Immagine di copertina: Theodore Kyriakou
Repubblica sta attraversando uno dei passaggi più delicati della sua storia recente.
Dopo l’uscita di Mario Orfeo, chiamato da Leonardo Maria Del Vecchio alla direzione editoriale di QN Media (che controlla Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione) la direzione ad interim è passata a Stefano Cappellini, vicedirettore e già responsabile della redazione politica.
Una soluzione interna, pensata per rasserenare la redazione dopo la sfiducia a Orfeo, che potrebbe anche diventare definitiva.
L’editore greco Thodōrīs Kyriakou comunica in inglese. Un elemento che, secondo diverse ricostruzioni, avrebbe pesato anche sulla scelta del nuovo direttore che lo parla fluentemente, a differenza di diversi colleghi in lizza.
Martedì 14 luglio Kyriakou ha incontrato per la prima volta l’intera redazione de la Repubblica assieme all’amministratrice delegata di Gedi, Mirja Cartia d’Asero. Il messaggio consegnato ai giornalisti è stato di rassicurazione: nessuna cessione del giornale, nessun ridimensionamento immediato dell’organico, continuità editoriale garantita anche attraverso la scelta di un direttore interno.
Ma saranno promesse difficili da mantenere perché il giornale ha di fronte nodi economici rilevanti.

Mirja Carta d’Asero. Fonte: ufficio stampa Antenna
Il primo dato riguarda la diffusione. Secondo Ads di maggio Repubblica vende in edicola 54mila copie al giorno, circa la metà di quelle del Corriere della Sera, mentre i 32mila abbonati digitali sono scesi a un terzo rispetto al diretto concorrente.
Non è sempre stato così: per anni Repubblica e Corriere hanno corso testa a testa, contendendosi la leadership della carta stampata italiana ed entrando ambedue abbastanza in anticipo nel mercato digitale. Da qualche tempo, però, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non ha più tenuto il passo, complice anche l’incertezza editoriale legata ai continui cambi di proprietà.
Gli utenti unici del sito restano relativamente alti, come risulta dal recente rapporto Audicom, ma il dato va letto con cautela: include il traffico proveniente da altre testate del network, come Caffeina, e non riflette quindi in modo puro la forza del marchio Repubblica.
Sul piano redazionale, la fase di transizione ha già prodotto uscite di peso, tra cui quella del giornalista d’inchiesta Lirio Abate passato al Giornale con l’incarico di gestire un pool di inchiesta.
Il nodo di fondo, però, è la sostenibilità economica del modello di un quotidiano che si vive ancora come grande testata nazionale. La redazione conta circa 300 giornalisti: un organico stimato tra le tre e le quattro volte superiore a quanto le sole copie cartacee potrebbero sostenere, e ancora circa il doppio se si considera l’intero perimetro digitale.
Non sorprende che, prima ancora della nomina di Cappellini, circolassero indiscrezioni – mai confermate né smentite ufficialmente – su un possibile piano di uscite per 100-140 giornalisti sugli oltre 300 in forza al quotidiano. Il calo di copie ha stressato la struttura dei costi appesantita dalle redazioni locali.
I conti aggravano il quadro. Secondo ricostruzioni giornalistiche, Repubblica porta in pancia debiti pregressi per circa 120 milioni di euro, a cui si aggiungerebbe una perdita stimata di altri 30 milioni per l’anno in corso: a fine 2026 il buco potrebbe quindi avvicinarsi ai 150-160 milioni, a fronte di un fatturato annuo che si aggira sui 200 milioni.
Un rapporto debito/ricavi che rende urgente, e non più rinviabile, il piano industriale promesso da Cartia d’Asero per la fine di luglio.
Nel frattempo l’editore ha annunciato l’arrivo di due figure manageriali chiave: un nuovo direttore finanziario (Cfo) e una manager per il digitale, Veronica Diquattro, ex amministratrice delegata di Dazn Italia e prima ancora in Google – scelta che segnala quantomeno l’intenzione di puntare sulla crescita online piuttosto che sui tagli immediati.
