La fiducia non è scomparsa, è diventata più selettiva, con Mitali Mukherjee

Di il 25 Luglio, 2026
"La fiducia non è scomparsa, si è fatta più selettiva", dice la Direttrice del Reuters Institute, facendo un bilancio del primo anno alla direzione del Reuters Institute di Oxford. "È il momento di collaborare: l'informazione trasparente è un diritto, e un desiderio, di tutti"
Immagine di copertina: Il logo del Reuters Institute. Fonte: Wikimedia Commons

Mitali Mukherjee nel corso della sua carriera giornalistica ha attraversato contesti professionali segnati da pressioni e trasformazioni profonde. Business Editor per The Wire e Mint, Markets Editor di CNBC TV18, volto dell’informazione per TV Today e Doordarshan, Fellow dell’Observer Research Foundation, oltre che cofondatrice di due iniziative dedicate alla società civile e all’educazione finanziaria: il suo percorso restituisce l’immagine di una professionista che ha abitato molte delle principali evoluzioni del giornalismo contemporaneo.

Da poco più di un anno, è diventata direttrice del prestigioso Reuters Institute di Oxford, forse il più autorevole istituto di ricerca sul giornalismo. Con Mediatrends, fa un bilancio dei primi mesi, in un periodo estremamente complesso e articolato, per l’informazione.

Una sfida che non mi aspettavo

“È stata un’esperienza intensa, nel senso più pregnante del termine. Pochi mesi dopo il mio arrivo l’istituto si è trovato ad affrontare cambiamenti significativi e, quasi senza soluzione di continuità, è arrivato uno dei momenti più delicati per il finanziamento del giornalismo indipendente: il progressivo ritiro del sostegno da parte di grandi finanziatori internazionali, tra cui gli Stati Uniti. A mio avviso è stato un passaggio che ha segnato non soltanto il settore dell’informazione, ma anche gli equilibri geopolitici entro cui esso opera.

C’è poi un secondo fenomeno, che in qualche misura discende dal primo. Il modo in cui il giornalismo sta cambiando produce un senso crescente di inquietudine nelle persone che si informano. In molti casi assistiamo a una diminuzione dell’interesse per le notizie non perché venga meno la curiosità, ma perché prendere le distanze dall’attualità diventa una forma di autodifesa, un tentativo di preservare uno spazio di quiete”.

I cambiamenti sono tanti: c’è la sfida posta dall’intelligenza artificiale che rende possibile generare immagini e testi in pochi secondi, mentre i creator stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella circolazione delle notizie e nella costruzione delle conversazioni pubbliche. Ricercatori e giornalisti forse faticano a stare al passo.

“Per noi, al Reuters Institute, la risposta consiste nel rimettere continuamente in discussione il nostro stesso lavoro. Ci sono due domande che tornano con costanza. La prima riguarda il valore: quale contributo possiamo offrire oggi a un’industria che sta cambiando così profondamente? La seconda riguarda il punto di osservazione: come continuare a leggere il giornalismo a partire dalle persone che lo attraversano?

Questo significa non limitarsi a produrre ricerca, ma interrogarsi costantemente su come il pubblico percepisca i grandi temi che investono l’informazione contemporanea. Che cosa pensa delle trasformazioni del giornalismo climatico? Qual è il suo rapporto con l’intelligenza artificiale nelle redazioni? Sono interrogativi che non rappresentano semplicemente oggetti di studio: costituiscono il modo in cui proviamo a orientarci dentro un panorama in continua evoluzione”.

L’informazione come curiosità e privilegio

Guidare un istituto di ricerca globale significa confrontarsi ogni giorno con temi che assumono significati molto diversi a seconda dei contesti culturali, politici e geografici. Il giornalismo è un fatto internazionale, lei si è formata in India, l’Istituto è basato a Oxford. Modulare queste scale di intervento può essere più complesso di quanto si pensi.

“C’è anzitutto una dimensione che riguarda l’identità stessa dell’Istituto. Credo che la nostra specificità risieda nell’aver sempre concepito la ricerca come un’attività profondamente intrecciata con la pratica giornalistica. Non siamo un centro accademico chiuso su sé stesso, né un luogo in cui il sapere si produce in isolamento.

