L’eterno ritorno del format televisivo nella creator economy

Di il 24 Giugno, 2026
Instagram e YouTube vogliono diventare televisione, ma vale anche il contrario: nel tempo dell'anarchia creativa, l'importante è essere dappertutto
Immagine di copertina: Instagram su una smart tv. Fonte: Wikimedia Commons

Il recente annuncio di “Instagram for TV” è l’ennesima prova dell’eterno ritorno di un format che avevamo dato per spacciato.

La televisione è morta, viva la televisione.

Invece, la televisione si dimostra, non nel suo hardware (il dispositivo), ma nella sua natura di format, il più resistente tra i media dello scorso secolo.

Sarà che ci piacciono i melodrammi, oppure il comfort della serialità, ma tutto fa pensare che anche le nuovissime piattaforme piegheranno alcune delle proprie regole algoritmiche, favorendo continuità e orizzontalità.

Da YouTube a Instagram, è in corso la sfida a diventare “la nuova televisione”.

Tutti vogliono stare dappertutto

La tecnologia ha un rapporto insondabile con gli utenti: a volte crea i bisogni, molte altre li insegue.

Così non abbiamo fatto in tempo ad abituarci allo smartphone sempre in mano, e ai contenuti fruibili in ogni situazione, che adesso sembra che le piattaforme vogliano fare il processo inverso.

L’impressione è che gli attori tech vogliano colonizzare ogni spazio, non solo mentale e di attenzione, ma anche fisico.

Così la televisione – come contenuto – ha lentamente imparato a spezzettarsi per essere vissuta su altri dispositivi.

Come ha raccontato Luca Barra, partendo da un commento su Portobello, la “freak-television” che per decenni ha fatto milioni di spettatori, si è semplicemente convertita in segmenti multipiattaforma.

E intanto le infrastrutture digitali hanno viceversa tentato di colonizzare la televisione-come-dispositivo, quindi lo spazio domestico fisico e tangibile.

Lo ha fatto innanzitutto YouTube, pioniere nella corsa per essere la nuova televisione.

Ora è il momento di Meta.

Everything, Everywhere, all at once

Come riporta Hollywood Reporter, a partire da lunedì la piattaforma di Meta inizierà a testare i video in formato orizzontale su “Instagram for TV”, la funzionalità che consente di visualizzare i contenuti del social direttamente sul televisore, e in particolare sui dispositivi Samsung TV.

Sembrerebbe soltanto un cambio di modalità formale: Instagram ha già vissuto una fase (piuttosto breve) in cui i reel erano anticipati dalla call to action a girare lo schermo del telefono.

Un’azione apparentemente banale, un trend che si è esaurito prima del previsto, ma che aveva, e mantiene, un significato più profondo: determinare tramite un contenuto digitale, un’azione fisica con impatto nel reale, come muovere il polso.

E oltre la forma, questo implica che il contenuto cambia.

Lo hanno intuito subito, ad esempio, da Cronache di spogliatoio: Giulio Incagli ha coraggiosamente difeso la lunghezza e il dinamico movimento di rotazione, per esempio, su Adessocapiamo di Lorenzo Luporini.

Meta sembra recepire questa volta le indicazioni degli utenti, in una fase ibrida in cui ci piace un po’ tutto, la brevità, la memestetica, l’approfondimento, la lungaggine, in cui alla bulimia segue l’anarchia e il riassestamento.

Tessa Lyions ha annunciato che la televisione su Instagram è la prossima frontiera della piattaforma, con un leitmotiv che fa eco a quello di Neal Mohan, CEO di YouTube che difende la strategia di espansione come uno strumento per aumentare la creatività e aiutare i creators a connettersi con i pubblici.

Così Meta con “Instagram for TV” si prepara anche a sperimentare nuove forme di storytelling long-form, serie episodiche realizzate dai creator e persino format ispirati alla televisione in diretta.

Ma anche questa, non è proprio una novità.

Ci piace tanto il melodramma

I microdrama hanno spopolato nel mercato asiatico: produzioni caratterizzate da episodi brevi, generalmente della durata compresa tra uno e tre minuti, distribuiti in forma seriale.

Evan Shapiro su The Media Odissey ha intervistato Bogdan Nesvit, fondatore di Holywater Tech e creatore della piattaforma My Drama, per condividere alcuni dettagli sul modello di business e sulle prospettive di crescita del mercato dei microdrama.

Holywater è nata come piattaforma di libri digitali, evolvendosi poi verso la creazione di video, a cui ha applicato le competenze di traduzione in oltre 50 lingue tramite strumenti proprietari di intelligenza artificiale.

