La TV che racconta i 18enni, il rischio cringe e le nuove serie ‘Fomo’ e ‘Minerva’

Di il 30 Settembre, 2026
Mediatrends incontra gli autori della docuserie di RaiPlay e il regista della serie teen di Netflix
Immagine di copertina: Freepick

A che punto siamo con il racconto televisivo dei giovani in Italia? Una risposta la forniscono due serie tv appena uscite.

La prima si intitola Fomo, che sta per Fear Of Missing Out, ossia la paura di sentirsi esclusi, ed è disponibile su RaiPlay. La seconda è Minerva-La scuola ed è targata Netflix.

Esempi di serialità audiovisiva che scelgono due approcci differenti di fronte alla rappresentazione dell’adolescenza.

“Fomo è uno skam reale”

Fomo, docuserie prodotta da Oor Films in 12 episodi scritti e diretti da Pietro Daviddi e David Gallerano, racconta l’ultimo anno di scuola degli studenti del liceo Vittorio Colonna di Roma: dal primo giorno in classe fino alla maturità.

I due registi spiegano a Mediatrends che il modello di riferimento è stato Skam, “format straniero adattato molto bene in Italia da Ludovico Bessegato”, che “riusciva a restituire un ritratto fedele dell’adolescenza”:

“Skam è una fiction, ma è partito da un lavoro di ricerca reale, la creatrice ha intervistato tanti ragazzi, ha ascoltato le loro storie e ha costruito una sceneggiatura partendo dalla realtà. Noi abbiamo fatto un passo in più: uno Skam reale. Un teen drama docu”.

D’altronde, continua Gallerano, “Fomo è un documentario a tutti gli effetti; abbiamo seguito i ragazzi, ci siamo occupati di quello che per loro era importante, ma lo abbiamo raccontato con i codici della serialità contemporanea. È una strada che ricorda un po’ Ginnaste parallele, una docu uscita molti anni fa su Mtv e dedicata all’adolescenza. Abbiamo recuperato quella tradizione, attualizzandola”.

Nella docuserie troviamo “una generazione abituata ad auto-raccontarsi sui social – spesso con più profili, uno privato, uno pubblico – ma consapevole che si tratta di un racconto parziale, con un’estetica edulcorata o esaltata”, fa notare il regista.

Per esempio, Valerio, il bello della scuola, dice che “va di moda essere tristi”, mentre Carlo, fidanzato della femminista Frida (con la cover del cellulare dedicata a Gaza), ammette di trovare ‘del gusto a infierire sulla gente’ e quando gli viene chiesto perché sorrida poco, risponde che ‘non ho niente per cui sorridere’.

I registi leggono questo fenomeno come parte di una più ampia tendenza alla rappresentazione della propria vulnerabilità (il cosiddetto trend della vittimizzazione), che presenta tuttavia, a loro avviso, anche un risvolto positivo, in quanto “è scomparso lo stigma del parlare dei propri problemi psicologici e mentali”.

David Gallerano (sx), Pietro Davvidi (dx)

“Ragazzi al 100% e sempre”

Una delle frasi chiave della serie la pronuncia Tancredi: ‘Noi ragazzi dobbiamo essere al 100% e sempre’. “Il giovane – riscontrano i due autori – fa un’analisi lucida della società fluida in cui non c’è un inizio e una fine: non esiste più un momento di vera privacy, quando finisce la tua vita pubblica, per esempio a scuola, inizia il contesto dei social. Insomma, la dimensione privata è sacrificata”.

Nel tentativo di recuperare proprio questa dimensione, Daviddi-Gallerano usano i cosiddetti confessionali, “che abbiamo registrato nelle camerette dei ragazzi”. Si tratta di scene giustapposte nel montaggio ai momenti pubblici.

Un passaggio emblematico vede protagonista la tormentata Lucia: alla festa di compleanno della sua migliore amica appare sorridente e commossa, in cameretta alle telecamere però racconta la crisi dell’amicizia e ricorda che alla sua festa di compleanno l’amica non le è stata vicina come invece si sarebbe aspettata.

Affidarsi a uno sguardo esterno è stato anche destabilizzante per alcuni ragazzi sempre più naturalmente con familiarità all’autorappresentazione.