Questo significa scegliere con attenzione le domande da porre, invece di inseguire ogni fenomeno. Ho il privilegio di lavorare accanto ad accademici straordinari, non mi considero una di loro, e credo che il valore dell’Istituto risieda proprio in questo scambio costante di prospettive.

Il mio sguardo, naturalmente, è anche quello di una giornalista. Ho trascorso tutta la mia vita professionale in una realtà, quella indiana, che oggi presenta dinamiche sempre più riconoscibili anche altrove: la crescente concentrazione della proprietà dei media, la pressione esercitata dalla raccolta pubblicitaria, la necessità di ripensare continuamente le condizioni dell’indipendenza editoriale. Quando questi elementi cambiano, cambia inevitabilmente anche il modo in cui si pratica il giornalismo.

L’India, inoltre, è un Paese giovane, caratterizzato da una popolazione che vive i social media come infrastruttura quotidiana della vita pubblica. È una trasformazione che osserviamo ormai anche in molte altre aree del mondo, dall’America Latina a numerosi Paesi africani. In questo senso, ciò che accade in India anticipa spesso tendenze destinate a emergere altrove”.

Qual è il tratto comune tra ricerca e giornalismo?

“La curiosità. Entrambi nascono dal desiderio di comprendere perché un fenomeno si manifesti e quali dinamiche lo rendano possibile.

C’è poi un elemento personale che considero importante. Mi riconosco come donna di colore e questa esperienza mi ha resa particolarmente consapevole del fatto che l’accesso all’informazione non si distribuisce in maniera uniforme. Per lungo tempo l’ecosistema dell’informazione è stato costruito quasi esclusivamente da uomini, prevalentemente bianchi e appartenenti alle generazioni più anziane. È un dato che merita di essere interrogato.

L’informazione rappresenta una forma di potere. Ma è anche una misura del privilegio: dice molto su chi può accedere alla conoscenza e su chi, invece, ne rimane escluso. Una parte essenziale del nostro lavoro consiste proprio nel comprendere come queste asimmetrie si producano e quali conseguenze abbiano sul funzionamento delle democrazie”.

Il giornalismo deve far capire le cose

Quando lavoravo nell’università provavo una crescente frustrazione. Avevo la sensazione che una parte enorme della conoscenza prodotta rimanesse confinata entro cerchie molto ristrette, incapace di raggiungere la società nel suo complesso. Era proprio questo che desideravo superare.

Credo che il punto d’incontro più fecondo consista nella capacità di tradurre il sapere specialistico in qualcosa che possa essere realmente condiviso, qualcosa a cui anche Mitali Mukherjee fa attenzione.

“È lì che ricerca e giornalismo si incontrano: nella costruzione di un linguaggio capace di rendere accessibile la complessità senza impoverirla. Naturalmente il giornalismo è ormai un’industria profondamente globale. Le innovazioni tecnologiche, le piattaforme digitali, i modelli economici attraversano i confini nazionali con una rapidità impensabile fino a pochi anni fa. Eppure questo non significa che tutto si assomigli. Ogni ecosistema mediatico continua a riflettere le caratteristiche della società in cui opera”.

Tecnologia e cultura evolvono insieme, ma non necessariamente alla stessa velocità: le abitudini informative, la fiducia nelle istituzioni, il ruolo attribuito ai diversi mezzi di comunicazione continuano a essere profondamente influenzati dal contesto.

L’Italia ne rappresenta un esempio interessante. È una società che invecchia e nella quale la televisione conserva ancora un’autorevolezza molto elevata come fonte di informazione. In altri Paesi questa centralità si è ormai ridimensionata, ma come sottolinea Mitali Mukherjee, le traiettorie sono plurali.

“In molti Paesi la televisione continua a rappresentare un punto di riferimento fondamentale per l’accesso all’informazione. Al contrario, la stampa attraversa una fase di contrazione ormai strutturale nella maggior parte dei mercati americani e asiatici. Il Giappone costituisce un’eccezione significativa, dove le tirature resistono ancora, ma proprio per questo rimane un caso isolato, più che il segnale di una tendenza generale.