Resta il fatto che una crescita rapida degli abbonamenti digitali, capace di riequilibrare da sola i conti, appare oggi poco realistica nel contesto del mercato editoriale italiano.
Restano sul tavolo le radio del gruppo – che secondo alcune ricostruzioni sarebbero l’asset a cui Antenna teneva realmente di più al momento dell’acquisizione – e l’interesse, mai sopito, per la televisione.
Infatti sia radio che televisione faciliterebbero le sinergie con le attività dell’editore in diversi paesi europei. Esisterebbe un accordo con la CNN di Warner Bros Discovery per un’edizione italiana del canale, ma la redditività dell’operazione resta molto incerta.
I numeri della concorrenza spiegano perché. Rai News 24 e Tgcom24 viaggiano intorno allo 0,5% di share, Sky TG24 si ferma allo 0,3% e la raccolta pubblicitaria per i canali minori del digitale terrestre non supera i 25 milioni per punto di share.
Costruire un canale all-news da zero richiederebbe una squadra di almeno 70-80 giornalisti, più un numero analogo tra personale amministrativo e tecnico: il costo del lavoro – che pesa per circa metà dei costi complessivi di un progetto simile – si aggirerebbe intorno ai 14-15 milioni di euro l’anno (immaginando prudenzialmente 10mila euro per i giornalisti e 60mila euro per gli impiegati) e quindi i costi complessivi sarebbero almeno dii una trentina di milioni l’anno.
Anche se avesse un grande successo e raggiungesse gli share attuali della concorrenza, i ricavi pubblicitari raccoglibili sarebbero meno della metà di quella cifra: un’operazione, sul piano puramente contabile, difficilmente in equilibrio.
Ma il calcolo economico da solo non basta a spiegare l’interesse per un canale all-news che ha anche un valore politico, garantendo visibilità istituzionale, accesso diretto al Palazzo, capacità di agenda-setting, tutti asset che un gruppo internazionale come Antenna, con interessi che spaziano dallo shipping ai media balcanici, può valorizzare anche fuori dal perimetro strettamente giornalistico.
Non è un caso che, secondo alcune ricostruzioni, per la direzione del nascente canale sia circolato con insistenza il nome di Enrico Mentana, il cui contratto come direttore del TgLa7 scadrà il 31 dicembre 2026 e che negli scorsi mesi avrebbe già ricevuto un primo approccio da ambienti vicini a Kyriakou.

Enrico Mentana. Fonte: Wikimedia Commons
Un’operazione del genere, condotta però senza il pieno coinvolgimento dell’allora direttore Orfeo, avrebbe secondo alcune fonti contribuito alla sua decisione di lasciare il giornale. Se l’ipotesi Mentana dovesse concretizzarsi, il progetto tv assumerebbe un peso specifico – anche politico – superiore a quello della sola sostenibilità economica del canale.
Il canale all news potrebbe essere integrato con un telegiornale tradizionale, ad esempio quello del Nove, sempre di Warner che consentirebbe di aumentare significativamente i ricavi pubblicitari, ma che richiederebbe produttività molto elevata, non sempre facilmente raggiungibile nel contesto giornalistico italiano.
Il quadro complessivo resta quello di un gruppo editoriale sotto stress finanziario, con un organico giornalistico sovradimensionato rispetto ai ricavi, un digitale che cresce ma non abbastanza in fretta, un forte debito pregresso e progetti televisivi il cui equilibrio economico è tutto da dimostrare.
La nomina di Cappellini offre una tregua interna ma non risolve i nodi strutturali che Kyriakou dovrà affrontare quando, a fine luglio, presenterà il piano industriale promesso alla redazione. Anche se un’ulteriore cessione del giornale non sembra imminente, per Repubblica l’autunno 2026 si preannuncia tutt’altro che tranquillo.




