Immagine di copertina: Il logo del Reuters Institute. Fonte: Wikimedia Commons
Mitali Mukherjee nel corso della sua carriera giornalistica ha attraversato contesti professionali segnati da pressioni e trasformazioni profonde. Business Editor per The Wire e Mint, Markets Editor di CNBC TV18, volto dell’informazione per TV Today e Doordarshan, Fellow dell’Observer Research Foundation, oltre che cofondatrice di due iniziative dedicate alla società civile e all’educazione finanziaria: il suo percorso restituisce l’immagine di una professionista che ha abitato molte delle principali evoluzioni del giornalismo contemporaneo.
Da poco più di un anno, è diventata direttrice del prestigioso Reuters Institute di Oxford, forse il più autorevole istituto di ricerca sul giornalismo. Con Mediatrends, fa un bilancio dei primi mesi, in un periodo estremamente complesso e articolato, per l’informazione.
Una sfida che non mi aspettavo
“È stata un’esperienza intensa, nel senso più pregnante del termine. Pochi mesi dopo il mio arrivo l’istituto si è trovato ad affrontare cambiamenti significativi e, quasi senza soluzione di continuità, è arrivato uno dei momenti più delicati per il finanziamento del giornalismo indipendente: il progressivo ritiro del sostegno da parte di grandi finanziatori internazionali, tra cui gli Stati Uniti. A mio avviso è stato un passaggio che ha segnato non soltanto il settore dell’informazione, ma anche gli equilibri geopolitici entro cui esso opera.
C’è poi un secondo fenomeno, che in qualche misura discende dal primo. Il modo in cui il giornalismo sta cambiando produce un senso crescente di inquietudine nelle persone che si informano. In molti casi assistiamo a una diminuzione dell’interesse per le notizie non perché venga meno la curiosità, ma perché prendere le distanze dall’attualità diventa una forma di autodifesa, un tentativo di preservare uno spazio di quiete”.
I cambiamenti sono tanti: c’è la sfida posta dall’intelligenza artificiale che rende possibile generare immagini e testi in pochi secondi, mentre i creator stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella circolazione delle notizie e nella costruzione delle conversazioni pubbliche. Ricercatori e giornalisti forse faticano a stare al passo.
“Per noi, al Reuters Institute, la risposta consiste nel rimettere continuamente in discussione il nostro stesso lavoro. Ci sono due domande che tornano con costanza. La prima riguarda il valore: quale contributo possiamo offrire oggi a un’industria che sta cambiando così profondamente? La seconda riguarda il punto di osservazione: come continuare a leggere il giornalismo a partire dalle persone che lo attraversano?
Questo significa non limitarsi a produrre ricerca, ma interrogarsi costantemente su come il pubblico percepisca i grandi temi che investono l’informazione contemporanea. Che cosa pensa delle trasformazioni del giornalismo climatico? Qual è il suo rapporto con l’intelligenza artificiale nelle redazioni? Sono interrogativi che non rappresentano semplicemente oggetti di studio: costituiscono il modo in cui proviamo a orientarci dentro un panorama in continua evoluzione”.
L’informazione come curiosità e privilegio
Guidare un istituto di ricerca globale significa confrontarsi ogni giorno con temi che assumono significati molto diversi a seconda dei contesti culturali, politici e geografici. Il giornalismo è un fatto internazionale, lei si è formata in India, l’Istituto è basato a Oxford. Modulare queste scale di intervento può essere più complesso di quanto si pensi.
“C’è anzitutto una dimensione che riguarda l’identità stessa dell’Istituto. Credo che la nostra specificità risieda nell’aver sempre concepito la ricerca come un’attività profondamente intrecciata con la pratica giornalistica. Non siamo un centro accademico chiuso su sé stesso, né un luogo in cui il sapere si produce in isolamento.
Questo significa scegliere con attenzione le domande da porre, invece di inseguire ogni fenomeno. Ho il privilegio di lavorare accanto ad accademici straordinari, non mi considero una di loro, e credo che il valore dell’Istituto risieda proprio in questo scambio costante di prospettive.