A differenza di molte app concorrenti, basate prevalentemente sulle microtransazioni, My Drama sta puntando sugli abbonamenti. Come scrive Shapiro, secondo Nesvit, circa il 90% degli utenti paganti utilizza formule subscription-based, mentre l’azienda sta iniziando a sperimentare anche modelli supportati dalla pubblicità. Circa il 30% del traffico arriva organicamente, mentre il restante 70% è generato da campagne pubblicitarie.

MyDrama produce una quantità esorbitante di contenuti, che replicano le stesse caratteristiche dei melodrammi tradizionali, dai rotocalchi come Grand Hotel ai cult come Beautiful, basati sul cosiddetto “cliffhanger” – molto presente anche negli anime e nei manga – cioè sull’apice della tensione, che viene sciolta solo nella puntata successiva.

Come ha scritto Francesco Oggiano su Digital Journalism, riportando la notizia che Maria De Filippi ha investito sulla serie da 54 episodi, Tutto in una notte, generalmente queste piattaforme non monetizzano sugli abbonamenti flat tipo Netflix, ma sulla formula freemium: guardi i primi 10 episodi gratis, poi per sbloccare il cliffhanger devi comprare monete virtuali o guardare decine di pubblicità.

Secondo le stime condivise da Nesvit, il mercato globale dei microdrama vale oggi circa 11 miliardi di dollari e potrebbe raggiungere i 25 miliardi entro il 2030, grazie all’espansione verso nuovi generi come fantasy, thriller, sport e true crime.

Infatti, la scalabilità è fondamentale per poter competere con le produzioni live action, ma anche la qualità della scrittura: nel processo produttivo, Nesvit investe ancora nella sceneggiatura senza IA.

L’homepage di ReelShort, piattaforma verticale dedicata ai microdrama

Henry Jenkins l’aveva detto

Insomma, la teoria che sembra reggere meglio di tutte è quella della “cultura convergente”, il saggio rivoluzionario di Henry Jenkins, che ha lucidamente individuato le traiettorie con cui la tecnologia modifica la cultura popolare (o più corretto sarebbe il riferimento alla cultura di massa).

L’equivoco è solo apparente: grandi masse transitano sulle piattaforme, articolate in quelle che Mauro Calise definisce masse individualizzate, quindi in nicchie di compiacimento e identificazione socio-culturale e personale.

Convergenza tra media tradizionali e nuovi, “collisione” tra dispositivi, interazione e co-partecipazione alla definizione dei trend, sono le caratteristiche di questa nuova era, aveva profetizzato l’autore vent’anni fa.

Quindi, osserveremo sempre di più movimenti circolari dei contenuti: dallo smartphone alle tv, dalle tv allo smartphone.

Del resto, tra le iniziative più recenti di Holywater figura una partnership con Fox Corporation, che segna uno scatto in avanti nella convergenza tra televisione, creator economy e contenuti progettati in origine per gli smartphone.

E d’altro canto, Netflix sta facendo accordi per la distribuzione di video podcast e l’introduzione di un feed verticale di clip all’interno della propria applicazione mobile.
Insomma, l’ecosistema si fa composito: contenuti verticali e orizzontali, brevi mediolunghi lunghissimi, di qua di là, nessuna regola se non quella della onnipresenza, a governare la competizione per l’ecosistema audiovisivo.

La creator economy è piena

Dopo l’annuncio di “Instagram for TV”, si pensa che è arrivata l’ora: la televisione sta incontrando la creator economy. Ma è improprio, perché le due sono mescolate da molto più tempo.

Innanzitutto, l’economia dei creator ha il sapore della novità perché si è originata nella new platform economy, ma di fatto ha in comune la produzione di content, con tutte le altre forme di intrattenimento, ivi compresa la televisione.

La seconda ragione è che il mercato si sta già riaggiustando. Tra le caratteristiche della creator economy c’era l’assenza di barriere all’ingresso: quanti influencer si sono ritrovati a essere tali senza accorgersene, subito dopo la pandemia?

È plausibile che questa libertà ed eguaglianza di opportunità si esaurirà molto presto, al netto di alcuni singoli fenomeni di creator nati veramente dal basso. Il mercato è già saturo, e il fatto che si replichino le dinamiche produttive della “vecchia televisione” implicherà sempre di più la cernita del materiale, tipicamente prodotto e distribuito da talent agency e case di produzione.

L’auspicio è che la qualità richiesta non sia tale da esigere già un budget importante per poter competere anche solo in entrata.

Del resto, la cosa migliore che ha prodotto la cultura dell’Internet probabilmente sono i meme: spontanei, fuori controllo, non incasellabili, brutti e trash.

Speriamo che l’esigenza di imbrigliare i contenuti nei format che si reputano più economicamente efficienti, non spenga i barlumi di frizzante disordine online.

Devi essere loggato per lasciare un commento.
Ludovica Taurisano
/ Published posts: 115

Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.