Mentre il mondo parlava solo del trailer di GTA 6 trasmesso su Netflix, una semisconosciuta formazione sovranista, il Partito Pro Italia, qualche giorno fa pubblicava con lodevole tempismo un Grand Theft Auto “de noantri”, Gualtieri Tagli Alberi (notare l’acronimo) con uno scopo ben preciso: accusare la giunta capitolina di fare scempio delle piazze romane.
Jason Duval, Lucia Caminos e… Roberto Gualtieri?
Accanto ai galeotti videoludici Jason e Lucia, finiti persino sulla copertina del magazine di costume Dazed, è spuntato così a sorpresa pure il pixelloso e pacioso Roberto Gualtieri.
Il giocatore può calarsi nei suoi panni, con tanto di fascia tricolore da sindaco, mentre, armato di motosega, corre da una parte all’altra delle assolate piazze romane per distruggere il verde pubblico.
Di tanto in tanto il primo cittadino può deviare per inforcare la bici e soprattutto fare incetta di fondi europei del PNRR. L’obiettivo propagandistico del videogioco non è affatto camuffato dalla simpatica veste grafica e fin dal titolo Gualtieri Taglia Alberi veicola una denuncia – se sia vera o meno poco importa, in questa sede – ben precisa.
Tutto ciò ci ricorda che, al pari dei social, anche i videogiochi possono essere una arena politica virtuale. Non così inedita.

Le avventure videoludiche di Di Maio
Non è del resto la prima volta che si creano videogiochi per veicolare messaggi propagandistici o satirici.
Nel 2019 su Google Play, vetrina dei dispositivi Android, debuttò Gigi il guerriero, improbabile picchiaduro in cui un nerboruto Luigi Di Maio doveva “saccagnare” avversari ma pure alleati politici, da Matteo Salvini a Giuseppe Conte, incluso persino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Del resto non si dive dimenticare che nel ’18 l’esponente pentastellato arrivò a ventilare l’impeachment per il capo dello Stato, a riprova che spesso la realtà supera anche i videogiochi.
La “bestia” di Salvini è un Pokémon
Non ha creato un vero e proprio videogioco ma si è calato per qualche frame all’interno di una delle saghe più note e seguite, Pokémon, il vicepremier nonché segretario federale della Lega Matteo Salvini quando, lo scorso febbraio, è apparso nelle vesti di un allenatore di mostriciattoli (dopo averne subito l’invasione sui propri profili social nel 2016 al grido #dratinisusalvini) per combattere contro l’avversaria politica Ilaria Salis.
Un ultimo – riuscito e divertente – rigurgito della “bestia” della propaganda online leghista? Non proprio, semplicemente una scopiazzatura della gestione social di Donald Trump che proprio nel medesimo periodo pescava a mani basse dall’immaginario Nintendo facendo imbufalire la software house nipponica.
A proposito di Trump, ovviamente più di recente si è aggiornato sfruttando grafiche e musiche che rimandassero a GTA.

