Immigrazione nel racconto dei media: tra percezione e realtà

Di il 14 Marzo, 2026
Quando il racconto prevale sui fatti, l’immigrazione diventa uno specchio delle paure collettive più che della realtà
Estratto da: LA STAGIONE DELL’IDENTITA’. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare. FrancoAngeli Editore

Nell’immaginario comune gli immigrati vengono percepiti come maggiormente responsabili di atti criminali. Eppure, secondo lo studio “Immigration and Crime: An International Perspective”, realizzato dagli accademici Olivier Marie e Paolo Pinotti, in cui sono stati incrociati quindici anni di dati, dal 2002 al 2017, relativi ai flussi migratori e ai tassi di criminalità in 216 regioni di 23 Paesi europei, emerge che non c’è nessuna correlazione tra immigrazione e tassi di criminalità.  In alcuni casi, addirittura, i crimini sono diminuiti.

Alla luce di ciò potrebbe sorgere spontanea la domanda: perché si è creata questa percezione così negativa? Sicuramente dobbiamo distinguere tra stranieri regolari e irregolari, dove i secondi commettono più crimini dei primi. Se prendiamo in considerazione l’Italia, il numero di crimini commessi dagli immigrati regolari risulta in linea con quelli commessi dagli italiani.

Secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore nel novembre del 2025, il 34,7% delle persone denunciate, fermate o arrestate nel 2024 è di cittadinanza straniera. Naturalmente in questo dato ci sono anche violazioni minori, anche di natura amministrativa. Il vero elemento che fa la differenza e contribuisce ad associare criminalità e immigrazione è quello relativo ai reati predatori: furti, rapine e scippi. In questo caso, sempre secondo il Sole, i crimini sono commessi per il 60% da cittadini stranieri.

Inoltre, va considerato che il crimine commesso da uno straniero ha spesso maggiore risonanza e riceve maggiore biasimo rispetto a quello commesso da un italiano, che comunque è “uno di noi”. Non si possono neanche ignorare i diversi attentati terroristici avvenuti in Europa negli ultimi vent’anni, in primis a Parigi (2015) e a Bruxelles (2016), che hanno contributo a creare una percezione negativa degli immigrati musulmani.

Nella percezione di molti europei i tanti immigrati che giungono come richiedenti asilo portano con loro anche dei pericolosi terroristi. Il fatto che molti degli attentatori di Bruxelles e Parigi fossero nati e cresciuti in Europa peggiora ancora di più la percezione perché solleva molti dubbi sulla reale possibilità d’integrazione.

L’altro fattore determinante è la narrazione che i media costruiscono sugli immigrati e il modo in cui trattano, più in generale, il tema della migrazione, dedicando ampi spazi alla cronaca nera e pochissimo alle buone pratiche. Tutto ciò contribuisce a far sì che il percepito sia molto diverso dalla realtà. Ma, come sappiamo, il percepito è reale.

L’Europa è sempre stata un continente di emigrazione, le navi che partivano alla volta del nuovo mondo erano cariche di scozzesi, irlandesi, italiani, tedeschi, polacchi che cercavano fortuna, ma nel secondo dopoguerra è pian piano diventata anche terra di immigrazione. Ma quanto pesa oggi questa immigrazione? Veramente c’è un’invasione?

In realtà l’approccio degli elettori e dei cittadini è influenzato, oltre che dalla narrazione politica, anche dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui la percezione che si ha del fenomeno non corrisponde alla realtà.

Ma, come abbiamo oramai imparato, il percepito è reale, non possiamo pensare che un fenomeno, solo perché percepito e non reale, si possa ignorare o derubricare. Se esiste un percepito, quel percepito va affrontato. Le risposte razionali, fatte di cifre e statistiche, non basteranno a lenire un disagio o a sedare una paura.

Secondo l’Eurobarometro del 2022, il 68% degli europei sovrastima la reale quota di migranti presenti nel proprio Paese (Directorate-General for Migration and Home Affairs, 2025). In media, gli europei credono che il 16% della popolazione sia straniera, mentre in realtà la percentuale reale di immigrati extraeuropei è inferiore al 7%.

Infatti, secondo i dati Eurostat del 2024, circa il 93% delle persone che vivono in Europa sono cittadini UE, mentre i cittadini extra UE residenti sono 29 milioni di persone (6,45%). Nel 2019 erano 21 milioni (5%).

Anche in Italia la percezione è totalmente falsata. Secondo il report Ipsos del 2024, gli italiani credono che gli immigrati siano il 21% della popolazione mentre nella realtà sono circa il 9%. Secondo altri istituti il divario tra la percezione e la realtà è ancora più ampio.

