Immagine di copertina: Donald Trump. Fonte: Shutterstock
La maledizione di un conflitto di cui non si vede la fine non solo evoca negli americani una delle pagine più buie della loro storia recente, la guerra in Vietnam, ma accelera pure lo smottamento di quella base MAGA – acronomo di Make America Great Again – che aveva vittoriosamente riportato Donald Trump alla Casa Bianca credendo alla promessa che il tycoon avrebbe, proprio come durante il primo mandato, fatto calare il sipario sull’imperialismo americano per concentrarsi sulle vicende squisitamente interne.
L’Iran prende tempo, ma Trump ne ha ancora?
Si è già scritto, proprio su queste pagine, come almeno a livello di comunicazione, l’attuale conflitto sia stato vinto anche con una certa disinvoltura dall’Iran grazie a una propaganda social capace di intercettare meglio l’opinione pubblica occidentale.
Washington e Tel Aviv risultano invece i due grandi sconfitti, anche perché sulle loro azioni militari incombe l’onta di possibili crimini di guerra. Sebbene Teheran abbia subito bombardamenti a tappeto, l’intelligence statunitense sostiene che abbia gli arsenali di fatto integri.
Si comprende insomma perché millanti di non avere fretta di seppellire l’ascia di guerra sotto accordi che non le siano congeniali. Trump invece non fa mistero di voler chiudere la partita il prima possibile.
Una irritazione crescente che ne esaspera quotidianamente i modi. “Non mi piace la loro lettera. È inappropriata. Non mi piace la loro risposta”, ha sbottato il presidente americano durante una breve telefonata con Axios, in merito al responso dell’Iran sulla proposta di un memorandum per chiudere la guerra.
Sul suo social aveva reagito pure peggio: “Ci hanno presi in giro per 47 anni, ora non rideranno più”.

Donald Trump. Fonte: Flickr
Quel secondo round che terrorizza Trump
Il solo alleato di Donald Trump in questa guerra, Benjamin Netanyahu, scalpita da tempo perché si riprenda a combattere.
Inseguito da un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità per le vicende di Gaza, il Primo ministro israeliano intende andare avanti sul nuovo fronte convinto, ha dichiarato alla Cbs, che la caduta degli Ayatollah a Teheran comporterà il crollo “come un’impalcatura” dei gruppi filo-iraniani in Yemen, degli Houthi, di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano.
Insomma, promette alla sua popolazione che si è ormai al bandolo della matassa: non tirarlo sarebbe un’occasione persa che Tel Aviv rischia di rimpiangere a lungo.
La stampa iraniana mostra i denti
E pure la stampa iraniana, assoggettata ai capricci del regime, è tornata a mostrare i denti al nemico.
Il quotidiano Kayhan, ritenuto a lungo house organ della defunta Guida Suprema, Ali Khamenei, annuncia minaccioso: “I missili e i droni del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione sono puntati contro navi e basi nemiche”. Gli fa eco la testata conservatrice Hamshahri Tehran, che parla apertamente della “zona di guerra iraniana”.
Ancora più enfatico Resalat che scrive: “La macchina da guerra americana non può resistere alla potente ondata dell’offensiva iraniana nel Golfo”. Un altro quotidiano, Iran, spiega alla popolazione che “negoziare non significa arrendersi” e che “la palla è ora nel campo di Washington”.
Infine, Jam-e Jam parlando delle “direttive del Comandante”, riferendosi alla nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, avverte: “Le forze armate sono in attesa dell’ordine di aprire il fuoco”.
Insomma, né Israele né l’Iran paiono tirarsi indietro di fronte alla prospettiva di una ripresa dei combattimenti. Ma gli USA che ne pensano?
Trump deve fare i conti coi suoi
Di colpo, Trump appare il meno belligerante, nonostante poche settimane fa minacciasse persino di cancellare l’Iran dalle mappe.
E mentre sui suoi social schiaffeggia ormai pure Fox News – segno del livello di tensione raggiunto dal presidente USA – e contestualmente prova a solleticare i suoi elettori con discorsi declinati sull’America First, appare ormai evidente che lo strappo col mondo MAGA è consumato.