“Valerio – prosegue Gallerano – ha raccontato che non era felice di essere sé stesso, di essere così ambito. Lucia, invece, all’inizio sfuggiva, non voleva il nostro sguardo su di lei, ne aveva paura. E invece è stata quella che ha raccontato anche questioni delicate, come i problemi con il padre, con la sua migliore amica e con il suo corpo. Dopo un paio di mesi di riprese siamo andati da lei e glielo abbiamo detto: ‘Se andiamo avanti così non ci sarà spazio per la tua storia’. Poi ha deciso di aprirsi e lo ha fatto completamente”.

Oltre a Skam, “ci ha ispirato anche un documentario americano Social Studies, che si interroga in maniera adulta sugli effetti dei social sui giovani”, rivela Pietro Daviddi.

In accademia senza cellulari

I social sono un punto cruciale anche in Minerva, la serie Netflix in 8 episodi ambientata in un liceo militare di Napoli.

Il regista Ivan Silvestrini, interpellato da Mediatrends, non nasconde l’ambizioso tentativo di “riportare i giovani alla purezza dei rapporti che oggi si sono spenti a causa dell’uso intensivo dei cellulari”.

E spiega: “Il caso vuole che Minerva, per una ragione narrativa, preveda che nella scuola ci sia una regola che vieta l’uso dei cellulari. Così i ragazzi sono costretti a tornare indietro nel tempo, senza l’utilizzo degli strumenti che mediano i rapporti. Sono costretti cioè a vivere come facevamo noi negli anni Novanta quando i rapporti andavano creati faccia a faccia”.

La società che produce Minerva-La scuola è Picomedia di Roberto Sessa, la stessa che ha firmato anche Mare Fuori, serie fenomeno che dal 2020 ha riavvicinato i giovani alla serialità televisiva. Per dirla con le parole di Silvestrini, che di Mare Fuori è stato regista dalla metà della seconda stagione fino a tutta la quarta, “un’intera generazione ha conosciuto l’esistenza di RaiPlay grazie a Mare Fuori”.

Quella serie che racconta le storie, i sogni, il coraggio e la voglia di riscatto di un gruppo di giovani detenuti in un carcere in mezzo al mare è un modello ingombrante, impossibile da ignorare.

“Quando mi hanno proposto Minerva inizialmente ho pensato anch’io che potesse essere un altro Mare fuori, ma non lo è. Picomedia – ricostruisce Silvestrini – è la società di produzione anche di Mare Fuori, un loro desiderio era trovare un altro luogo dove raccontare la gioventù che non fosse un carcere minorile.

L’unico elemento di analogia tra le due serie è il contesto chiuso nel quale ragazze e ragazzi sono costretti a vivere e a crescere affiancati da mentori adulti (anche se ovviamente l’accademia militare è meno chiusa rispetto a un carcere).

Per il resto, la storia di Mare Fuori è molto corale, quella di Minerva invece è la storia di tre personaggi giovani che entrano nella scuola e di uno in particolare, Salvo, interpretato da Ciro Minopoli, che ha lo scopo taciuto, ma primario, di capire cosa è successo a un amico che considera un fratello che ha frequentato prima di lui quell’accademia ed è misteriosamente scomparso”.

Insomma, “l’elemento di detection è molto forte nella trama orizzontale” di Minerva e “tutte le altre storie sono un affresco intorno alla storia di Salvo”.

Ivan Silvestrini

Documentario sì, documentario no

A marcare vistosamente la differenza tra Minerva e Fomo è la scelta dei linguaggi.

Silvestrini spiega che “usare un linguaggio documentaristico in questo momento non mi interessa, perché io sono interessato all’epica della gioventù”.

Il regista osserva che “in Mare Fuori c’è la criminalità ed è quindi più facile andare verso la direzione melò, perché la posta in gioco è la vita o la morte, mentre in Minerva il discorso è più sottile, ma non per questo meno epico”.

La coppia Daviddi-Gallerano, invece, punta tutto sull’osservazione del reale: “Noi cerchiamo di mettere sempre al centro i ragazzi, provando a capire cosa sia importante per loro, senza giudicarlo né filtrarlo. Pur convinti che in Italia ci sia “una professionalità capace di parlare al pubblico più giovane”, i due affermano che “quello che manca di più nella tv italiana, e non solo, è il racconto della realtà osservativo: seguire una cosa mentre succede”.

Le telecamere e la realtà

Gli autori di Fomo sostengono che i dispositivi di ripresa siano neutrali rispetto ai comportamenti osservati.