Quando analizziamo il consumo di notizie, ci sono due variabili che considero decisive: gli strumenti attraverso cui le persone accedono all’informazione e le abitudini che ne orientano i comportamenti. “Hardware” e “habit”, per usare le categorie con cui lavoriamo al Reuters Institute, continuano a rappresentare le due chiavi di lettura più efficaci”.

Una generazione social first

Nel vostro più recente rapporto dedicato ai giovani pubblici siete arrivati a una conclusione che, a mio avviso, invita a rivedere molte categorie interpretative ormai consolidate: avete definito le nuove generazioni come social first, e non più soltanto social first.

“Per molti giovani la maggior parte delle interazioni quotidiane avviene all’interno delle piattaforme social. È lì che trascorrono il proprio tempo, costruiscono relazioni, scoprono contenuti. Anche l’incontro con le notizie nasce prevalentemente in quello spazio, ma avviene quasi sempre in modo incidentale: non è il risultato di una ricerca deliberata, quanto piuttosto l’effetto dell’ambiente digitale che abitano”.

La questione delle abitudini informative è quindi centrale: ma è anche una questione valoriale?

“Anche i più giovani desiderano un’informazione credibile, trasparente e capace di incidere concretamente sulla loro vita, esattamente come accade per le generazioni precedenti. Le differenze riguardano piuttosto l’intensità di queste aspettative e, in alcuni casi, il modo in cui viene interpretato il principio di imparzialità.

Su temi come il cambiamento climatico, ad esempio, molti giovani ritengono che il quadro delle evidenze scientifiche sia ormai sufficientemente consolidato. Di conseguenza, si aspettano che il giornalismo ne prenda atto, anziché continuare a rappresentare tutte le posizioni come se avessero lo stesso peso sul piano della conoscenza”.

In altre parole, non cambia tanto l’idea di ciò che il giornalismo dovrebbe essere, quanto il percorso attraverso cui si arriva alle notizie e il tipo di relazione che si instaura con esse.

“Per i giovani l’informazione non occupa necessariamente uno spazio dedicato della giornata. Non esiste più il momento in cui ci si siede davanti a un telegiornale o si apre consapevolmente un quotidiano. Questo, però, non significa che siano meno informati. Sanno perfettamente cosa accade nel mondo. Semplicemente vi arrivano seguendo traiettorie differenti”.

Come decidere a chi dare fiducia

Processi di identificazione, dinamiche parasociali, coinvolgimento affettivo: sono tutti elementi che oggi incidono profondamente sulla circolazione delle notizie. Forse dovremmo partire da una constatazione: i confini tradizionali del giornalismo stanno diventando sempre più permeabili. E proprio accettando questa trasformazione possiamo comprendere perché fiducia ed empatia abbiano assunto un ruolo così decisivo nell’orientare il modo in cui le persone attraversano il panorama mediatico contemporaneo.

“Certamente osserviamo una progressiva erosione della fiducia nei confronti delle istituzioni. È un fenomeno che precede l’attuale crisi dell’informazione e che affonda le proprie radici in tensioni geopolitiche di lungo periodo. Detto questo, c’è un dato che continua a emergere con una certa costanza dalle nostre ricerche. Quando chiediamo alle persone dove si rivolgano per verificare un’informazione, esiste ancora una gerarchia piuttosto riconoscibile.

Il primo riferimento rimane l’organizzazione giornalistica di cui si fidano maggiormente , che si tratti di una testata televisiva o di un quotidiano, seguita dalle persone riconosciute come autentiche esperte di uno specifico tema.

Questo significa che la fiducia non è scomparsa. Si è fatta più selettiva”.

Eppure le organizzazioni giornalistiche si trovano oggi al centro di una vera e propria tempesta perfetta, della quale la crisi della fiducia rappresenta soltanto uno degli elementi.

