Immagine di copertina: Stephen Colbert. Fonte: Shutterstock
Dopo meno di un anno dalla fusione tra Paramount, compagnia madre della CBS, e Skydance Corporation, guidata da David Ellison, figlio del cofondatore di Oracle Larry Ellison, la storica emittente televisiva americana sta vivendo un processo di cambiamento radicale.
La fusione è avvenuta ad agosto 2025, ma la strada per arrivarci era stata tutt’altro che lineare.
L’accordo era stato raggiunto nell’estate del 2024, e la FCC, l’ente regolamentativo americano di radio e televisioni, aveva approvato l’operazione solo a fine luglio del 2025. Tra i motivi dell’attesa, le pressioni dell’amministrazione Trump per alcuni cambiamenti editoriali e una causa presidenziale collegata ai tagli al montaggio di un documentario-intervista a Kamala Harris trasmesso da 60 Minutes.
Completata la fusione, Ellison è diventato amministratore delegato del nuovo gruppo e ha utilizzato la propria posizione per influenzare la linea editoriale. Da allora, la CBS è finita al centro di diverse critiche che la descrivevano come un’emittente sempre più politicizzata.
Nelle ultime settimane, la fine del Late Show di Stephen Colbert e i cambiamenti ai vertici di 60 Minutes hanno riportato l’emittente sotto i riflettori.
Svolta conservatrice
Il processo di rinnovamento della CBS è iniziato a ottobre dello scorso anno, quando Paramount ha acquisito la testata digitale The Free Press, fondata e diretta da Bari Weiss, giornalista con un passato al New York Times e al Wall Street Journal.
In seguito all’accordo, del valore di 150 milioni di dollari, Weiss ha mantenuto il ruolo di amministratore delegato di The Free Press e al contempo è diventata direttrice editoriale della CBS, nonostante non avesse alcuna esperienza televisiva.
L’accordo, tuttavia, è stato visto come peculiare per la struttura societaria che ha creato. Infatti, Weiss avrebbe riferito direttamente a Ellison in qualità di amministratore delegato del gruppo. Una gerarchia insolita per il mondo dei media.
Diversi osservatori dell’industria avevano letto in questa mossa una svolta verso l’area conservatrice, da parte di un’emittente storicamente imparziale e apolitica.
Negli ultimi mesi quella previsione si è rivelata fondata.
A febbraio, durante una conferenza a Londra organizzata dall’Alliance for Responsible Citizenship, Weiss ha pronunciato un discorso molto duro, condannando quella che ha definito una svolta illiberale della sinistra americana e dichiarando che l’estremismo del Partito Democratico ha annullato il centrosinistra negli Stati Uniti.
Senza mai riferirsi esplicitamente alla cultura woke, ha sostenuto che il Partito Democratico ha alimentato una cultura della censura, un “rogo delle streghe” che ha prodotto una moda della “stigmatizzazione del buon senso”.
Questo discorso riflette la direzione editoriale che Weiss ha impresso alla CBS, sempre più compiacente verso l’amministrazione Trump.
A gennaio, a opporsi pubblicamente a questa linea era stato l’ex conduttore David Letterman, secondo cui Weiss stava distruggendo la reputazione e l’integrità su cui il successo dell’emittente era stato costruito.
La questione, però, non è soltanto ideologica.
Weiss sostiene di voler cambiare l’intera organizzazione, convinta che la CBS, puntando esclusivamente sul pubblico della televisione tradizionale, non avrebbe avuto futuro.
Forbes sottolinea come i problemi editoriali e di pubblico invocati da Weiss come giustificazione siano di fatto inesistenti, e suggerisce che la nuova direzione editoriale sia piuttosto frutto di pressioni politiche da parte della Casa Bianca.

