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A inizio giugno, un’inchiesta di Politico ha acceso i riflettori sui rapporti tra Polymarket e gli influencer, rivelando che la piattaforma sta costruendo da mesi una rete di creator, tramite accordi commerciali poco trasparenti, per aumentare la propria visibilità.
Tre settimane dopo, seguendo la direzione indicata dalla testata di Axel Springer, un’inchiesta del Wall Street Journal ha alzato la posta.
Infatti, il giornale americano ha dimostrato che diversi video non erano soltanto sponsorizzati senza dichiararlo, ma che erano anche in parte frutto di falsificazione.
In questo clima di pressione crescente, con Kalshi che intanto le sottrae quote di mercato, Polymarket risponde in controtendenza. Invece di abbassare il profilo, l’azienda lancia un podcast con Dear Media, aumentando ulteriormente la propria esposizione.
Una narrazione già in discussione
Polymarket si è presentata per mesi come un aggregatore di opinione più accurato dei sondaggi tradizionali.
L’attenzione mediatica su questa narrazione era già cresciuta con l’annuncio dell’accordo con Substack, presentato come una collaborazione genuina tra le newsletter e il mercato predittivo.
In realtà era una mossa di marketing pensata per cambiare l’immagine di Polymarket: da sito di scommesse a fonte affidabile di informazione.
Quella narrazione si è poi incrinata su più fronti.
L’inchiesta di Politico aveva rivelato pagamenti non dichiarati a centinaia di creator, mentre le elezioni di Los Angeles erano state usate da alcuni collaboratori della piattaforma per insinuare accuse infondate di frode elettorale.
A questo si erano aggiunti episodi di insider trading sospetto e i timori su un possibile uso dei mercati predittivi da parte di attori stranieri per influenzare il dibattito pubblico americano.
Negli ultimi giorni, lo scandalo si è intensificato. Il problema non è più solo la mancanza di trasparenza, ma sono i contenuti stessi, costruiti a tavolino per simulare successi in realtà inesistenti.

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Video fake, vittorie inventate
L’inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal documenta inffatti che molti contenuti dei creator fossero una falsificazione della realtà.
Il giornale ha analizzato oltre 1.100 video pubblicati tra dicembre 2025 e maggio 2026 da dieci creator che mostravano le proprie scommesse su Polymarket. Nessuna delle giocate, per un valore complessivo di circa 1,9 milioni di dollari, era reale.
Le piattaforme mostrate nei filmati erano copie quasi identiche del sito originale, costruite dalla stessa Polymarket per scopi di marketing. I creator simulavano scommesse e vittorie senza rischiare un solo dollaro, ma anzi ricevendo in cambio pagamenti dalla piattaforma.
In 118 video, circa il 10% del totale analizzato, i creator festeggiavano vincite per quasi 900.000 dollari. Le stesse giocate, sul mercato reale, avrebbero perso oltre 160.000 dollari.
Il Wall Street Journal ha chiesto un commento alla Federal Trade Commission, che si è limitata a dire di non poter parlare di potenziali indagini. Al momento, però, nessuna investigazione risulta aperta.
Come funziona la campagna pubblicitaria
Alcuni creator hanno rivelato al Wall Street Journal l’esatto funzionamento del rapporto con Polymarket.
L’azienda fornisce lo script, indica cosa mostrare, mette a disposizione gli strumenti, e approva il video finale prima della pubblicazione. In caso contrario, chiede di rifare la scena.
Nulla di tutto questo viene dichiarato al pubblico.
La struttura si articola su tre livelli.
Gli streamer trasmettono in diretta su Twitch e Kick mentre commentano le proprie operazioni. I creator pubblicano brevi video di singole scommesse. I clipper amplificano l’engagement ripubblicando i contenuti più virali.
L’obbiettivo della campagna risulta essere soprattutto il pubblico americano. Creator e clipper, infatti, vengono pagati solo se almeno il 60% della loro audience risulta basato negli Stati Uniti, dove Polymarket resta formalmente vietata dal 2022.
La corsa con Kalshi
La posta in gioco per Polymarket è alta.
Dopo una fase di parità, da agosto 2025 Kalshi ha iniziato a crescere più rapidamente in termini di volume scambiato, mentre Polymarket ha cominciato a perdere terreno.
Per recuperare pubblico negli Stati Uniti, Polymarket ha lanciato un’app regolamentata che consente agli account americani di scommettere senza bisogno di una VPN.
Il volume resta però molto più basso rispetto al mercato internazionale.
Così, mentre Kalshi opera dagli Stati Uniti accettando la regolamentazione federale, la piattaforma princiaple di Polymarket rimane a Panama, fuori dalla giurisdizione statunitense.
Il salto nei podcast
Mentre le inchieste si moltiplicano, Polymarket sbarca anche nel mondo dei podcast, settore sempre più centrale nelle strategie delle piattaforme tecnologiche, come dimostrano anche i recenti investimenti di OpenAI.
In collaborazione con Dear Media, l’azienda ha lanciato What are the odds?, un podcast settimanale dedicato alla cultura pop, che analizza gli eventi del settore attraverso i dati della piattaforma.
Secondo Michael Bosstick, CEO di Dear Media, la partnership permette di capire come il pubblico si rapporta alla cultura pop, e di orientarla attraverso i dati di Polymarket e la voce dei conduttori.
Per Josh Tucker, a capo del marketing creativo di Polymarket, il podcast è l’occasione per ridefinire il modo in cui si osserva il rapporto tra pubblico e cultura pop.
Secondo i dati di Pew Research Center, sport, politica e criptovalute restano i settori dominanti dei mercati predittivi. Per uscire da questo stallo, tramite questa partnership, il podcast apre la strada a gossip e intrattenimento.

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Una libertà che costa
Le piattaforme social iniziano a muoversi dove le istituzioni restano ferme.
YouTube e TikTok hanno bloccato diversi account che promuovevano Polymarket violando le proprie regole. Meta, invece, ha dichiarato di non poter intervenire, perché non riesce a verificare con certezza i legami economici con l’azienda.
Questa cautela acquista un significato diverso alla luce di una notizia di pochi giorni fa.
Secondo il New York Times, Mark Zuckerberg avrebbe dato il via libera a un’app di mercati predittivi interna, chiamata Arena.
Pensata per sfruttare la base di utenti di Instagram e Facebook e aumentare la loro l’attività sulle piattaforme di Meta, a differenza di Polymarket utilizzerebbe per ora un sistema a punti, anzichè denaro reale.
In questo contesto, la cautela mostrata verso gli account legati a Polymarket sembra più un calcolo legato alla tempistica di questa decisione che un principio di regolamento interno.
Infatti, colpire Polymarket proprio mentre lancia un mercato predittivo concorrente significherebbe attirare attenzione sull’intera categoria. Questo potrebbe rappresentare un ostacolo per Meta, che dovrà costruire fiducia tra i propri utenti per il lancio di Arena.
Polymarket continua quindi a muoversi nello spazio lasciato libero dalla regolamentazione e dalle piattaforme, aumentando la propria visibilità tramite creator, streamer e ora anche podcast.
Questa libertà ha però un costo reputazionale che si accumula.
Tra accuse di insider trading, modalità opache nella verifica degli esiti e ora rapporti non dichiarati con centinaia di creator, la distanza tra l’immagine di trasparenza che Polymarket vende e le pratiche che la sostengono diventa sempre più difficile da ignorare, anche per chi continua a non regolamentarla.