“I modelli economici sono messi sotto pressione dall’espansione di regimi autoritari in diverse aree del mondo; la crisi del costo della vita e l’inflazione riducono la disponibilità delle persone a pagare per l’informazione; contemporaneamente, l’ecosistema mediatico si è frammentato come non era mai accaduto prima, moltiplicando gli attori che competono per l’attenzione del pubblico, dal citizen journalism alla creator economy.

La domanda che dovremmo porci è forse un’altra: in quale momento abbiamo iniziato a perdere il rapporto con le persone per cui il giornalismo esiste? Non credo esistano soluzioni semplici.

Costruire alleanze (con le persone)

Claudio Cerasa ci suggeriva che le organizzazioni giornalistiche dovrebbero iniziare a pensarsi anche come brand. È una prospettiva interessante quella di immaginare nuove forme di collaborazione.

“Non credo sia una strada semplice, né priva di tensioni.

Alcune testate stanno già sperimentando collaborazioni con creator e altri protagonisti dell’ecosistema digitale. È inevitabile che emergano differenze di approccio, divergenze culturali, talvolta persino conflitti di valori.

Ma credo sia arrivato il momento di costruire alleanze, piuttosto che continuare ad affrontare questa trasformazione in solitudine”.

Tra le attività principali dell’Istituto c’è il Fellowship Programme, che supporta nell’acquisizione delle competenze oggi indispensabili per chi desidera intraprendere il mestiere del giornalista.

“Quest’anno il Reuters Institute celebra vent’anni di attività, ma il Fellowship Programme affonda le proprie radici molto più lontano nel tempo. Esiste da oltre quarant’anni e, sotto molti aspetti, rappresenta il nucleo originario da cui l’Istituto stesso è nato. Per questo gli attribuisco un’importanza particolare.

La risorsa più preziosa del giornalismo non sono le tecnologie, né i modelli di business. Sono le persone. Ed è sulle persone che dobbiamo continuare a investire. Sosteniamo progetti che riteniamo significativi per il futuro della professione, ma il valore più grande del Fellowship Programme è forse un altro: costruire una comunità.

Chi arriva a Oxford entra a far parte di una rete internazionale e scopre che fare giornalismo a Hong Kong, in Thailandia o in Burkina Faso significa confrontarsi con sfide che, per molti aspetti, si somigliano sorprendentemente. Per molti fellow questa esperienza segna un vero punto di svolta, sia sul piano professionale sia su quello personale. Cambia il modo in cui guardano al proprio lavoro e il contributo che, una volta rientrati, portano nelle rispettive redazioni.

Nutro nei loro confronti un forte senso di responsabilità, ma anche un profondo orgoglio. Sono loro la nostra finestra sul mondo”.

Il “liquid content”

Direttrice Mitali Mukherjee, nell’ ultimo rapporto dedicato ai trend del settore, compare il concetto di liquid content. Ci aiuti a capirlo meglio.

“La domanda alla base del liquid content è molto semplice: quante forme può assumere una singola storia? Il longform rappresenta una di queste. E, curiosamente, negli ultimi anni abbiamo osservato una rinnovata disponibilità alla lettura.

Leggere restituisce alle persone il controllo del tempo, permette di scegliere il proprio ritmo, e un apparato visivo ben progettato rende quell’esperienza ancora più accessibile.

Ma quella stessa storia può essere scomposta e ricomposta in molti altri linguaggi: brevi capsule audio, video, contenuti social, visualizzazioni, newsletter.

Per le organizzazioni giornalistiche, soprattutto quelle più piccole e flessibili, la vera sfida consiste nel chiedersi come rendere i contenuti adattabili ai diversi contesti di fruizione senza sacrificarne la qualità.

Il liquid content è, prima di tutto, uno spazio di sperimentazione. Ed è anche un modo per rendere il giornalismo più accessibile.

Oggi vediamo esperienze straordinarie in questa direzione, dalla Scandinavia all’India, fino al Sudafrica. Sono laboratori che mostrano come l’innovazione non coincida necessariamente con la tecnologia più avanzata, ma con la capacità di ripensare il modo in cui una storia incontra il proprio pubblico”.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.