Alla vigilia delle midterm Trump cerca nuovi influencer

Di il 31 Ottobre, 2026
Candidati repubblicani e podcaster conservatori prendono le distanze dal presidente, mentre la campagna si sposta su una rete di piccoli creator
Immagine di copertina: Donald Trump. Fonte: Shutterstock

A meno di una settimana dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, Donald Trump ha cominciato a temere il risultato del voto e le distanze che una parte del Partito Repubblicano sta prendendo da lui.

Il presidente, però, non ha accettato di restare ai margini e ha cercato di essere protagonista fino agli ultimi giorni di campagna, puntando ad aumentare l’affluenza negli Stati storicamente repubblicani usando la propria immagine.

Una scelta che finora sembra aver mobilitato più gli elettori democratici che quelli repubblicani, e che ha lasciato Trump sempre più isolato. I candidati del suo partito hanno preso le distanze, i commentatori di destra evitano di nominarlo e, dall’altra parte del campo politico, gli attacchi hanno raggiunto i livelli più alti.

Allo stesso tempo, secondo il New York Times, alla Casa Bianca lo staff ha iniziato a scoraggiarsi e le divisioni interne si sono fatte più evidenti, mentre Trump ha ristretto sempre di più il cerchio dei collaboratori.

Donald Trump. Fonte: Flickr

La distanza dei candidati repubblicani

Come ha riportato Politico, nelle ultime settimane i candidati repubblicani hanno esitato a ospitare il presidente durante i propri comizi e lo hanno menzionato sempre meno nei propri spot. In Michigan, lo staff di Trump ha persino annullato una tappa, dopo che i candidati locali si erano divisi sull’opportunità di farsi vedere al suo fianco.

La stessa dinamica emerge dai dati sulla spesa elettorale: i democratici hanno investito 145 milioni di dollari in spot che menzionano Trump, i repubblicani appena 8. E anche quando il presidente compare negli spot del suo partito, spesso è per sottolineare le differenze tra il candidato e l’amministrazione, soprattutto sulla guerra in Iran o sugli Epstein files.

Il problema maggiore per Trump è il tema centrale di queste midterm, l’inflazione.

Infatti, molti elettori collegano il costo della vita proprio alla guerra in Iran e alla politica dei dazi, identificate come scelte personali di Trump e portate avanti senza un vero confronto con il Congresso.

Per i candidati repubblicani, associarsi al presidente significa quindi associarsi anche al costo della vita.

Allontanarsi del tutto, però, non è un’opzione.

La base MAGA infatti resta forte e legata a Trump, come ha mostrato un sondaggio di Politico, e il suo peso nel portare quei voti alle urne non può essere sottovalutato. Il presidente, dal canto suo, ha continuato a parlare delle midterm e a organizzare comizi negli Stati chiave, come se questo distacco non esistesse.

Podcaster e piccoli creator

Una distanza simile si è aperta con i podcaster e i commentatori di destra.

Infatti, le menzioni a Trump nei podcast conservatori sono passate da circa 40 all’ora durante la campagna del 2024 a circa 12.

Allo stesso tempo, Axios ha riportato un calo di popolarità di Joe Rogan e dello stesso Carlson, soprattutto tra i giovani uomini. Una fascia di elettori che non è particolarmente entusiasta neanche dei democratici, e il cui sostegno potrebbe rivelarsi decisivo il 3 novembre.

Così, se nel 2024 i podcast sono stati centrali, in queste midterm il loro ruolo sembra essere passato agli influencer.

Secondo un sondaggio di Morning Consult riportato da Business Insider, il 26% degli americani dichiara che il proprio voto è stato influenzato da influencer e content creator.

Dopo la televisione e YouTube, è arrivata quindi l’era dell’informazione politica su TikTok e Instagram.

Il fenomeno attraversa entrambi gli schieramenti.

Lo youtuber Jake Paul ha partecipato a un comizio di Trump in Ohio ed è intervenuto al Pentagono, mentre lo streamer Hasan Piker si è rivelato un alleato prezioso per Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan.

I nomi noti, però, raccontano solo una parte della campagna.

Come ha raccontato il New York Times, nelle ultime settimane i social si sono riempiti di video politici pubblicati da creator con pochi follower.

Una strategia che punta sul volume dei contenuti e costa meno, perché questi post vengono pagati poco.

Interessante da notare poi come, a differenza di alcuni podcaster centrali nella campagna del 2024, molti di questi creator non nascono come voci politiche. In questo modo permettono di raggiungere un pubblico che i commentatori politici non intercettano.

Sarah Longwell, stratega politica ed editrice di The Bulwark, ha colto gli effetti di questa dinamica nelle centinaia di focus group condotti dal 2016 con gli elettori di Trump.

Sempre più spesso, ha spiegato ai microfoni di The Ezra Klein Show, gli intervistati non sanno dire da dove arrivi un’informazione politica che hanno appena ripetuto, perché vengono bombardati di contenuti sui social senza fare caso alla fonte.

Joe Rogan free Flickr

Joe Rogan. Fonte: Flickr

Un ibrido tra intrattenimento e politica

Al di là di come andrà il voto, questa tornata elettorale ha già fatto emergere alcune dinamiche comunicative importanti.

I podcaster che avevano appoggiato Trump hanno pagato un prezzo in termini di seguito e popolarità, e oggi ne parlano sempre meno. Nel frattempo, la campagna ha spostato il peso dal nome e dal numero di follower alla presenza costante.

Così, gli elettori sono esposti senza sosta a contenuti politici che servono più a tenere il dibattito aperto e in movimento che a orientare direttamente il voto. Podcast e siti di commento politico erano spazi aperti a una platea molto ampia, ma pur sempre politici. Oggi meme, video comici e intrattenimento si sono fusi con la politica in un ibrido.

È una delle tesi di The New Dark Ages, il libro dell’editorialista del Times James Marriott: la capacità di concentrazione si è ridotta, e per questo si punta su prodotti misti e soprattutto brevi.

In questa logica, cento video da trenta secondi possono veicolare in maniera meno ‘seria’ lo stesso messaggio di un podcast di un’ora.

Il voto del 3 novembre sarà soprattutto un test di mobilitazione.

Nel 2024 Trump aveva portato alle urne una parte dell’elettorato poco attiva e distante dalla politica, raggiunta proprio attraverso i podcast e i nuovi media. Senza il presidente sulla scheda, e con quei canali in calo, i repubblicani dovranno convincere gli stessi elettori a tornare a votare.

Una parte decisiva di questa partita potrebbe giocarsi lontano dai comizi del presidente, nei feed di TikTok e Instagram, tra i video di creator che fino a poco tempo fa non parlavano di politica.

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Rocco De Carolis
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Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di comunicazione politica e dinamiche digitali dell'informazione. Studia International Security alla Paris School of International Affairs (PSIA) di Sciences Po, dopo la laurea conseguita in Global Humanitarian Studies all'UCL con First Class Honours. Ha conseguito un diploma in Global Security presso l'ISPI e cura il Substack del Council for Countering Online Disinformation. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con attenzione al sistema politico e mediatico angloamericano.