Paramount e Warner: sarà la (s)volta buona?

Di il 26 Settembre, 2026
Un accordo tra le parti ha scongiurato con significativo tempismo la causa intentata da 12 Stati americani e la Writers Guild of America verso Paramount Skydance in vista della trava-gliata acquisizione di Warner Bros. Discovery. La strada della fusione sembra ora spianata
Fonte immagine di copertina: Shutterstock

Contro ogni pronostico – ma con buon auspicio di pressoché tutti i coinvolti – è stata scongiurata lo scorso lunedì la causa intentata da 12 Stati americani e dalla WGA (Writers Guild of America) nei confronti di David Ellison e di Paramount Skydance che sembrava porre un freno drastico all’acquisizione da oltre 110 miliardi di dollari di Warner Bros. Discovery iniziata a dicembre 2025.

I termini del ritiro della causa si poggiano su una serie di obiettivi industriali che Ellison si impegna a portare avanti una volta conclusa la fusione e che in buona parte ricalcano quanto promesso all’inizio dell’acquisizione.

Non è contemplato alcun effettivo argine strutturale ai timori degli analisti di mercato, se non l’istituzione di uno specifico board di vigilanza interna che, come vedremo, sarà deputato a monitorare il nodo più delicato dell’accordo fin dal suo inizio: la compresenza di CBS e CNN sotto la stessa proprietà.

Al momento è comunque presto per sancire che l’appiattimento di questo ostacolo possa portare senza ulteriore dubbio alla conclusione della fusione – al momento prevista nelle prossime settimane – ma è certo che il tempismo è quantomai misurato per tutte le parti in gioco.

Ciò che resta indubbio dall’inizio fino a quest’ultima svolta della vicenda, come ancora ribadisce Rob Bonta – General Attorney della California –, è che la fusione di due grandi Studios porterà inevitabilmente ad un progressivo impoverimento del mercato hollywoodiano e che gli impegni presi per anestetizzare la causa legale sono solo modi per rendere questo impoverimento meno repentino.

David Ellison. Fonte: Shutterstock

Questioni di tempismo

Il timing è sempre stato un aspetto fondamentale dell’evoluzione di questa vicenda che, comunque vada, resterà nella storia del mercato dei media.

Lo stesso Ellison aveva posto una “bomba a orologeria” finanziaria su di sé per garantire agli azionisti di Warner Bros. Discovery che l’accordo sarebbe andato a buon fine, promettendo di pagare 7 milioni di dollari al giorno per un eventuale ritardo a partire dal 30 settembre.

La causa legale appena scongiurata, che era prevista decorrere dal 2 marzo, avrebbe alzato il costo dell’acquisizione di almeno un miliardo di dollari solo per arrivare in aula, facendo inoltre superare quella “soglia temporale psicologica” che sono le elezioni di metà mandato del prossimo 3 novembre.

L’obiettivo di Ellison è ora più che mai chiudere l’accordo prima dell’apertura delle urne, possibilmente arginando la perdita di milioni di dollari quotidiani prospettata a partire dalla prossima settimana, portando a casa la fusione a prescindere da qualsiasi risultato elettorale vista la tenuta fortemente politica che sta alla base della vicenda.

Va detto però che la causa legale rischiava di essere un’arma a doppio taglio anche per l’accusa, specialmente in quegli Stati in cui il mercato hollywoodiano è parte integrante del tessuto economico.

Se infatti resta indubbio che le ragioni dell’azione legale fossero radicate nel più che verosimile timore di un impoverimento delle produzioni, al contempo era chiaro fin dall’inizio che il processo avrebbe portato con sé tutta una serie di ricorsi più o meno contenuti che, se arrivati in tribunale, avrebbero gettato ombra sulle parti che avevano ostacolato l’avanzata industriale dell’accordo.

Così il ritiro della causa su “ragionevoli” termini di piano industriale sembrerebbe mettere al riparo Rob Bonta, Gavin Newsom e tutte le altre figure di spicco della compagine Democratica dall’eventuale colpo di frusta mediatico che l’azione legale avrebbe senza alcun dubbio portato con sé.

Un accordo di buon senso?

Il nodo economicamente più stringente dell’accordo è legato al numero di produzioni theatrical da garantire all’anno: si parla di 30 film l’anno, da alzare a 32 dopo due anni, mantenendo le attuali (e molto risicate) finestre di rilascio in sala prima dell’approdo allo streaming.

Come previsto fin dalle prime analisi, questa è una dichiarazione di resa da parte dei difensori del comparto: nel 2025, la somma dei titoli prodotti e distribuiti dai due Studios ammontava a quasi 45, di cui 30 solo di Warner, dimostrando come l’unione andrà per accordo a ridurre di un 30% il numero di film da portare in sala.

