Ci sono artiste che invecchiano con grazia. E poi c’è Madonna, che non invecchia affatto, si trasforma. Ancora. Di nuovo. Come se ogni decade fosse una pelle da cambiare, non per inseguire il tempo, ma per anticiparlo.
Il numero di luglio di Vogue Italia la racconta in un momento che sa di spartiacque: c’è un nuovo album, Confessions II, il titolo già dice tutto su quanto sia disposta a tornare su se stessa senza nostalgia, e c’è un’intervista che non assomiglia alle altre. Niente promo tour, niente risposte preconfezionate. Una conversazione vera, con la cadenza di chi non ha più nulla da dimostrare e forse, proprio per questo, dice cose che contano.
Il dancefloor come chiesa
Parlare di Madonna significa parlare di corpi in movimento, di sudore e glitter, di notti che finivano all’alba e ricominciavano. Ma in questa intervista emerge qualcosa di più preciso: la cultura dance non come estetica, ma come urgenza. Come necessità quasi spirituale.
«Oggi con gli smartphone non entriamo più veramente in contatto, anche se ci illudiamo di farlo», dice. «Ogni dancefloor è invece un luogo rituale in cui liberi il corpo e la mente, l’ansia se ne va e hai la possibilità magari di arrivare a uno stato di coscienza più profondo».
È una frase che potrebbe sembrare ovvia, ma in bocca a lei assume un peso diverso. Madonna è stata tra le prime a capire che la club culture non era un sottogenere: era un linguaggio, una politica, un modo di stare al mondo. Lo ha portato nelle arene, nei video, sulle copertine dei giornali. Lo ha reso universale senza snaturarlo.
Una fedeltà che non è mai stata scontata
Il legame con la comunità LGBTQIA+ è parte di questa storia da sempre, non come accessorio del personaggio, ma come dato biografico, affettivo, politico. Madonna lo ribadisce con la stessa chiarezza di trent’anni fa, senza retorica: «Per me le persone queer ci sono sempre state, e quando è scoppiata la pandemia di AIDS mi sono detta che era il mio turno per sostenerle a mia volta, e ancora oggi lo faccio contro ogni ostacolo della società. Voglio proteggerle come loro hanno sempre protetto me».
In un’epoca in cui l’alleanza si misura in hashtag e palette arcobaleno di giugno, questo tipo di dichiarazione suona diversamente. Perché viene da qualcuno che era lì quando non era conveniente esserci.
Il lusso di sparire
La vera sorpresa di questa cover story, però, è altrove. È in una Madonna che rivendica il diritto alla pausa, alla lentezza, al silenzio. Non come resa. Mai. Come scelta consapevole, come nuova forma di potere.
«Ogni tanto mi piace prendermi delle pause, sparire per un po’», racconta. «Solo così puoi nutrire la tua immaginazione. Ho bisogno di calma, di connettermi con la natura, i miei figli, i miei cavalli».
In un’industria costruita sulla visibilità permanente, sparire è un atto quasi sovversivo. E Madonna, naturalmente, lo trasforma in stile.
L’immagine: Rafael Pavarotti e una copertina che brucia
A firmare lo scatto di copertina è Rafael Pavarotti, fotografo che insieme allo stylist IB Kamara ha già costruito l’immaginario visivo di Confessions II , un lavoro che porta l’identità dell’album direttamente sulla carta patinata. Non è una scelta casuale: Madonna ha scelto Pavarotti perché sa riconoscere un’affinità artistica quando la incontra.
«Conoscevo il suo stile molto caratteristico, sa catturare la personalità dei suoi soggetti, che tira fuori con colori audaci», spiega. «Prima di incontrarci ci siamo parlati a lungo al telefono: ha un’anima artistica e profonda, è venuto naturale lavorare con lui».
È la settima copertina di Madonna per Vogue Italia, un palmarès che attraversa decenni e include nomi come Herb Ritts, Steven Meisel, Steven Klein, Mert & Marcus e Tom Munro. Ogni volta, un’immagine diversa. Ogni volta, inconfondibilmente lei.
L’intervista completa è nel numero di luglio 2026 di Vogue Italia, in edicola dal 30 giugno.