Fonte: Freepick

Ma come e dove si formano queste opinioni gli europei? Sempre secondo l’Eurobarometro più della metà degli intervistati (56%) riceve informazioni su questi temi attraverso i media tradizionali (TV, radio, giornali), la seconda fonte più importante (15%) sono i social media e le reti online.

I media tradizionali raccontano questo fenomeno soprattutto in termini emergenziali: “emergenza”, “crisi”, “sbarchi” sono le parole maggiormente correlate ai temi dell’immigrazione, accompagnate da dichiarazioni dei politici che spesso si scontrano su questo tema. Sono pochi i momenti legati alle storie personali o di approfondimento sul loro contributo economico e lavorativo.

I media hanno un ruolo centrale nel determinare la percezione dell’immigrazione da parte delle persone. Svolgendo un ruolo di filtro, definiscono l’agenda-setting, per cui in base allo spazio e al tempo dedicato ai temi stabiliscono quali sono quelli più importanti. Più i media parlano di immigrazione e più il pubblico la percepisce come importante e urgente, a prescindere dalla realtà.

Naturalmente oltre alla quantità è importantissimo anche il modo in cui vengono raccontate alcune notizie, il cosiddetto framing. L’uso nei servizi giornalisti di termini come “minaccia”, “invasione”, “problema di sicurezza”, “clandestino”, “sbarchi”, “ondata” o “emergenza” contribuisce a far sì che nella percezione collettiva il migrante sia altro, estraneo e pericoloso.

Processo che gli studiosi definiscono othering. Il termine “othering” deriva dal verbo inglese “to other”, cioè “rendere altro, estraneizzare”. È un processo che prevede il costruire simbolicamente un gruppo come diverso, inferiore, estraneo definendo la propria identità in opposizione a quella di altri. Noi, italiani, contro loro, stranieri.

Inoltre, più i talk o i notiziari rilanciano episodi di cronaca nera o di tensione sociale, trascurando le esperienze positive, più il pubblico tende a collegare automaticamente immigrazione e criminalità. È il cosiddetto effetto crimigration, ossia la fusione tra discorso penale e discorso migratorio.

Ancora peggio sono gli effetti determinati dalle piattaforme digitali, che amplificano contenuti emotivi e divisivi. Notizie dei reati commessi da immigrati o immagini di sbarchi diventano virali molto più delle storie positive di integrazione. Il tutto arricchito da fake news, numeri gonfiati e presunti privilegi concessi agli stranieri a discapito degli italiani. Tutto questo è ulteriormente amplificato dalle echo chamber, camere dell’eco, dove le persone condividono solo opinioni e notizie che rafforzano le proprie convinzioni.

Fonte: Freepick

Il tema dell’immigrazione, al netto della sua grande complessità, è ideale per aizzare gli animi e cavalcare campagne di disinformazione che poi condizioneranno l’approccio delle persone, più propense a misure di contrasto e chiusura che di integrazione, ed il risultato elettorale.

L’impatto dei media è evidente se si considera il consenso enorme che raccoglie Alternative fur Deutschland (AfD) nella Germania orientale, dove risiede una percentuale di stranieri nettamente inferiore alla media nazionale tedesca. Lo stesso vale per molte aree rurali di diversi Paesi europei, dove l’esperienza migratoria arriva attraverso la narrazione dei media e della retorica politica populista e xenofoba più che da reali esperienze quotidiane.

Lo stesso Trump alle elezioni del 2016, con la sua campagna anti-immigrati, raccolse più voti proprio nelle aree dove era minore la loro presenza. Proprio su questo sentimento di inquietudine, che questa percezione suscita, i partiti nazionalisti e populisti hanno costruito la propria fortuna elettorale.

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Domenico Petrolo
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Domenico Petrolo, laureato in Comunicazione politica, ha iniziato la sua carriera nel mondo della cultura, per poi dedicarsi alla comunicazione e alla strategia elettorale, partecipando a numerose campagne nazionali e locali a fianco di diversi leader politici. Dal 2015 al 2018 ha coordinato la campagna 2×1000 per il Partito Democratico nazionale e le attività di raccolta fondi di varie realtà associative. Nel 2024 ha pubblicato, insieme a Lorenzo Incantalupo, Chi mi ama mi voti (Guerini e Associati). Oggi è fondatore e direttore di Cuntura, società che si occupa di strategia, comunicazione, pubbliche relazioni, networking e diplomazia. Cresciuto a Pernocari, vive tra Roma e Firenze.