a catturare l’attenzione di chi guarda.
Il giornale può contare su penne raffinate e competenti, che coprono l’IA sotto ogni punto di vista: come leva geopolitica e risorsa energetica, dal punto di vista strettamente economico, ma anche preoccupandosi delle conseguenze di questa rivoluzione.
La nuova campagna fa qualcosa in più: si occupa degli individui, non dei grandi attori globali. Parla a e di tutti noi, chiedendoci di essere saggi, di pensare fuori dagli schemi imposti dai bot, di organizzare il caos e di farci un’opinione che conti davvero.
L’Economist ci chiede di coltivare la nostra “intelligenza autentica”, mentre ci preoccupiamo di dove sta andando quella artificiale.