Bari Weiss. Fonte: Flickr
Un produttore senza esperienza
L’ultima mossa di Weiss è stata la nomina di Nick Bilton come nuovo produttore esecutivo di 60 Minutes, l’unico programma che, in un momento difficile per la CBS, continuava a portare ascolti: rispetto all’anno precedente, lo storico appuntamento domenicale ha registrato un +9%.
In un’intervista a Semafor, a Bilton è stato chiesto se avvertisse la pressione della propria inesperienza nella televisione tradizionale. Ha risposto che l’idea originale di 60 Minutes era quella di produrre brevi documentari, un format con cui ha già lavorato per Netflix e HBO.
La sua mancanza di esperienza televisiva, ha aggiunto, gli permetterà di operare da outsider, con più libertà di riforma e senza i vincoli di chi è cresciuto in quel mondo.
In linea con Weiss, Bilton sostiene che 60 Minutes debba allargare lo spettro degli argomenti e rafforzare la propria presenza digitale.
Nonostante sia un’istituzione nel panorama mediatico americano, il programma si è finora limitato a uno slot domenicale di un’ora settimanale, e per mantenere la propria rilevanza sarebbe necessario rinnovare l’offerta.
È un argomento già sollevato da altri.
A febbraio, durante l’evento “Trust in the Media” organizzato da Semafor, Kristen Welker, conduttrice di Meet the Press, aveva sottolineato come i programmi domenicali non riescano più a competere con la reattività dei podcast e dei formati digitali, continuamente aggiornati.
Weiss usa questo cambiamento strutturale come cornice per difendere la propria scelta: Bilton sarebbe la figura giusta perché ha saputo rinnovarsi, navigando lo storytelling attraverso media diversi, dalla stampa ai documentari fino alla narrativa non-fiction, e grazie alla sua lunga esperienza come giornalista tecnologico è in grado di interpretare i trend dei new media.
Faide interne
Nonostante le dichiarazioni di Weiss, il team editoriale di 60 Minutes non sembra condividere l’entusiasmo per la nuova direzione.
Le prime critiche sono arrivate dall’ormai ex corrispondente Sharyn Alphonsi. A dicembre il suo segmento sulle torture nelle prigioni di El Salvador era stato cancellato da Weiss, poi rimesso in onda a gennaio con commenti aggiuntivi forniti dall’amministrazione.
In seguito, il suo contratto non è stato rinnovato.
Alphonsi ha risposto con una lunga dichiarazione pubblica, sostenendo che la decisione non fosse frutto di normali valutazioni aziendali, bensì di calcoli politici legati al suo rifiuto di cedere alle interferenze editoriali.
Nella stessa dichiarazione ha affermato che la direzione editoriale della CBS non è più guidata dai valori di trasparenza e giornalismo indipendente, ma da logiche aziendali e politiche.
Scott Pelley, una delle voci principali del programma, ha cominciato a sua volta a criticare apertamente Weiss da quando Alphonsi e Cecilia Vega, un’altra corrispondente della CBS, sono state licenziate in quello che lui stesso ha definito il “Martedì nero” dell’emittente.
Con l’arrivo di Bilton le critiche di Pelley si sono inasprite. Secondo il New York Times, avrebbe accusato Weiss di aver “assassinato” 60 Minutes con le sue decisioni.
Lunedì 1 giugno, durante il primo incontro con Bilton di cui il New York Times ha ottenuto una registrazione, i due sono stati protagonisti di un acceso scambio.
Bilton ha presentato la sua visione, sostenendo che 60 Minutes sia un’istituzione straordinaria, ma che il mezzo attraverso cui viene trasmessa sia ormai obsoleto. Pelley ha replicato che non è così, che entrambi non hanno le qualifiche necessarie, che non capiscono quello che stanno facendo e che stanno lentamente distruggendo il programma.
Nonostante Charles Forelle, stretto collaboratore di Weiss, avesse chiesto a Pelley di abbassare i toni, Bilton ha lasciato la stanza annunciando che avrebbe incontrato individualmente ogni membro del team editoriale nei giorni successivi.
