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La Mostra del Cinema di Venezia ha appena chiuso i battenti della sua edizione numero 83, che ha visto Woman Unknown di May el-Toukhy vincere il Leone d’Oro in una competizione dalla forte connotazione anti-hollywoodiana, eppure estremamente sintonizzata con le forme e gli andamenti dell’industria di cui il Festival resta uno dei principali protagonisti.
La selezione dei film in gara alla Mostra – ancora sotto la salda direzione artistica di Alberto Barbera – ha voluto allontanarsi dalle altisonanti logiche industriali statunitensi in un anno che vede gli Studios contendersi le quote di potere e rilasciare titoli ad altissimo budget per arginare il pericoloso e progressivo allontanamento del pubblico dai principali franchise multimediali.
Al contempo, Venezia porta avanti il suo filone discorsivo attento ad integrare, implementare e potenziare tendenze che diventano via via asset imprescindibili dell’industria, armonizzandoli al meglio con il ruolo che un’istituzione festivaliera come la Mostra vuole mantenere all’interno dell’ecosistema delicato della filiera cinematografica.
In questo solco si colloca la sempre avveniristica selezione di titoli in Realtà Virtuale ed Estesa – quest’anno nominata Venice Immersive – che si pone almeno un paio d’anni in avanti rispetto ai prodotti del genere già presenti sul mercato.
E nello stesso solco si pone la crescente presenza del mondo dei creator all’interno della kermesse, quest’anno particolarmente integrato per via della partnership della Mostra con YouTube, vero e proprio soggetto disruptive degli equilibri tradizionali dell’industria.

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I creator e la filiera cinematografica
Guardando a YouTube e all’industria, i primi esempi che vengono in mente oggi sono i casi di Backrooms e Obsession che hanno mostrato come due creator possano diventare protagonisti del box office attraverso una meticolosa cura delle proprie community e una gestione dei budget ricalcata sulle esigenze delle produzioni grassroots.
Se questi casi fanno facilmente pensare a una nuova finestra di crescita del panorama indipendente attraverso gli apparentemente liberi spazi della Rete, va detto che non è ancora spingendo in questa direzione che Venezia sembra voler integrare la presenza di YouTube, rimarcando nelle proprie selezioni di concorso un’immagine di industria solida e “canonica”.
È invece la dimensione testimoniale quella che la Mostra sembra ritenere il vero valore aggiunto della presenza dei creator e dei loro spazi digitali all’interno della vita del Lido.
Con i loro contenuti dal portato capillare e capaci di intercettare specifiche porzioni della macro-community cinefila, i creator diventano eccezionali strumenti divulgativi per raccontare con efficacia le diverse fasi che punteggiano la vita produttiva, distributiva e promozionale di un film, potenziando quindi la risonanza del Festival stesso come istituzione all’interno della filiera.
Il ruolo della Mostra nell’industria
Va infatti ricordato quale sia nell’effettivo il ruolo di un festival del cinema, a prescindere dalla dimensione e dall’aspetto che consolida negli anni: quello di presentare e, di conseguenza, di promuovere i titoli che andranno a costruire l’ossatura della proposta cinematografica dell’anno a venire.
Certo, con questo, a seconda della tenuta istituzionale e discorsiva del Festival stesso, il ruolo della kermesse diventa anche quello di orientare gli equilibri produttivi – cosa significa pensare un film “da portare a Venezia”? – e dare un’immagine di quella che è la dimensione artistica dell’industria.
Ma è innegabile che, nelle sue varie incarnazioni, Venezia resti una straordinaria vetrina di diffusione e promozione delle proposte cinematografiche globali. In questo, la missione del Festival è quella di far raggiungere a più persone possibili – e più varie possibili – la propria selezione, utilizzando al meglio i mezzi a disposizione nel mercato.
Quest’anno ha infatti segnato il quindicesimo consecutivo di partnership tra la Mostra e la piattaforma MyMovies per fruire nella speciale Sala Web dei film della selezione Orizzonti – quella che quest’anno ha visto più direttamente coinvolti i creator. Nel 2020, in epoca di lockdown, questo si rivelò fondamentale per la vita del Festival e continua ancora oggi a rendere accessibile a un pubblico vastissimo una delle selezioni più preziose e “rare” della Mostra.