“Nulla ha diviso la coalizione Make America Great Again più di questa guerra di scelta con l’Iran”, il commento che suona da epitaffio di Curt Mills, direttore esecutivo della rivista The American Conservative ripreso dal Financial Times.
Carlson di nuovo all’attacco
Lo ribadisce pure in una torrenziale intervista al New York Times uno dei punti di riferimento del movimento, Tucker Carlson, così estremista da essere stato licenziato da Fox e da vantare nel proprio giro d’amici leader politici non proprio popolari come Vladimir Putin e Viktor Orbán, ma soprattutto da prestare la propria piattaforma podcast all’influencer nazista-groyper Nick Fuentes.
Qualche settimana fa proprio durante la live del The Tucker Carlson Show nella quale ospitava il fratello, Buckley Carlson (spin doctor dei repubblicani e dello stesso Trump nel 2015), aveva persino fatto ammenda con gli americani per aver appoggiato la candidatura di Trump.
Make Israel Great Again?
Tutta colpa della guerra in Iran, appunto: “Quando è diventato chiaro che stavamo imboccando la strada verso un cambio di regime in Iran, sono rimasto sconcertato”, ha detto al NY Times.
“Ero molto turbato. Non perché io sia fedele all’Iran, ma perché pensavo che sarebbe stato terribile per gli Stati Uniti, come poi è stato, persino peggio di quanto immaginassi. Ma riuscivo a capire esattamente dove si stesse andando a parare”.
Per Carlson Trump si sarebbe anche lasciato convincere da “continue telefonate da parte di donatori e persone influenti sul presidente: Rupert Murdoch, Miriam Adelson, e poi una piccola costellazione di influencer, a cominciare da Mark Levin e Sean Hannity che spingevano il presidente a farlo, dicendogli che sarebbe passato alla storia, che avrebbe salvato e redento Israele o qualcosa del genere”.
Il “muro” di Israele divide la destra USA
Ma soprattutto il presidente USA sarebbe “ostaggio” del Primo ministro israeliano “Benjamin Netanyahu”, inteso dal peso massimo della galassia MAGA come “l’unica persona a cui Trump non ha potuto dire: ‘Ehi, calmati o ti taglieremo i fondi e il tuo Paese crollerà in circa 10 minuti’: Israele non può difendersi senza gli Stati Uniti, nonostante la propaganda che potreste aver sentito”, commenta l’ex anchorman di Fox.
Ne sarebbe una prova il fatto che “Trump si è persino rifiutato di criticare Netanyahu in pubblico”. Un fatto che fa trasalire Carlson: “State scherzando? Questa è schiavitù. Questo è il controllo totale di un uomo da parte di un altro. Una questione tra Trump, Bibi e Dio ma come cittadino americano quello è il nostro presidente eletto, il cui compito è proteggere il nostro Paese, i nostri interessi e la nostra economia. E lui pensa prima di tutto a Israele. Questo è oltraggioso”.
Della medesima lunghezza d’onda pure James Fishback, trentunenne candidato alle primarie repubblicane per la poltrona di governatore della Florida, dalle vedute così ampie che ha proposto di tassare la visione di porno con una “sin tax”, ovvero imposta sul peccato.
“È sbagliato ed è malvagio guardare una famiglia negli occhi e dire che non ci sono soldi per voi, ma ci sono 5 miliardi di dollari da dare a Israele per perpetrare un genocidio”, ha affermato ‘tra gli applausi scroscianti’ (viene sottolineato dal Financial Times) degli studenti dell’Università della Florida Centrale, a Orlando.
Ma le posizioni anti Tel Aviv di Fishback vanno oltre la retorica, dal momento che il politico repubblicano si è inoltre impegnato a disfarsi delle obbligazioni israeliane detenute dalla Florida e a utilizzare il denaro ricavato dalla loro vendita per creare un fondo che aiuti le giovani coppie sposate ad acquistare la prima casa.
La caduta del Daily Wire di Ben Shapiro
L’appoggio incondizionato a Israele è insomma ormai divisivo per la destra americana, che ha paura di avere eletto un commander in chief teleguidato da Tel Aviv.
E rischia inoltre di costare caro pure all’impero editoriale online d’ultradestra noto come Daily Wire di Ben Shapiro, uno degli esponenti più estremisti e filo-israeliani che si possano ancora trovare oggigiorno tra i sostenitori di Trump.
