Immagine di copertina: Stefano Rapone. Fonte: ufficio stampa
“Augurargli nuovamente il tumore è stato un bel momento di televisione”. L’autore della frase choc è Stefano Rapone, il comico tra i protagonisti della seconda stagione di Roast in Peace, disponibile su Prime Video.
Lo stand up comedian, già conduttore del podcast di successo Tintoria insieme a Daniele Tinti, fa riferimento alla sua battuta pronunciata, con intento evidentemente provocatorio come da ingaggio del format, quando è stato chiamato a roastare Fedez, nel ruolo di celebrità defunta da dileggiare (gli altri erano Giuseppe Cruciani, Alessandro Borghese, Simona Ventura e Asia Argento).
“Non ho sofferto per la separazione tra Fedez e Luis Sal, non ho sofferto per la separazione tra Fedez e Chiara Ferragni. L’unica volta che ci sono rimasto veramente male è stata per la separazione tra Fedez e il suo tumore. Ma si sa come vanno queste cose, spero ancora in un ritorno di fiamma. Quando ha dichiarato che doveva togliersi un brutto male – ha detto nel suo pezzo comico Rapone, volto conosciuto dal pubblico televisivo anche grazie al GialappaShow (che riprende il 19 ottobre) di Tv8 – ero convinto che parlasse delle corde vocali (…) Fedez ha avuto diversi problemi nella vita, quindi ha tentato il suicidio due volte. E volevo dirgli, Federico, io credo in te, la terza volta è quella buona”.
Battute che, insieme a quelle ‘contro’ Giuseppe Cruciani (“Il lato peggiore di Cruciani è Parenzo. Uno famoso solo perché fa da spalla a un personaggio atroce e che dovunque va lascia puzza di cadavere. Ma oggi non siamo qui per parlare del rapporto tra Parenzo e Netanyahu”) sono rimbalzate molto anche sui social.
Abbiamo incontrato Stefano Rapone, 40 anni a fine ottobre, per parlare di tutto questo (e altro).
“Ho fatto quella battuta su Fedez perché mi trovavo in un roast (forma di spettacolo americano, in cui una persona designata a monte come vittima viene ‘celebrata’ con insulti e cattiverie sul suo conto, Ndr), cioè un contenitore in cui vale tutto. In Roast in Peace puoi dire tutto quello che vuoi alle persone che sono davanti a te e che hanno accettato quel contesto.
È una zona franca, è un gioco accettato anche dalla ‘vittima’, che infatti ride. E funziona proprio perché ride anche la vittima. Fuori di lì probabilmente quella battuta sarebbe stata considerata sconveniente e non l’avrei fatta”.

Stefano Rapone. Fonte: ufficio stampa
Negli Stati Uniti una battuta così sarebbe stata più facile?
Lì il comico Pete Davidson ride quando fanno battute sul suo papà morto l’11 settembre. Negli Stati Uniti i roast si fanno anche alle feste di compleanno, non sono solo dei format televisivi. In Italia dieci anni fa in CCN, trasmissione di Saverio Raimondo, provammo a fare qualcosa di simile insieme a Francesco Lancia (che oggi è capoprogetto di Roast in Peace) e Francesco De Carlo… Era un tentativo.
Ma in Italia la presa in giro pubblica è considerata politicamente scorretta. Per rendere accettabile nel nostro Paese il roast, cioè una presa in giro pubblica, abbiamo dovuto usare la giustificazione del funerale, dell’elegia.
La seconda stagione di Rip sembra più cattiva (e più riuscita) della prima.
Amazon stessa si è resa conto che nella seconda stagione bisognava spingere di più, consapevole che il pubblico è ormai pronto. Nella prima stagione Amazon qualche paletto ce lo aveva messo…
Per esempio?
Su alcune tematiche. Per esempio ci fu chiesto di lasciare fuori i figli. Una richiesta comprensibile, anche perché era il primo anno per un format di questo genere, quindi è stato fatto un compromesso. Per renderlo più digeribile fu scelto inoltre un cast bilanciato, non tutti i comici erano scorretti. Ed è stata inserita la dimensione della gara, che in America non c’è.
