Foto copertina: la bandiera dei pirati di One Piece, manga di fama mondiale, è diventato il simbolo di proteste in tutto il mondo. Fonte: Flickr
In Albania la “protesta dei fenicotteri” sta occupando feed e piazze parallelamente.
Le tonalità iconiche e la creatività della protesta ha avuto il merito di unire le generazioni in un rituale carnascialesco di sovvertimento delle gerarchie.
Allo stesso tempo, ha facilitato la convergenza degli occhi del mondo, complice anche il cognome di Ivanka, miccia della polemica.
Ma la protesta albanese non riguarda soltanto un resort, bensì le sorti di una democrazia matura.
Per questo, anche se la comunicazione può essere vincente sotto molti punti di vista, non deve indurci a ridurre le piazze a fenomeni social: dietro quei fenicotteri rosa ci sono persone che si stanno riappropriando della narrazione del proprio paese.
La protesta dei fenicotteri
Tecnicamente, la protesta dei fenicotteri non rientrerebbe nell’alveo di quella pratica che Vincenzo Trione identifica come “artivismo”.
L’autore infatti ritiene che questo fenomeno sorga dalla volontà degli artisti di fare uso dei propri strumenti espressivi per generare consapevolezza sui problemi del presente, facendo dell’opera d’arte un gesto politico e civile.
Nel caso albanese, e probabilmente bisognerebbe coniare un altro termine-àncora su cui far precipitare la complessità del fenomeno, è la creatività diffusa a farsi strumento di attivismo.
È forse una dinamica ancora più incisiva della prima, perché nasce direttamente nelle strade occupate: la protesta genera i propri grappoli simbolici, spontaneamente.
Quelle che prima sarebbero state icone attorno alle quali riconoscersi, dichiarazioni di appartenenza, con i social media diventano fonti di gargantuesca produzione immaginifica. La protesta reale non è nata né sui social né da essi ha avuto origine, ma – generando spontaneamente un’identità visiva propria – li alimenta, intersecandone le logiche memestetiche.
Come nel fenomeno altrettanto virale di Nika, il dio della liberazione, e della bandiera della liberazione del famoso manga One Piece, anche nel caso delle strade di Albania si ascoltano tamburi e cori, almeno da otto settimane a questa parte.
Il fattore scatenante è stata una mutazione concreta nel paesaggio. Nell’area di Pishë Poro–Nartë, collegata alla più ampia laguna di Vjosa-Narta, nella penisola di Zvërnec e nello spazio costiero antistante l’isola di Saseno, abitanti locali e attivisti ambientali hanno denunciato interventi visibili in una zona ecologicamente sensibile: recinzioni, opere di costruzione, chiusura degli accessi e l’apparente preparazione del terreno per uno sviluppo turistico di lusso.
Il progetto al centro della controversia è stato pubblicamente associato a piani di turismo di lusso legati ad Affinity Partners di Jared Kushner e ad aree comprendenti l’isola di Saseno e il paesaggio di Vjosa-Narta/Zvërnec.
In questa manomissione del paesaggio condiviso, si annida uno dei tanti pericoli di una repubblica parlamentare democratica, come l’Albania si considera. Nessuna consultazione dei cittadini è stata prevista, impedendo quindi che si formasse un’idea consensuale di interesse pubblico e che si bilanciassero le istanze: sviluppo turistico, protezione delle aree paesaggistiche, e soprattutto la possibilità di vigilare l’equilibrio tra i poteri.
Il secondo fattore che ha incrementato la protesta è stata, come spesso accade nelle democrazie a tentazione autoritaria, e come ben descritto dalla storica Ruth Ben-Ghiat per Wired, la reazione sproporzionata e repressiva degli apparati di sicurezza.
Per questo la protesta si è spostata dal luogo del conflitto ambientale, alla capitale, sede simbolica del potere in ogni impianto statale. Le strade di Tirana si sono riempite di protestanti, ormai per oltre un mese, e alle rivendicazioni sulla tutela paesaggistica contro lo sfruttamento turistico d’elites, si sono sommate denunce sulla corruzione e le dinamiche clientelari del partito al potere, fino a chiedere le dimissioni del Primo ministro Edi Rama.
La protesta dei fenicotteri è nata a Vjosa-Narta, luogo che ha prodotto quest’icona materica e trionfalmente pop. E lo ha fatto perché d’altro canto, la propaganda legata alla modernizzazione – e dunque alla legittimazione del potere costituito, è stata al contrario veicolata da immagini di infrastrutture, progetti moderni e spettacolari.
La modernità in Albania è stata innanzitutto proiettata, disegnata, raccontata, vista con il sogno prima ancora che con gli occhi. Secondo gli esperti, l’architettura è diventata parte del linguaggio politico della modernizzazione: il rinnovamento urbano è stato presentato come desiderabile, e non è questo che i cittadini contestano, bensì la retrostante organizzazione politica ed economica.