Il mio sguardo, naturalmente, è anche quello di una giornalista. Ho trascorso tutta la mia vita professionale in una realtà, quella indiana, che oggi presenta dinamiche sempre più riconoscibili anche altrove: la crescente concentrazione della proprietà dei media, la pressione esercitata dalla raccolta pubblicitaria, la necessità di ripensare continuamente le condizioni dell’indipendenza editoriale. Quando questi elementi cambiano, cambia inevitabilmente anche il modo in cui si pratica il giornalismo.
L’India, inoltre, è un Paese giovane, caratterizzato da una popolazione che vive i social media come infrastruttura quotidiana della vita pubblica. È una trasformazione che osserviamo ormai anche in molte altre aree del mondo, dall’America Latina a numerosi Paesi africani. In questo senso, ciò che accade in India anticipa spesso tendenze destinate a emergere altrove”.
Qual è il tratto comune tra ricerca e giornalismo?
“La curiosità. Entrambi nascono dal desiderio di comprendere perché un fenomeno si manifesti e quali dinamiche lo rendano possibile.
C’è poi un elemento personale che considero importante. Mi riconosco come donna di colore e questa esperienza mi ha resa particolarmente consapevole del fatto che l’accesso all’informazione non si distribuisce in maniera uniforme. Per lungo tempo l’ecosistema dell’informazione è stato costruito quasi esclusivamente da uomini, prevalentemente bianchi e appartenenti alle generazioni più anziane. È un dato che merita di essere interrogato.
L’informazione rappresenta una forma di potere. Ma è anche una misura del privilegio: dice molto su chi può accedere alla conoscenza e su chi, invece, ne rimane escluso. Una parte essenziale del nostro lavoro consiste proprio nel comprendere come queste asimmetrie si producano e quali conseguenze abbiano sul funzionamento delle democrazie”.
Il giornalismo deve far capire le cose
Quando lavoravo nell’università provavo una crescente frustrazione. Avevo la sensazione che una parte enorme della conoscenza prodotta rimanesse confinata entro cerchie molto ristrette, incapace di raggiungere la società nel suo complesso. Era proprio questo che desideravo superare.
Credo che il punto d’incontro più fecondo consista nella capacità di tradurre il sapere specialistico in qualcosa che possa essere realmente condiviso, qualcosa a cui anche Mitali Mukherjee fa attenzione.
“È lì che ricerca e giornalismo si incontrano: nella costruzione di un linguaggio capace di rendere accessibile la complessità senza impoverirla. Naturalmente il giornalismo è ormai un’industria profondamente globale. Le innovazioni tecnologiche, le piattaforme digitali, i modelli economici attraversano i confini nazionali con una rapidità impensabile fino a pochi anni fa. Eppure questo non significa che tutto si assomigli. Ogni ecosistema mediatico continua a riflettere le caratteristiche della società in cui opera”.
Tecnologia e cultura evolvono insieme, ma non necessariamente alla stessa velocità: le abitudini informative, la fiducia nelle istituzioni, il ruolo attribuito ai diversi mezzi di comunicazione continuano a essere profondamente influenzati dal contesto.
L’Italia ne rappresenta un esempio interessante. È una società che invecchia e nella quale la televisione conserva ancora un’autorevolezza molto elevata come fonte di informazione. In altri Paesi questa centralità si è ormai ridimensionata, ma come sottolinea Mitali Mukherjee, le traiettorie sono plurali.
“In molti Paesi la televisione continua a rappresentare un punto di riferimento fondamentale per l’accesso all’informazione. Al contrario, la stampa attraversa una fase di contrazione ormai strutturale nella maggior parte dei mercati americani e asiatici. Il Giappone costituisce un’eccezione significativa, dove le tirature resistono ancora, ma proprio per questo rimane un caso isolato, più che il segnale di una tendenza generale.