Secondo me, alcune persone che hanno visto la prima stagione hanno notato che i veri roast americani sono più cattivi e allora Prime Video ha raccolto questi feedback e ci ha chiesto di essere più cattivi nella seconda. L’asticella si sta alzando sempre di più, è una cosa positiva.
Ok, ma la sua battuta sul tumore di Fedez ha fatto scalpore comunque.
Sì, lo so. Ha fatto scalpore perché è una tematica sensibile. Quando l’ho scritta e l’ho letta ad alcune persone ho notato una reazione straniante. Ma io sono abituato ai roast americani, ho visto su Netflix ‘Roast of Kevin Hart’, ero preparato alle polemiche.
È un gioco e quelle battute che normalmente non si potrebbero fare sono giustificate dal contesto.
Insomma, la comicità ha dei limiti o si può scherzare su tutto?
Si possono fare battute su tutto, ma il contesto è fondamentale. Non si può prescindere da quello che veramente sto dicendo, cioè io posso dire qualcosa di estremo, ma magari è solo una provocazione per arrivare ad altro.
Ed è importante, poi, prendersi le responsabilità ed essere a posto con la coscienza.
Il politicamente corretto dilaga e in Italia non si può più dire niente?
In Italia è arrivato il politicamente corretto di stampo anglosassone, quello che tutela le minoranze. Per noi è stato uno shock culturale: molti pensano ‘fino a ieri potevamo scherzare sulle minoranze e oggi non più?’ Ci sembra un’imposizione. Io, invece, non sono d’accordo: è giusto che le minoranze, che già sono state discriminate, siano tutelate.
In Italia il politicamente corretto è sempre esistito, ma non ce ne rendiamo conto perché rientra nel concetto della buona educazione. Se in Italia bestemmi nessuno si lamenta perché ‘non si può più dire niente’, ma tutti sostengono che tu dovessi limitare la tua libertà di espressione perché bestemmiare è sbagliato.
Insomma, noi il politicamente lo applichiamo non alle minoranze, ma alla religione, al cibo, alla famiglia, alle squadre di calcio, alle città…
E alla malattia, tanto per tornare al caso Fedez?
Esatto. Ma attenzione: la mia non è stata una battuta sulla malattia in genere, ma su Fedez. Qualcuno mi ha scritto perché si è sentito tirato in causa avendo avuto un caso in famiglia simile… ma tutti in famiglia, purtroppo, abbiamo o abbiamo avuto una persona con una brutta malattia.
La battuta non è sui malati di tumore, ma sulla persona specifica, che è lì davanti a me e che ha accettato le regole del gioco.

Fedez. Fonte: Wikimedia Commons
Lei prenderà parte a Knockout – Botte da comici (prodotto, come Rip, da Stand By Me), a dicembre su Paramount+. La direzione è la stessa di Roast in Peace?
Paramount+ non mi è sembrato abbia messo paletti, durante le registrazioni c’è stata la massima libertà, poi vedremo in fase di montaggio.
Mi sembra che in Italia ci stiamo abituando a un linguaggio che da noi è sempre stato considerato ‘cattiva educazione’. Ci stiamo adeguando agli standard anglosassoni.
In teatro la stand up comedy funziona ormai da anni anche in Italia.
Sì, e quel linguaggio lo stiamo portando fuori dai locali, in televisione.
Sempre, però, con responsabilità: si può dire tutto, ma sempre ricordandosi di avere rispetto delle persone che ascoltano e che possono rimetterci perché sono meno rappresentate.
Quando è iniziato questo cambiamento nella comicità italiana?
È un percorso molto lento, nato agli inizi degli anni Duemila, quando la stand up è arrivata prima con gli spettacoli sottotitolati online, poi con Satiriasi e con il gruppo di stand up che lavora da ormai 20 anni.