Certo, con questo Ellison si è impegnato anche a mantenere aperti gli studi dei rispettivi marchi, con un incremento di investimento di 1,5 miliardi di dollari nelle produzioni USA; va però nuovamente sottolineato come questa cifra impallidisca di fronte ai quasi 20 miliardi investiti dalla sola Warner nel 2025 per il suo intero portafogli di contenuti.

La caratteristica davvero peculiare dell’accordo è che il marchio “forte” per quanto riguarda il comparto produttivo resta quello di Warner Bros., costringendo quindi Paramount a mantenerne salda la tenuta e a fare i conti con un portafogli di asset industriali al momento inediti rispetto all’azione della corporation di Ellison: si pensi solo ai canali lineari del marchio Discovery, sempre più significativi nel contesto europeo.

L’ulteriore vincolo, forse quello più di natura strutturale, è l’istituzione di un board editoriale che vigili sull’indipendenza delle testate CNN e CBS News a fronte di una loro complessa e non così ovvia armonizzazione, che passa anche da stringenti questioni politiche.

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Fonte: Wikimedia Commons

Il nodo delle news si stringe

Il grido di timore era assordante fin dalle primissime battute dell’ingresso di Ellison a gamba tesa nella fusione tra Netflix e Warner, finita con il ritiro della compagnia di Los Gatos e con l’inizio di questa epopea industriale.

Al contrario del colosso dello streaming, infatti, Paramount aveva messo sul piatto del rilancio finanziario la possibilità di comprare l’intero gruppo WBD, compresa la CNN, ovvero la testata cable all news esplicitamente ostile all’operato di Donald Trump, a sua volta molto vicino alla famiglia Ellison.

Con l’avvicinarsi di una possibile chiusura della fusione, non sono pochi i timori per il futuro della testata, al momento ostracizzata dalla Casa Bianca perché bollata da Trump di diffondere fake news.

L’istituzione del board editoriale dovrebbe garantire sostanzialmente due cose: fare in modo che le due testate mantengano una voce autonoma, rimanendo così indipendenti l’una dall’altra e, soprattutto, vigilare sull’eventuale pressione politica esercitata da parte degli stakeholders della corporation.

Va detto che, a un occhio esterno, la sola necessità di mettere su un piatto un board di vigilanza appare come un’abbastanza esplicita dichiarazione del fatto che queste pressioni politiche ci saranno e che sarà necessaria un’armatura sovrastrutturale per non delegittimare l’azione editoriale.

Certo è che questa parte dell’accordo non mette in buona luce la buona fede dell’operato di Ellison, specialmente così a ridosso dalle già citate elezioni di metà mandato che saranno determinanti nell’immediato futuro della politica statunitense.

In tutto questo, il nodo dell’armonizzazione tra le due testate resta sospeso anche a fronte della disparità sindacale che intercorre tra le rispettive maestranze, dove CBS è fortemente sindacalizzata e CNN no, portando in prospettiva a pericolose disparità negoziali che si sono già viste in altri casi simili.

Allargando gli orizzonti

Cercando di osservare quanto accaduto fin qui nell’acquisizione di Warner da parte di Paramount, non si può che tentare di uscire dai confini dell’ambito audiovisivo e spingere per un attimo l’acceleratore su un aspetto sempre evocato, ma raramente marcato di questa vicenda: il ruolo di Larry Ellison, padre di David e fondatore nonché CTO di Oracle.

È infatti notizia di pochi giorni fa che nel gruppo di grandi investitori che supportano l’ingente capitale richiesto dall’acquisizione ci sia anche Elon Musk, vicino a Larry Ellison perché quest’ultimo ha più volte investito negli asset del proprietario di X.

Non è difficile vedere in questa rete di investimenti incrociati, sottesi da un benestare politico tutt’altro che disinteressato, il formarsi di un saldo gruppo oligarchico dei media che ha al proprio centro non Paramount – in questo, mero veicolo industriale degli asset produttivi e discorsivi – bensì proprio Oracle.

È infatti importante ribadirlo: la corsa, nel macro-ecosistema finanziario dei media, non è più per le quote di mercato, ma è per le quote di controllo.

Il mosaico imbastito dalla famiglia Ellison sembra garantirsene sempre di più, arrivando a rendere quasi insignificanti i timori di ingerenze politiche e quindi sostanzialmente inattuali in partenza i termini più strutturali dell’accordo che ne sta sancendo il consolidamento.

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Nicolò Villani
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Laureato triennale al DAMS di Bologna con una tesi in Semiotica dei Media e magistrale al CITEM in Storia della Serialità, ha un Dottorato di Ricerca in Film & Media Studies. Tra i suoi interessi c’è la Semiotica Strutturale, l’evoluzione del panorama mediale contemporaneo e la possibilità di riavvicinare l’analisi strutturale — specialmente attraverso l’Etnosemiotica matura — allo studio della testualità audiovisiva. È caporedattore della rivista Birdmen Magazine e membro di CUBE - Centro Universitario Bolognese di Etnosemiotica.