Immagine di copertina: il presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni. Fonte: Shutterstock
Tutti i più grandi leader, inclusi quelli che hanno provato a scimmiottare i condottieri del passato, hanno trasformato il proprio corpo in parte integrante della loro propaganda.
Lo spiegava già lo psichiatra e psicanalista Carl Gustav Jung in una intervista del 1938 in cui analizzava la fisicità di Hitler, Mussolini e Stalin. Quasi un secolo dopo, nel 2009, riprendeva il medesimo concetto in un divertente libretto, intitolato appunto Il corpo del capo, Marco Belpoliti analizzando la cura mediatica con cui Silvio Berlusconi appariva sui suoi canali e si lasciava immortalare dai suoi fotografi.
Sono passati 17 anni e oggi si potrebbero tracciare nuovi parallelismi anche con riferimento a Donald Trump: si pensi all’attentato in cui una pallottola gli ha graffiato un orecchio e il tycoon americano appare a favore di camera sanguinante ma mai domo sfidare il proprio attentatore, proprio come il Cavaliere si ergeva tra la folla, in una maschera di sangue, dopo esser stato colpito da una miniatura del Duomo di Milano.
Immagini potenti, capaci di comunicare messaggi non scritti che probabilmente solo pochi politici, dotati del giusto physique du rôle, sarebbero in grado di propagandare. Nel periodo dei deepfake, ovvero delle immagini fasulle ma perfettamente credibili realizzate dalle intelligenze artificiali, però, il corpo del capo sfugge al controllo del leader e diventa, inaspettatamente, una marionetta nelle mani altrui, capace di danneggiare chi raffigura.
Il deepfake che ha denudato Giorgia Meloni
Il caso più recente ma anche eclatante e forse preoccupante ha riguardato Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio, è noto, ha voluto imprimere alla propria leadership, già ben delimitata da parole precise (donna, madre, italiana, cristiana…), anche una certa fisicità fatta per lo più di gesti, smorfie e occhiatacce – notate pure a più riprese dalla stampa straniera.
Nelle ultime settimane, Meloni si è ritrovata di colpo e proprio malgrado spogliata e paparazzata da un algoritmo malandrino ispirato da qualche cattiva coscienza. Contrariamente alla favola di Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore, qui il Capo è nudo ma non per sua scelta e tutti infatti se ne accorgono.
E, contrariamente agli altri deepfake che avevano fin qui riguardato Meloni e che ne avevano sfruttato parassitariamente immagine e voce per consigliare investimenti truffaldini, qui è lei, non più lo spettatore, la vera vittima della porcheria algoritmica che rimbalza da un social all’altro, da un profilo all’altro e persino da un giornale all’altro.
Se la verità insegue la bugia
Secondo l’aforisma attribuito forse erroneamente a Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, una bugia ripetuta mille volte diventa verità. Tant’è che con ogni probabilità il gerarca nazista non ha nemmeno mai pronunciato quelle parole, ma tutti noi gliele attribuiamo comunque.
Un’altra frase sul tema, del medesimo periodo storico, avrebbe invece la paternità del Primo ministro britannico Winston Churchill: una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora infilando le scarpe.
Ben prima dei deepfake, insomma, i politici provavano a cavalcare le bufale, evitando di finire disarcionati, vittime delle loro stesse balle o di quelle del nemico. E questo pone un quesito importante per la comunicazione politica.
Come si replica a una balla?
Giorgia Meloni sceglie di intervenire personalmente via social. “Girano in questi giorni diverse mie foto false, generate con l’intelligenza artificiale e spacciate per vere da qualche solerte oppositore”, scrive la presidente del Consiglio elevando quindi quel materiale di scarto a tema di dibattito politico, meritevole d’attenzione, nel tentativo di contrapporre il megafono di Palazzo Chigi al tam tam social, ormai avviato.
Ha fatto male? Ha fatto bene? Difficile dirlo. Quel che è certo è che oltre agli sbuffi di rito (“pur di attaccare e di inventare falsità, ormai si usa davvero qualsiasi cosa”), la premier sfrutta sagacemente l’arma dell’autoironia per scudarsi.
“Devo riconoscere che chi le ha realizzate, almeno nel caso in allegato, mi ha anche migliorata parecchio”. Ci ha scherzato su, depotenziando la malizia che accompagnava l’immagine farlocca.
Per AOC un deepfake è come uno stupro
Tutt’altra reazione, dai toni forti, aspri e drammatici (“È uno shock vedere immagini di sé stessi che qualcuno potrebbe scambiare per vere”), quella della deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez di fronte al deepfake a carattere sessuale che un paio di anni fa le aveva rubato l’immagine.