La presenza dei creator e la partnership con YouTube si muove quindi nella stessa direzione: far conoscere i titoli, raccontarne la vita dentro e fuori il Lido, creare attesa e desiderio per la loro distribuzione al di là della kermesse.
Un esempio evidente si ha andando a visitare il canale YouTube della Mostra stessa, dove, oltre ai daily delle giornate di Festival, alle conferenze stampa e alle dirette della cerimonia, trovano uno spazio pregiato e di rilievo i risultati dell’iniziativa Biennale College Cinema, a rimarcare la fondamentale missione divulgativa cui aspira la Mostra.

Melissa Ferretti Peretti, Vice President e Country Manager di Google Italia, e Mia Ceran, giornalista. Fonte: ufficio stampa Google Italia
YouTube, Venezia e l’integrazione degli apocalittici
È comunque facile immaginare che per YouTube tra tutti la presenza integrata all’interno della vita di Venezia porti con sé di più di una semplice volontà divulgativa, considerando l’abile capacità del variegato spazio audiovisivo a guida Alphabet di porsi all’interno dei più recenti discorsi di disruption industriale.
In sostanza, dopo aver ottenuto alcune straordinarie conferme al botteghino e aver riaffermato la propria immagine di alternativa alle logiche tradizionali di selezione degli autori e dei contenuti di successo, YouTube sembra cercare il riconoscimento istituzionale (lo dimostra anche la presenza del Sindaco di Venezia nella conferenza di presentazione delle iniziative) e artistico.
Quest’anno sono stati tre i progetti di creator della scuderia di YouTube a trovare uno spazio dedicato al Lido – al momento ben confinato – frutto della partnership con la Mostra e non è da escludere che questo si traduca in futuro in un’integrazione sempre più organica e strutturata.
Va infatti sottolineato come Venezia sia da tempo il contesto festivaliero più aperto e capace di portare al proprio interno tutto ciò che i discorsi industriali faticano a ritenere propriamente “cinema”, per poi vedere in poco tempo la visione profetica della Mostra confermata dai fatti, dagli investimenti finanziari e dal pubblico.
Dopotutto, nel 2018 Venezia ha aperto le proprie sale ai portali streaming nel concorso principale, arrivando a conferire a Netflix e al suo Roma (firmato da Alfonso Cuarón) il Leone d’Oro in un periodo in cui Cannes non ammetteva quelle produzioni nelle proprie selezioni.
Al contempo, oltre alla già citata selezione di esperienze XR, prende sempre più spazio in Mostra la presenza di produzioni seriali di alto profilo, spesso legate ad eccellenze industriali nazionali, che accentuano la sfumatura dei confini tecnici, formali ed estetici tra cinema e serie.
Con questo, come si è detto, non si vuole ancora vedere nella partnership tra Venezia e YouTube una consacrazione della piattaforma di video sharing a baluardo industriale o nella presenza integrata dei creator al Lido una resa della Mostra alle logiche del digitale.
Tuttalpiù si riconferma il ruolo del Festival come luogo di dialogo e di incontro tra le diverse anime della filiera senza pregiudizi ideologici, in cui lo sfaccettato universo di ciò che chiamiamo “cinema” viene presentato, mostrato, raccontato e abitato con l’obiettivo di restituirne l’immagine più sincera e solida possibile.
Con questo bisogna ricordare che gli obiettivi di YouTube e in generale degli spazi in cui operano i creator digitali coincidono con le esigenze della filiera industriale solo quando quest’ultima garantisce persistenza di pubblico all’interno delle piattaforme, vista la crescente e non poco preoccupante importanza dell’economia dell’advertising che ne sorregge l’esistenza.
È quindi necessario per gli attori stabili dell’industria audiovisiva tenere sempre un occhio vigile sugli equilibri e gli interessi che muovono la presenza attiva di realtà “altre” rispetto alla filiera, come d’altronde già accade nei confronti di quegli Studios che fanno della produzione filmica un asset speculativo per la propria presenza discorsiva, culturale e finanziaria.




