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Nel complesso processo di fusione tra i colossi dell’entertainment Paramount Skydance (PSKY) e Warner Bros. Discovery (WBD), iniziato lo scorso marzo con il ritiro di Netflix dalla trattativa, ha trovato un nuovo e pericoloso ostacolo sul suo cammino: un’azione legale indetta da 12 Stati americani – tra cui California, New York, Colorado e New Jersey – e dalla Writers Guild of America che insistono sull’illegittimità dell’accordo a fronte delle leggi statunitensi per l’antitrust.
L’accordo, con alla base 111 miliardi di dollari di spesa da parte di David Ellison, CEO di Paramount, sta già incontrando la diffidenza degli investitori – PSKY ha avuto un calo in borsa del 37% dall’inizio dell’anno – e con questo ostacolo davanti rischia di arenarsi per diversi mesi, costringendo Ellison a risarcire gli azionisti di WBD 7 milioni di dollari al giorno per il ritardo a partire dal 30 settembre.
È notizia di ieri la decisione da parte della giudice federale Araceli Martínez-Olguín di far iniziare il processo il 2 marzo 2027, portando l’esborso complessivo del risarcimento – almeno fino all’inizio del dibattimento – a oltre un miliardo di dollari, cui se ne aggiungeranno altri 100 milioni per la durata prevista del processo.
Tutto questo senza ancora un’idea chiara dell’esito, poiché nel mentre la macchina industriale continua a muoversi e, con essa, si trasforma la situazione politica su cui è sotteso l’accordo tra Paramount e Warner.
Per questo è importante vagliare i possibili rischi aperti da questa azione legale, visto che all’orizzonte, comunque vada a finire, la prospettiva per l’industria si preannuncia decisamente sfavorevole.
I rischi industriali
L’inizio dell’accordo tra due major come Paramount e Warner era stato già salutato con estrema diffidenza dagli osservatori del mercato mediale, perché portava con sé la previsione di un fisiologico ridimensionamento delle produzioni complessive.
L’accorpamento di due soggetti di mercato così grandi, infatti, molto difficilmente si tradurrebbe in un aumento delle produzioni; più verosimilmente – quantomeno all’inizio – porterebbe con sé una razionalizzazione dei costi e il rifugiarsi in prodotti e asset industriali già rodati, con pochissima spinta all’innovazione e all’investimento.
Questo spiega due conseguenze già evidenti da marzo a oggi: il calo costante del valore delle azioni di PSKY – con un naturale incremento dell’appetibilità di WBD – e la sostanziale insignificanza dell’offerta di Paramount negli ultimi mesi.
Il limbo aperto dalla procedura di fusione – e ora dall’attesa del procedimento legale – ha infatti paralizzato Paramount che fatica a valorizzare la propria offerta, specialmente nei cinema dove le poche uscite hanno incontrato un sostanziale insuccesso al botteghino.
Questa tensione, anche se in modo meno evidente, tocca anche Warner che, a fronte dell’indubbio successo di HBOMax a livello globale, continua comunque ad affidare i propri principali sforzi produttivi e comunicativi a produzioni “sicure”, come i supereroi DC, il maxi-franchise Dune, l’inesauribile universo di Game of Thrones e l’imminente replica di Harry Potter.
In tutto questo, se l’azione legale dovesse portare a dichiarare illegittimo l’accordo, è chiaro che l’effetto sul potenziale industriale dei due soggetti coinvolti sarebbe deflagrante.
Warner Bros. Discovery tornerebbe sul mercato forte di un’appetibilità da tempo inedita e di una rinnovata libertà d’azione produttiva, con HBOMax ormai avviata e sempre meglio posizionata in un mercato dello streaming confuso e in necessario rinnovamento.
Per Paramount Skydance la situazione sarebbe decisamente critica: innanzitutto, Ellison, oltre alle spese giornaliere per il ritardo, dovrebbe risarcire agli azionisti WBD 7 miliardi di dollari, a fronte di un valore finanziario di PSKY al momento stimato intorno agli 11 miliardi.
Con la sfiducia degli azionisti, un fallimento dell’accordo porterebbe con sé anche quella di produttori e maestranze, che comporterebbe un’effettiva paralisi di uno dei principali Studios di Hollywood.
In definitiva, dal punto di vista industriale, comunque vada il processo questo accordo di fusione sembra prospettare un esito negativo per l’industria e il comparto hollywoodiano.
Visto l’ordine di grandezza del rischio economico e finanziario, inoltre, non è da escludere che in meno di 12 mesi le parti si ribaltino e ci si trovi con la stessa Paramount nel mirino di qualche concorrente silenzioso, magari Comcast o Apple, in questo momento forti di un ottimo posizionamento delle rispettive offerte produttive.

David Ellison. Fonte: Wikimedia Commons
I rischi politici
Che l’acquisizione di WBD da parte di Ellison avesse un fondo politico è stato immediatamente evidente.