Occorre riconoscere che, in quel caso, oltre a venir ritratta svestita, l’esponente democratico era stata rappresentata mentre compiva inequivocabili atti sessuali.
AOC, vittima quando aveva vent’anni di abusi, ha volutamente paragonato video di quel tenore a uno stupro: “Essendo una sopravvissuta a una violenza sessuale fisica”, quel deepfake “aggiunge un ulteriore livello di instabilità. Fa riemergere il trauma”.
Il Defiance Act americano
Lo scorso 22 gennaio proprio Alexandria Ocasio-Cortez assieme alla deputata repubblicana Laurel Lee e all’ereditiera Paris Hilton, hanno organizzato una conferenza stampa per sostenere il progetto di legge noto come Disrupt Explicit Forged Images and Non-Consensual Edits Act (D.E.F.I.A.N.C.E. Act) che mira ad agevolare la possibilità per le vittime di deepfake di intraprendere azioni civili “contro coloro che producono, distribuiscono, ricevono o possiedono falsificazioni digitali a contenuto sessualmente esplicito”.
Tutte e tre le organizzatrici dell’evento mediatico, del resto, sono state vittima del medesimo fenomeno che ora vogliono combattere chiedendo al Congresso strette normative.
Chi può, come la cantante Taylor Swift, ha giocato d’anticipo depositando a mo’ di marchio voce e immagine all’ufficio brevetti con l’intenzione di perseguire almeno in quel modo eventuali manipolatori della realtà, ma ovviamente non tutti possono vantare una voce “distintiva” nel panorama musicale, dunque bisognerebbe forse mettersi in scia all’esempio danese, tra i primi Stati a prevedere il copyright su corpo e voce di ciascun cittadino con una norma che è guardata con interesse anche dalle istituzioni comunitarie europee.
Tutti i deepfake sono insidiosi
I deepfake a sfondo sessuale sono con ogni probabilità quelli più odiosi, perché oltre a rubare voce e immagine della vittima la umiliano riproducendola in atteggiamenti intimi e di sottomissione, ma non sono i soli a poter rovinare potenzialmente una carriera politica.
Tra i politici americani più bersagliati dai falsi frutto dell’infaticabile opera dell’IA ignota c’è senza dubbio l’esponente democratico Kamala Harris che ha penato e non poco per scollarsi di dosso un’immagine fasulla che la ritraeva assieme a Jeffrey Epstein.
Un falso scolastico, così mal fatto da gridare la propria origine artificiale, ma che paradossalmente è riuscito a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai fatti reali che stavano emergendo dai famigerati Epstein Files. A riprova, appunto che una balla quando viene ripetuta inizia a essere verosimile.
Se anche il Papa finisce nell’inferno algoritmico
L’elenco dei deepfake celebri sarebbe ancora lungo. Il più noto, almeno a queste latitudini, è senz’altro il caso di Papa Francesco infagottato in un candido piumino Moncler.
Quando al G7 di Bari il Pontefice si appellò ai potenti del mondo (per la prima volta non solo i governanti, ma anche gli amministratori delegati di grandi aziende tecnologiche) dicendo che l’IA dovesse mettere al centro l’uomo non si riferiva certo a questo genere di prodotti fasulli che in tempi più recenti hanno anche fatto dubitare se fossero vere o meno le immagini di Papa Leone XIV in Nike.
Se non puoi vincerli…
Ci avviamo insomma a grandi falcate verso una stagione in cui le IA sforneranno come una delirante catena di montaggio fuori controllo foto e immagini sempre più paradossali ma sempre meno distinguibili dalla realtà.
Una macchina propagandistica che pare stritolare i corpi dei capi, sempre centrali come in epoche passate nell’immaginario collettivo, ma ormai vuoti simulacri simili a pupi siciliani manovrati a piacimento da qualche oscuro burattinaio.
Difficile pensare che le proposte di legge in studio argineranno realmente il fenomeno. Ma allora non c’è rimedio? Donald Trump ne ha escogitato uno senz’altro particolare: essere il primo a parassitare e svilire in modo ossessivo e continuato la propria immagine, calandola ora nelle vesti del guerriero Jedi, ora in quelle del Pontefice e persino in quelle divine di Gesù.
Fotogrammi grotteschi, dozzinali, capaci di superare a destra qualsiasi algoritmo e di mettere all’angolo, imbarazzato, qualsiasi deepfake.