Una volta uscito, i presenti avrebbero applaudito Pelley.
Il supporto della redazione non è bastato però a far mantenere il posto al corrispondente. Infatti, proprio ieri Pelley è stato licenziato tramite un’email, ottenuta dal Financial Times, in cui Bilton ha terminato ‘per giusta causa’ il contratto, dichiarando che il suo comportamento ha dimostrato totale mancanza di interesse per il futuro del programma e totale incapacità di collaborazione civile.
Come riportato da Axios, Pelley è il quinto membro di 60 Minutes ad essere allontanato dalla redazione dall’inizio di maggio, dopo le quisopra citate Vega e Alphonsi, lo storico corrispondente con un’esperienza ventennale nel programam, Anderson Cooper, e la produttrice esecutiva Tanya Simons, che aveva a sua volta sostituito Bill Owens, dimessosi ad aprile 2025 in seguito alla causa indetta da Trump.
Nel frattempo, The Guardian riporta che ex membri dello staff editoriale della CBS e del team di 60 Minutes hanno inviato una lettera a David Ellison per ricordargli che il programma ha costruito la propria autorità sull’integrità editoriale, sull’imparzialità e sul rispetto della libertà di stampa. Hanno riconosciuto la necessità di rinnovare il formato, ma hanno chiesto che questo non avvenisse a scapito dei principi fondanti di 60 Minutes.
L’uscita di scena di Colbert
60 Minutes non è l’unico programma che sta vivendo grandi cambiamenti alla CBS.
Giovedì 21 maggio è andato in onda, dopo 33 anni, l’ultimo episodio del The Late Show di Stephen Colbert.
L’iconico programma ha concluso la sua decennale avventura lasciando il posto allo show Comics Unleashed, condotto dal noto comico e magnate dei media Byron Allen, che sta per acquisire BuzzFeed.
A luglio la CBS aveva annunciato la chiusura del programma, adducendo costi eccessivi: secondo l’emittente, il Late Show generava perdite di 40 milioni di dollari l’anno. Jimmy Kimmel ha accusato pubblicamente la CBS di aver inventato quei numeri, e diversi osservatori hanno letto la chiusura come una resa alle pressioni della Casa Bianca.
Colbert ha una lunga storia di scontri con Trump.
Poche settimane prima dell’insediamento di gennaio 2025 era finito nel mirino del presidente a causa di alcune battute sulla sua età e sulle sue condizioni fisiche.
Aveva poi criticato apertamente l’accordo tra CBS e Trump per una donazione di 16 milioni di dollari destinata alla futura biblioteca presidenziale, definendolo una “big fat bribe”, una grossa tangente.
Secondo alcune ricostruzioni, Trump avrebbe poi chiesto alla CBS di chiudere il programma, in modo simile a quanto accaduto con Jimmy Kimmel Live.
Un futuro incerto
Pochi giorni dopo l’ultimo episodio, Colbert ha aperto un canale YouTube pubblicando un video di un’ora della sua apparizione in una televisione locale del Michigan, Monroe Community Media.
Il video ha generato grande attenzione sui social, dove molte clip sono state condivise, soprattutto per alcune battute su Ellison e la sua espansione aggressiva nel mondo dei media.
La CBS ha reagito immediatamente, sostenendo che il video fosse stato finanziato dall’emittente e che su di esso vigessero diritti di copyright che ne impedivano la libera diffusione.
Mentre Letterman ha dichiarato che il Late Show, affidato a una nuova conduzione, sarebbe durato poco senza Colbert, gli osservatori si interrogano sul futuro del comico.
Circolano infatti alcune speculazioni su un possibile show indipendente su YouTube, ma Colbert ha dichiarato di non aver ancora avuto modo di pianificare i prossimi passi.
Quello che è certo è che il panorama dei media americani continuerà a cambiare, e le prossime mosse di tutti i protagonisti di questa storia saranno seguite con grande attenzione.