Gli albanesi non protestano contro il turismo, ma contro una democrazia poco trasparente. Per questo il fenicottero è allo stesso tempo fondamentale, e limitante.
Da Tirana al tuo Instagram
Il fenicottero è un accordo intergenerazionale e intersezionale: unisce la lotta dei movimenti ambientalisti alla mobilitazione studentesca, all’opposizione e alle altre voci della diaspora.
Il fenicottero adesso è molto di più di una radura, ma è stato fondamentale come segnale di fumo per radunare le insoddisfazioni: per la disuguaglianza, i servizi sanitari, la corruzione, il conservatorismo statale e dal personalismo decisionale. Motivazioni che hanno funzionato da collante economico e sociale.
E questo dialogo interclassista e intergenerazionale è stato reso possibile anche dal mezzo creativo: canti, satira, esibizioni, un’agorà a cielo aperto, un contesto di riso aristofanesco per rivendicare i propri diritti dissacrando il potere costituito, non in senso eversivo ma trasformativo.
Il fenicottero è il totem della catarsi collettiva.
E per un ecosistema social ormai interamente costruito sull’elemento visuale, la scelta è stata particolarmente felice. Gommapiuma rosa, fenicotteri infantilizzati, torte di compleanno di cemento, un uso preciso e politico della materialità e dei colori: proprio come se un allestimento degno di un Gorilla Quadrumano post-sessantottino.
Perché se è vero che i social sono intervenuti ad amplificare la “protesta dei fenicotteri”, lo hanno fatto in modo postumo: l’aggregazione dei corpi nelle strade è la stessa dai tempi delle prime grandi rivoluzioni che hanno fatto la storia dello Stato contemporaneo basato sulla separazione dei poteri e il riconoscimento dei diritti umani universali.
Ma una componente di artivismo, in senso classico, è stata necessaria per intercettare a pieno la logica algoritmica: Fatma Paja, giovane artista, ha contribuito a realizzare i fenicotteri di gommapiuma e ha guidato cori come “l’Albania non è in vendita” e “Non toccate Narta”, insistendo sul carattere non partitico del movimento. Le acque e i fiumi riguardano tutti gli albanesi. E forse, tutti gli europei, e tutti gli altri ancora.
La politica delle immagini
L’altra ragione per cui la protesta albanese merita di essere studiata, è che rappresenta la riappropriazione di un linguaggio di potere, reso strumento collettivo di denuncia.
Edi Rama, primo ministro socialista dell’Albania da più di dieci anni, è un leader politico ossessionato dall’estetica e dalla costruzione della propria immagine. Per questo i cartelloni si sono concentrati sulla deformazione della sua figura: un uso antico dell’immagine del nemico, che però si sottrae alla tentazione della “barbarizzazione” anche grazie alle logiche memestetiche che vertono invece sull’ironia e lo sberleffo.
Artista e pittore di formazione, Rama si era costruito un’identità da uomo di potere eccentrico, annunciando per primo l’obiettivo di fare dell’arte nello spazio pubblico un motore di rigenerazione urbana.
Adesso che la narrazione mediatica non regge più la struttura delle menzogne, non solo Rama è giudicato inaffidabile come politico, ma anche obsoleto come comunicatore, e incapace di fronteggiare – nonostante una parziale connivenza dei media tradizionali – l’ “isteria digitale”.
Il rischio ora è che un conflitto istituzionale in senso classico, venga interpretato come uno scontro tra estetiche visual. Perché mentre il fenicottero riempie immediatamente l’immaginario – con un po’ di orgoglio nostrano, impossibile non pensare ai paesaggi sorrentiniani della Grande Bellezza – non può esaurire in sé le complessità della protesta.
Fenicotteri cavalcati da Ivanka, fenicotteri con la faccia di Kushner, fenicotteri in piscina e fenicotteri Do Flamingo: sono ormai virali, e proprio per questo sono soggetti non solo a una risemantizzazione degli utenti, ma alla plausibile manipolazione di enti deputati alla disinformazione tramite bot e altre reti organizzate.
Da chi parla degli interessi iraniani infiltrati nella regione, a chi si immagina una nuova “Epstein island”, parlare del resort significa alimentare le teorie del complotto e non restituire dignità al significato politico più alto di quanto sta accadendo in Albania.
Edi Rama ha perso il monopolio del racconto: ha accusato più volte reti organizzate sui social media di aver amplificato artificialmente la portata delle manifestazioni e diffuso disinformazione, presentandosi come difensore di una democrazia fondata sulla verità.
Lo stesso schema interpretativo, secondo il New York Times, che Rama ha usato per difendere il concerto di Ye, ex Kanye West. Proprio sui suoi social Rama ha annunciato di aver stanziato quasi 5 milioni di dollari per sostenere l’evento e promuovere l’Albania come destinazione turistica internazionale, ma attirandosi le critiche per aver destinato a questa scelta una parte ingente dei soldi pubblici, e per la controversie legate all’apologia del nazismo di West.