Obama ha fatto le cose in grande
Restando negli USA, il vero pioniere della propaganda videoludica è stato senz’altro Barack Obama.
Nel 2008 infatti il comitato elettorale democratico acquistò spazi virtuali in nove videogiochi (Burnout Paradise, NASCAR 09, NHL 09, NBA Live 08, Need For Speed: Carbon, Need For Speed: ProStreet, NFL Tour e Skate) che sarebbero arrivati sugli scaffali in tempo per le presidenziali.
Si trattava di titoli di un’unica software house, ovviamente statunitense, Electronic Arts, che ha nuovamente incrociato i cammini presidenziali in tempi recenti: lo scorso 5 agosto è stata infatti acquisita da un consorzio guidato dall’Arabia Saudita in un’operazione del valore di 55 miliardi di dollari, finanziata anche dalla società di private equity Silver Lake e da Affinity Partners, guidata dal genero del presidente Donald Trump, Jared Kushner.
L’isola virtuale di Joe Biden
Tornando a Obama, la sua incursione in terra videoludica all’epoca fece discutere parecchio sia per l’opportunità di rinvenire spot in opere che i giocatori pagavano comunque a prezzo pieno sia perché, in questo modo, si esponevano i più piccoli alla propaganda politica.
Non ci fu il medesimo clamore, invece, quando 12 anni dopo un altro candidato democratico, ovvero Joe Biden, sbarcò in Animal Crossing, popolare saga Nintendo, invitando i gamer ad andare a visitare la sua isola, ovviamente tappezzata di cartelloni elettorali.
Nel 2012 uscì poi Vote!!! The Game, un picchiaduro 3D stile Tekken e Mortal Kombat in cui era possibile far scontrare tra loro i candidati a suon di colpi bassi normalmente vietati in campagna elettorale.
The Donald sfida il game over
Naturalmente il presidente americano che ha portato a un altro livello la comunicazione della Casa Bianca non poteva farsi sfuggire l’occasione di comparire anche nei videogiochi.
Dei numerosi richiami social – spesso parassitari e mal tollerati da chi detiene i diritti – ai titoli più noti abbiamo già scritto in passato, perciò qua ci limiteremo a citare i videogame apocrifi e ufficiali in cui Trump è apparso, ora per fare proselitismo ora come bersaglio della satira.
Il più vecchio, datato 2002, è Donald Trump’s Real Estate Tycoon, di Activision, ancorato alla precedente vita da palazzinaro dell’esponente repubblicano. Si tratta di un gestionale rimasto sconosciuto ai più se si pensa che sul popolare portale Metacritic ha un voto di 7 basato appena su cinque recensioni.
Decisamente più recente il Trump Simulator del 2025, un’opera satirica in cui il giocatore, calandosi nei panni del presidente degli Stati Uniti, può letteralmente combinare qualunque cosa, dal twittare improperi contro i Woke al bandire il nome di Joe Biden tramite ordini esecutivi. Nulla che in fondo non sia già stato letto sui giornali.
Nel 2026 è uscita un’altra opera irriverente: Operation Epic Furious: Strait To Hell che ha fatto parlare di sé non solo per i contenuti abrasivi ma anche perché alcuni cabinati sono stati installati nei pressi di un memoriale ai caduti a Washington, amplificandone l’eco mediatica.
Senz’altro più graditi al volubile e collerico inquilino della Casa Bianca Make America Great Again: The Trump Presidency e The Political Machine 2024 dove anche nel mondo virtuale il tycoon può fare ciò che gli riesce meglio: comizi e naturalmente guerre in giro per il mondo.

La Casa Bianca diventa una software house
Dato che troppi videogiochi osano burlarsi di Trump, il collerico presidente americano ha voluto riprendere la situazione – e il joystick – in mano aprendo un nuovo sito governativo (arcade.gov) che al momento contiene cinque piccoli videogame madidi di propaganda MAGA, nome peraltro utilizzato come cappello per l’intera raccolta rubacchiando le grafiche del vecchio produttore nipponico SEGA.
Scorrendoli brevemente, abbiamo una versione patriottica del popolarissimo Flappy Bill (sarebbe interessante sapere se l’autore originale dell’opera, che non è nemmeno statunitense bensì vietnamita, Dong Nguyen, ne sia al corrente) in cui bisogna comandare l’aquila calva americana intenta a effettuare consegne postali ai cittadini americani.
Subito dopo, Build the wall, versione riveduta e corretta di Tetris (videogame russo creato da Aleksej Leonidovič Pažitnov) che chiede di usare i blocchetti per costruire muri anti migranti, Rio Run che dà in capo al videogiocatore la missione di acciuffare e rispedire indietro chi attraversa il confine, Supply Line nel quale vanno preparati i menu scolastici scegliendo con cura gli ingredienti “per una America di nuovo sana” e Trump Savings Tycoon che sullo scenario di una Washington D.C. in rapida trasformazione (grazie agli interventi del presidente al Campidoglio e alla Casa Bianca) chiede di afferrare al volo soldi e donazioni.
Un sesto videogioco è già in arrivo.
GTA 6 non osa deridere Trump?
Sembra invece che GTA 6 non conterrà alcun riferimento a The Donald: la serie, nota per essere caustica nei riguardi dell’America contemporanea, ha spesso nascosto qua e là anche numerosi riferimenti a Trump che i giocatori si sono divertiti a rintracciare, ma a questo giro gli autori hanno messo le mani avanti dicendo di aver preferito soprassedere per via dei dieci anni di sviluppo richiesti dal gioco che avrebbe solo rischiato di presentare dettagli già vecchi.
Dato però il rapporto d’amore e odio di Trump con le Big Tech americane i più sospettano che l’etichetta responsabile non abbia voluto indispettire un presidente che, è noto, ama sì i giochi ma soprattutto rompere le regole del gioco.