Così il pubblico si è abituato a un linguaggio diverso e lo stesso lo sta facendo la televisione, dove chi è cresciuto con quella comicità ora inizia ad avere qualche posizione decisionale, che in passato magari erano occupate da persone che non conoscevano bene la materia.
Prima anche i produttori avevano più timore, oggi sanno che esiste un pubblico sicuro, che determina il successo di un programma.
Il politicamente scorretto è una pratica più semplice sulle piattaforme rispetto alla tv generalista?
Le reti generaliste sono più restie a sperimentare, tranne qualche eccezione come Una pezza di Lundini (Rai2) e In&Out – Niente di Serio, che però è stato mandato in onda su Tv8 in estate… coi piedi di piombo. Preferiscono andare sul sicuro. Immagino comunque che anche le piattaforme abbiano dei paletti.
Molto dipende dalle produzioni: Stand By Me, per esempio, ha puntato su questa generazione di comici. Secondo me anche la tv generalista ha possibilità di investire su questo tipo di comicità, Le Iene e la Gialappa lo stanno già facendo.
Il suo nuovo tour teatrale (le prossime date: venerdì 9 ottobre Ancona, il 17 Bologna, il 23 Roma, poi Napoli, Milano, Torino, Genova, Pescara e così via nel 2027) si intitola ‘Comico dai ruolo mai principali’. Perché?
Un giorno ho visitato la mia pagina Wikipedia e ho notato che c’era un avviso che ne segnalava la possibile cancellazione perché non considerata abbastanza rilevante dal punto di vista enciclopedico.
La motivazione ufficiale era: ‘Comico dai ruoli mai principali’. Nello spettacolo rifletto su varie tematiche, dall’attualità alla politica, dal politicamente corretto alle difficoltà della nostra generazione di comici rispetto alle nuove sensibilità.
Ma tutto ciò con il solo obiettivo di dimostrare a Wikipedia di essere degno di avere una pagina.
Tintoria, il podcast che conduce con Daniele Tinti (e che è appena sbarcato su Prime Video per un ciclo di 4 episodi speciali), sta vivendo un momento di svolta?
Daniele è stato un visionario. Gli piaceva ascoltare i podcast e quindi ha voluto iniziare a farne uno, con mezzi di fortuna nel 2018. Io ero un autore-ombra, ogni tanto gli davo qualche suggerimento sulle domande da fare agli ospiti.
Era come un gioco, solo dopo abbiamo deciso di strutturarci e di farlo in maniera più professionale coinvolgendo The Comedy Club. Il boom è stato dovuto al fatto che il pubblico ha visto che non erano interviste promozionali classiche, ma chiacchierate di due ore in cui veniva fuori l’umanità dell’ospite. Tra le più viste c’è l’intervista a Pietro Sermonti.
Ricordo che quando finimmo di registrare, lui mi mandò un vocale: “Mi sono divertito, è stata la mia prima intervista vera”. All’epoca anche chi veniva era più spontaneo e magari non conosceva bene il format, non sapeva che ci sarebbero state centinaia di persone come pubblico. E così siamo arrivati al punto che per gli ospiti andare in un podcast rientra nelle attività promozionali, si sono un po’ abituati.
Il risultato è che talvolta vengono a fare la performance per il pubblico, a cercare la battuta per far ridere, e io e Daniele ci ritroviamo a essere le spalle: ultimamente questa dinamica ci ha un po’ stancato. Per carità, è sempre divertente e interessante, ma diventa un po’ meno stimolante per noi. Per questo motivo ultimamente stiamo sperimentando: abbiamo cominciato a registrare anche puntate in studio, senza pubblico, tornando alle origini.
In effetti così Tintoria sta tornando a essere una conversazione e a noi due piace. Speriamo di poter continuare così.
Insomma, Tintoria sta per diventare un Basement che fa ridere…
Questo lo ha detto lei. E se vuole… può lasciarlo. Salutiamo Gazzoli!.