La presidenza Trump ha infatti agevolato la procedura, sostenendo Ellison con il principale obiettivo di ottenere una forma di controllo sulla CNN, il network di informazione appartenente al gruppo Warner Bors. Discovery.
Anche per questo, la chiusura dell’acquisizione era auspicata per la fine di settembre, in modo da non rischiare ripercussioni politiche per via delle elezioni di metà mandato previste per il 3 novembre.
Lo stesso inizio del procedimento legale ha visto Ellison spingere per il 4 novembre, abbastanza a ridosso delle elezioni per non inquinarne l’esito e per inserirsi nel discorso generale immediatamente successivo, nonché sufficientemente presto per evitare eccessivi esborsi coi risarcimenti.
Con la data fissata per il 2 marzo dell’anno prossimo, invece, il nodo politico diventerà cruciale sia dal lato dei sostenitori dell’accordo, sia da quello degli oppositori, di cui il capofila è Gavin Newsom, governatore della California e figura importante dei Democratici in vista dei midterms di novembre.
Se dal lato di Donald Trump e dei finanziatori dell’accordo – tra cui il padre di Ellison, Larry, CEO di Oracle – è abbastanza chiaro quanto la causa legale possa diventare un rischioso nodo politico da sostenere, più sottile e delicata è la posizione degli oppositori.
Va infatti nuovamente sottolineato quanto il perdurare del processo e il tardare dell’accordo sia estenuante per le produzioni e danneggi fortemente la freschezza di un comparto già in sofferenza.
California, New York e Colorado sono tre Stati strettamente legati all’economia hollywoodiana, e il New Jersey è una delle basi produttive di Paramount; quindi, per questi Stati portare avanti la causa legale equivale in ogni caso a mettere a dura prova – se non a rischio – uno dei propri asset industriali portanti.
Con questo, se l’accordo venisse dichiarato illegittimo, si vedrebbe una verosimile proliferazione di ricorsi all’interno degli Stati promulgatori dell’azione legale. Consapevole del rischioso colpo di coda politico di una simile ondata, Newsom ha incoraggiato la risoluzione di simili ricorsi fuori dalle aule di tribunale.
Questo comunque non mette al riparo i lavoratori dalle pericolose ricadute di un mancato accordo, tanto che il caso Paramount/Warner con le sue conseguenze diventerà, comunque vada, un nodo cruciale attraverso cui si giocherà la partita politica dei prossimi due anni.
Il punto in definitiva resta questo: impedire a Donald Trump di avere una qualche forma di controllo sulla CNN – checché ne dica Ellison stesso – vale il rischio di impoverire il mercato del lavoro hollywoodiano?
Su questo, dovrebbe esprimersi con più concretezza anche la Writers Guild of America, che ha sottoscritto la causa legale a poche settimane dalla ratifica di un nuovo contratto collettivo per gli sceneggiatori in piena continuità col precedente. I principii per cui ha sottoscritto la causa, infatti, richiederebbero un esplicito bilanciamento con le conseguenze potenziali del mancato accordo.

Fonte: FMT
Una lotta per consolidare il controllo
Su una cosa David Ellison ha indubbiamente ragione nella sua lettera pubblicata recentemente dal New York Times: questa battaglia, fin dal mancato accordo tra Netflix e Warner, non è per le quote di mercato; questa battaglia è per le quote di potere.
Osservare l’attuale evoluzione del contesto hollywoodiano è avere oggi una finestra privilegiata sull’intensificarsi di una forma di capitalismo oligarchico, in cui lo specifico del settore in cui si opera è solo un mezzo per consolidare e arroccare potere economico, politico e negoziale.
Nell’ambito audiovisivo – e in particolare nel caso Paramount/Warner – questo potere si traduce in due dimensioni: il controllo informativo e il controllo sugli immaginari.
A prescindere dalle audience e dalla fiducia del pubblico statunitense nell’informazione, poter tenere al contempo sotto controllo CBS e CNN è senza alcun dubbio operare una restrizione dei margini di pluralismo di un mercato informativo che, al contrario di quello europeo, non può contare sul correttivo del Servizio Pubblico.
Allo stesso tempo, controllare i portafogli audiovisivi di due major come Paramount e Warner significa avere in mano una fetta considerevole dell’immaginario occidentale in continua espansione: poter decidere come rappresentare categorie, minoranze e classi sociali, rispondendo a pressioni o interessi esterni, in un mercato sempre meno concorrenziale diventa un rischio culturale da prevenire.
I prossimi passaggi saranno quindi cruciali, dall’esito delle elezioni di metà mandato alla risposta dei mercati in vista dell’avvicinarsi della data del processo. In ogni caso, difficilmente Hollywood passerà indenne dalla chiusura della questione.




