Immagine di copertina: Luca Zaia. Fonte: Wikimedia Commons
Da 30 anni a questa parte – e dunque per tutta la Seconda Repubblica – la trasmissione Porta a Porta è stata chiamata anche, tanto dai detrattori quanto dagli estimatori, la “terza Camera dello Stato” a sottolineare la crucialità di quello spazio televisivo in tarda notte per la politica italiana.
La liturgia laica è rimasta pressoché immutata e vede esponenti di partito sfilare quotidianamente nello studio 5 del Centro di produzione Rai di Via Teulada 66, facendo persino anticamera prima di far capolino tra gli immensi battenti che vengono solertemente aperti dal maggiordomo interpretato dall’attore teatrale Paolo Baroni.
Adesso, però, tra il fatto che l’ormai 81enne Bruno Vespa abbia iniziato a mostrare alcuni evidenti segni di stanchezza e, soprattutto, che il mondo dell’informazione si sta trasferendo in massa verso altri lidi, viene da chiedersi se presto saranno i podcast a reclamare per sé il ruolo di “terza Camera dello Stato”.
Il case study americano
Non è facile rispondere a una simile domanda perché il nostro Paese, considerata l’anagrafica assai avanzata dei suoi abitanti, non rinuncerà tanto presto e facilmente ai programmi televisivi classici.
Ma nel resto del mondo, a iniziare dagli Usa, i podcast politici contribuiscono già a sollevare e sfarinare le fortune di questo o quel candidato.
Lo stesso presidente americano attualmente in carica, Donald Trump, come è stato ricordato proprio su queste pagine di recente, deve anche alle sue apparizioni nei podcast come quello di Joe Rogan (e al supporto attivo di una schiera di seguitissimi podcaster sempre pronti a propagandare l’ideologia Maga e America First) buona parte dell’entusiasmo elettorale che lo ha riportato alla Casa Bianca.
E sempre Trump ora deve resistere alle bordate che gli giungono via etere dai suoi ex supporter che lui stesso aveva elevato a interlocutori privilegiati, denigrando al contempo i media tradizionali.
Padroni a casa propria
Il ritardo italiano potrebbe trasformare gli Usa in un case study da osservare sul vetrino con molta attenzione da parte dei politici di queste latitudini. Perché, appunto, Trump di certo si è servito dei podcast sfruttandone l’onda lunga per ritornare alla Casa Bianca, ma poi si è ritrovato ad avere in quegli stessi podcaster i suoi più attenti osservatori e aspri critici.
Da qui la possibile decisione, come fa per esempio l’ex ministro dell’Agricoltura nonché ex presidente della Regione Veneto, Luca Zaia col suo Fienile, di operare una disintermediazione ulteriore: non solo si sostituisce il giornalista mettendo al suo posto un più mansueto podcaster, qui si sostituisce pure il podcaster col politico.
A dispetto dell’avventurismo di molti imprenditori o di neonate formazioni partitiche che si buttano in politica pensando di imparare strada facendo, qui accade l’opposto: a sorpresa il prodotto confezionato dall’esponente leghista è professionale, solido e godibile.
Ottimi ospiti (da Adriano Panatta a Paolo Crepet, fino a Federico Faggin), buon ritmo, una conversazione che rimanda alle calde chiacchierate tra amici davanti a qualche birra e la possibilità per l’internauta di interrompere l’ascolto portando quasi sempre a casa qualche nozione o qualche aneddoto che non sapeva.
Un podcast per restare in politica?
La nuova vita dell’ex presidente del Veneto Luca Zaia è dunque nelle lande virtuali? Difficile dirlo.
C’è pure chi sostiene l’opposto, ovvero che quel megafono gli consenta di non uscire politicamente di scena. I rapporti con il segretario del partito, il vice-premier nonché ministro alle Infrastrutture, Matteo Salvini – è noto – non sono il massimo da tempo e sono forse persino andati deteriorandosi nell’ultimo periodo.