Perché “le persone, e gli adolescenti in particolare, hanno grande naturalezza nel raccontarsi davanti alle telecamere e, con pochissimo sforzo, imparano a recitare se stessi”.

In questo senso la tv ha un ruolo di mero acceleratore: “Le telecamere accelerano i processi, le dinamiche, i problemi. Ma questi sono reali. Le nostre telecamere non hanno condizionato i comportamenti dei ragazzi. Il loro ultimo anno di liceo non sarebbe stato molto diverso da come è stato, se non ci fossimo stati noi”.

Silvestrini sembra quasi voler replicare ai due colleghi quando afferma di non credere “che la gioventù di oggi vada raccontata andando incontro per forza ai loro codici estetici, al loro modo di parlare”.

Il motivo è logico: “Se facessimo questo, ci ritroveremmo in serie in cui i ragazzi passano la vita al cellulare e con la sigaretta elettronica, tutti i rapporti tra i ragazzi avvengono in maniera mediata”.

Il regista prosegue: “Sono contento di aver riportato dei ragazzi a guardarsi negli occhi. Ben venga una costrizione militare se serve a riportare i nostri figli a guardarsi negli occhi, a toccarsi, a desiderarsi in una maniera più romantica. Io cerco di guardare i giovani cercando di raccontare cosa hanno dentro senza cadere in un codice linguistico che secondo me non è così estetico”.

Il pericolo ‘cringe’

Il racconto dei giovani porta con sé il rischio ‘cringe’, cioè quel momento in cui lo spettatore percepisce una distanza tra la propria esperienza e il modo in cui essa viene messa in scena.

Su questo punto c’è convergenza. Per Daviddi-Gallerano “il pericolo cringe è sempre dietro l’angolo quando c’è uno sguardo adulto sui ragazzi”.

Ad esempio, “Valerio temeva che una scena girata in slow motion sarebbe stata cringe. Nei giorni scorsi abbiamo fatto un watch party e la reazione di tutti, compresa la sua, è stata ‘Oh, non c’è nulla di cringe’”.

La coppia di autori sostiene che il cringe si avverta in alcune serie italiane “che sembrano recitate. Noi invece catturiamo la realtà e infatti giriamo molto” (per Fomo 135 giorni di riprese, 800 ore di girato, 42 settimane di montaggio).

Per Silvestrini “al cringe non c’è scampo” perché “la nuova generazione alza continuamente l’asticella del cringe”:

“C’è una difficoltà ad abbandonarsi alle storie, il cringe è un moto di resistenza istintivo, ma acquisito. È una questione culturale. L’imbarazzo fa parte della vita, va raccontato e invece la parola ‘cringe’ serve come scudo per schermarsi, per dire ‘questa cosa non mi appartiene, non mi riguarda’. Il cringe è inversamente proporzionale all’anagrafe: i tredicenni che guarderanno Minerva troveranno cringe cose che gli attori ventenni non valuteranno tali”.

Piattaforma vs tv lineare

In tutto ciò, il ‘dove’ quanto conta? Il posto ideale per raccontare i 18enni di oggi sono le piattaforme, a dispetto della tv lineare?

Gli autori di Fomo, che hanno seguito per un intero anno scolastico i ragazzi, hanno notato che questi “non facevano zapping sui primi nove canali e usano la tv solo per giocare alla Play”.

Però è anche vero che il confine tra piattaforme e tv lineare “ai non addetti ai lavori sfugge”. E citano due esempi calzanti: “Il Collegio e Mare Fuori sono prodotti iniziati sulla lineare (Rai) e poi nel rimbalzo sulle piattaforme (Netflix e RaiPlay) e sui social sono esplosi.

La tv lineare non è esclusa dal processo di racconto dei giovani, ma finanzia meno progetti di questo tipo”.

Fomo e Minerva-La scuola si inseriscono così in una ampia evoluzione della serialità contemporanea dedicata alle nuove generazioni e caratterizzata da titoli di successo come Élite, Mare Fuori, Il Collegio, Skam, Euphoria e Prisma.

Produzioni, tutte, che affrontano la sfida del racconto dei giovani, che da tempo, davanti a una telecamera, hanno dimostrato di essere capaci di raccontarsi in autonomia.

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Massimo Galanto
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Giornalista, pugliese di nascita, romano d'adozione, scrive di televisione, media e spettacoli, ama il sarcasmo, detesta chi è privo di ironia. Lavora per RTL 102.5 e collabora con il quotidiano Il Messaggero.