“Shapiro – puntualizza il Washington Post in un’interessante analisi sull’ascesa e sulla possibile caduta del Daily Wire – è ebreo” ed “è un convinto difensore di Israele e dei suoi stretti legami con gli Stati Uniti, il che lo pone in contrasto con una fazione conservatrice che sostiene che la questione sia in conflitto con gli ideali dell’America First”.

Ben Shapiro. Fonte: Flickr
Chi sorpassa a destra chi
Il podcast in cui Shapiro continua a difendere le posizioni trumpiane e l’asse con Tel Aviv sprofonda ormai nella quarta fila della classifica di Spotify, ampiamente surclassato per ascolti, per esempio, dal programma di una vecchia conoscenza del Daily Wire, ovvero Candace Owens (a bordo della piattaforma fino al marzo 2024) che qui in Europa conosciamo soprattutto per le sue balzane teorie secondo le quali che Brigitte Macron sarebbe un uomo e che la coppia presidenziale francese la vorrebbe morta.
Sempre nella medesima classifica stazionano assai più in alto pure i programmi di due ex volti Fox ed ex trumpiani “di ferro” Megyn Kelly e del già citato Carlson. Inoltre, le visualizzazioni di Ben Shapiro su YouTube sono crollate di quasi il 70% da dicembre 2024, secondo il sito di monitoraggio video VidIQ.
Lo smottamento non è nemmeno più carsico, ripercuotendosi anche sui conti del Daily Wire che nel periodo immediatamente precedente si erano invece gonfiati come non mai, insufflati di retorica MAGA.
Aver sostenuto a oltranza la “santa alleanza” tra Trump e Netanyahu oltre ad aver fatto crollare lo share ha reso ballerini i bilanci, con i primi licenziamenti avvenuti già nel marzo del 2025, più o meno in contemporanea con le dimissioni dell’ex Ceo e co-founder Jeremy Boreing, mentre ora la realtà editoriale avrebbe tagliato il 13 per cento del personale.
Veleni tra MAGA e America First
Una rivincita per Candace Owens, cacciata dal Daily Wire per le sue posizioni ritenute dalla dirigenza ‘antisemite’: “Sono diventati proprio ciò che dicevano di voler combattere entrando in questo settore”, ha commentato la star afroamericana del mondo MAGA.
Il loro messaggio è diventato “lezione, lezione, lezione, lezione, tutti sono terribili tranne me”, ha aggiunto, “e la gente non vuole vederlo. Non è interessante. Non voglio sentirmi fare la predica tutti i giorni”.
Il crollo del Daily Wire è però soprattutto una pesante sconfitta per Donald Trump che sta perdendo ormai la sua presa su quegli amplificatori online che avevano contribuito alla propria rielezione.
Con ogni probabilità il tycoon ormai accetta interviste da chiunque, a iniziare dai bistrattati media tradizionali, proprio per sopperire alla perdita di influenza nell’etere.
Una guerra civile americana 2.0
Anche perché i pochi podcaster che ancora militano tra le file di Trump, ossia Mark Levin, Ben Shapiro e Laura Loomer, non sono granché d’aiuto e, più che concentrarsi sulla narrazione anti Ayatollah per giustificare la continuazione di una guerra che il mondo MAGA non vuole, continuano a bersagliare i propri ex compagni di movimento.
Come ricorda FT, nell’ultimo periodo Loomer ha accusato Carlson di essere “malato di mente” e, non contento, pure una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
Levin lo ha definito un “traditore”, affermando che lui e altri scettici sulla guerra, come Kelly, l’ex stratega capo di Trump Steve Bannon e Alex Jones, fondatore del sito web di estrema destra Infowars, sarebbero “consumati” dall’odio per gli ebrei e fornirebbero nientemeno che “aiuto e conforto al nemico” dell’America. Ovvero all’Iran.
E in un universo in cui il machismo ti spalanca ancora le porte dello Studio Ovale, è ben più di una sparata degna delle elementari il soprannome che Kelly ha affibbiato a Levin: “Mark Micropene”.
Se non ci fossero di mezzo un conflitto dai contorni ancora ignoti, presunti crimini di guerra e decine di migliaia di morti, ci sarebbe quasi da ridere.




