Immagine di copertina: il meme Question Hound, creato nel 2013.
La Silicon Valley sta diventando un topos letterario a tutti gli effetti, producendo i propri superstar podcast, come li ha raffinatamente titolati l’Economist.
È nota la popolarità crescente di podcast – soprattutto nella loro versione video e fruiti su YouTube come fossero televisione – e delle newsletter. Stanno diventando l’ennesimo terreno di contesta dell’economia dell’attenzione, e vi si buttano i creator, ma anche la politica e certamente le aziende.
Ci sono inchieste o docufilm, oppure saggi pregevolissimi che potremmo citare, tra i quali Il trono oscuro. Magia e potere nell’era degli algoritmi di Andrea Venanzoni, che intreccia tecnologia, politica e pensiero magico.
Ce ne sono altri che si collocano nel mezzo tra il resoconto biografico e la testimonianza romanzata: è il caso de La valle oscura di Anna Wiener, che ha forse inaugurato il filone che guarda allo startupper della Silicon Valley come un concentrato di iperottimismo, hybris mistificatoria e profetismo titanico.
A questa produzione di aggiunge la creatività volta all’entertainment, con i prodotti in arrivo da Hollywood per raccontare la Bay Area, trasformando i miliardari della Silicon Valley da simboli del progresso a protagonisti inquietanti. Quattro film in uscita nell’autunno 2026, dedicati a Elon Musk, Mark Zuckerberg, Elizabeth Holmes e Sam Altman, riflettono la crescente sfiducia verso le grandi aziende tecnologiche, soprattutto dopo le recenti perdite di controllo dell’IA. Ma a causa della concentrazione del potere – economico e dunque mediatico – permane il rischio che l’artista soccomba al finanziatore dissimulato da mecenate.
Perché alla fine la Silicon Valley ha tutti i mezzi per raccontarsi esattamente come vuole essere dipinta, con i suoi superstar podcast.

Donald Trump e Mark Zuckerberg nell’Ufficio Ovale, nel 2019. Fonte: Flickr
Silicon Valley: la sitcom
Immaginatevi un reality show ambientato negli uffici della Silicon Valley. Ogni mattina, a Los Angeles, due imprenditori entrano in una sauna con una copia del Wall Street Journal. Poi, in giacca e cravatta, accendono i microfoni di TBPN, il podcast che hanno fondato, per discutere di tecnologia con altri ospiti, tra cui Sam Altman e Mark Zuckerberg. Questo è un esempio, come il Dwarkesh Podcast, di ciò che ha spiegato Luca Barra, e cioè di come si traslano e frammentano i format tradizionalmente televisivi nelle nuove piattaforme, e non hanno bisogno di intermediari.
Come spesso accade, c’è poi un ecosistema collaterale ai contenuti, fatto di summit ed eventi in presenza, a cui ha persino partecipato il presidente Donald Trump in vivavoce, perché il successo di questi programmi si fonda anche sulla familiarità tra conduttori e ospiti, sulla sensazione di essere in una zona confortevole e protetta: per intenderci, quella che cercava Robert Nixon, ma che non ha trovato, con un giornalista come Frost.
La responsabilità dei conduttori “migliori amici” per la salute dell’informazione è fuori discussione: quello che viene fatto passare per divulgazione, è in realtà self-promotion, propaganda, pubblicità.
Dalla controcultura al patriottismo
Lasciando stare le velleità dell’Internet della prima ora – orizzontalità, democrazia, controcultura – è evidente che la natura delle imprese tecnologiche si è evoluta fino ad assumere la capacità di essere interlocutori diretti delle nazioni e degli organi di stampa tradizionali.
L’asimmetria di potere è andata sviluppandosi, e le testate hanno visto invece indebolirsi la propria posizione negoziale, mentre si saldavano le posizioni patriottiche e nazionalistiche ai dibattiti sulla proprietà dei dati e la cybersicurezza.
L’apice di questo percorso è stata certamente la campagna per le presidenziali del 2024 e la successiva saldatura avvenuta con il DOGE (Department of Government Efficiency), tra Elon Musk e il presidente Donald Trump, per i quali dopo la rottura sembra essere di nuovo sorta l’amicizia.
I politici hanno scoperto nei podcast un canale per comunicare direttamente con gli elettori, senza le mediazioni e le domande della stampa e della televisione. E all’insediamento – il secondo – di Trump, è difficile trascurare la presenza dei siliconvallesi alla corte del re. C’è una convergenza di intenti naturale: entrambi rifuggono i dibattiti, l’esposizione, e frequentano invece le piattaforme – che per giunta a volte posseggono – in cui sanno di non essere messi in difficoltà.
Da allora, i podcast tecnologici più seguiti hanno consolidato la propria posizione, anche attraverso identità editoriali differenti, tra tecno-ottimisti, futuristi in declino, e scenaristi catastrofici. E il meccanismo è identico al “flywheel”: il successo alimenta altro successo. Le risorse si accaparrano altre risorse.
I superstar podcast
Efficace la definizione di Josh Kaplan, che rappresenta podcaster per cui parla di “media di lusso”: anche i pubblici sono selezionati, e di conseguenza gli inserzionisti sono ancora più interessati. L’effetto bolla è dietro l’angolo: idee, convinzioni, sono messe in circolo e confermate da chi ha interessi allineati.
Ciò può tradursi anche in un effetto di agenda-setting, che ancora una volta passa da essere funzione dei media tradizionali a pratica privata: è il caso di relativamente pochi che diventano capaci di influenzare il dibattito pubblico imponendo i temi. Una mono-cultura di lusso a cui gli addetti all’informazione finiscono per dare traino.
Quanti contenuti sull’IA vi sono capitati anche solo per caso questa mattina?
I siliconvallesi sono, di fatto, monologanti: nei loro superstar podcast scrivono il copione, lo mettono in scena, se lo recensiscono pure. Sono gli stessi che urlano “al fuoco al fuoco” e poi ti vendono l’estintore. Ma perché siamo tutti pronti a comprarlo?