Non solo il “doge” veneto rappresenta quella Lega delle origini che Salvini ha voluto frettolosamente archiviare favorendo alleanze con l’estrema destra mal digerite dagli esponenti del Nord della prima ora che applaudivano quando Umberto Bossi comiziava di voler “stanare i fascisti” dalle loro abitazioni, ma è pure il più indicato a diventare il prossimo segretario federale leghista.
Da qui, con ogni probabilità, la volontà di Salvini di non concedergli mai troppo spazio schiacciandolo ai bordi, evitando per esempio di spendersi personalmente sia per la riforma sul terzo mandato (che avrebbe consentito a Zaia di ripresentarsi alla corsa per la presidenza di Regione), sia per assicurargli la poltrona del dicastero al Turismo lasciata recentemente libera da Daniela Santanchè.
Peraltro, attraverso il suo podcast da una novantina di milioni di views al mese, Zaia, secondo i calcoli di Marco Cremonesi sul Corriere della Sera, da un lato esonda dalla propria regione di riferimento, garantendosi una eco nazionale, dall’altro però mantiene la propria figura ben radicata sul territorio, essendo registrato all’interno del ben noto incubatore trevigiano di startup H-Farm di Riccardo Donadon.
C’è ben poco altro nel palinsesto
Insomma, per Zaia il Fienile è tutto fuorché un modo di riciclarsi, semmai è un’occasione per restare sotto i riflettori e acquisire un nuovo tipo di pubblico che un domani potrebbe essere pure un elettorato di riferimento.
In questo è agevolato dal fatto che non ci siano molti altri politici, specie di rilievo, a presidiare strategicamente il mezzo. Pure Matteo Renzi, premier eternamente “giovane” per antonomasia (memorabili i suoi tweet durante la cerimonia del suo insediamento a Chigi) è ancora troppo ancorato ai social tradizionali (ciò ci ha comunque regalato qualche preziosa occasione per ghignare) e i suoi Speciali e fili diretti del podcast di Radio Leopolda sono presto diventati una pigra e svogliata repository di interviste rilasciate altrove.
Ma obiettivamente chi mai, facendo jogging o andando al lavoro, si sognerebbe di ascoltare le registrazioni di Renzi perché non ha visto l’ultima puntata di DiMartedì?
Lunghi soliloqui e podcast di partito
Anche Vincenzo De Luca, pur avendo possanza televisiva, ego mediatico e una naturale teatralità di stampo partenopeo ai podcast preferisce più per il suo format Il punto della settimana (dalla durata variabile tra la mezz’ora e l’ora), ovvero video uso social e YouTube nei quali si lascia ai propri soliloqui. Del resto per un politico non è facile cedere al compromesso di condividere il palco e accettare l’idea di non essere al centro della scena.
Ci prova la deputata pentastellata Vittoria Baldino, nel suo A parole Tue, che però oltre a esondare con le sue domande fiume, abbondando peraltro coi giudizi di valore (“il tuo bellissimo libro” detto a Marco Travaglio…), sembra tenda a scegliersi ospiti comodi – dal già citato Travaglio a Pasquale Tridico – e questo anestetizza tanto il contraddittorio quanto l’attenzione di chi ascolta.
I temi interessanti, comunque, non mancano e molti strizzano l’occhio ai giovani, sebbene il format in sé sappia troppo di salotto televisivo mentre da una esponente dei 5 Stelle ci si aspetterebbe sicuramente qualcosa di più di rottura.
Chiedi alla Pini è invece il podcast dell’ex deputata PD (oggi consulente di comunicazione politica) Giuditta Pini, con tanto di mail e numero WhatsApp “ad hoc” per ‘intervenire in diretta.
Ma anche qui, come il Punto dell’ex presidente della Regione Campania, si tratta di dover ascoltare un politico che parla con sé stesso, senza peraltro la naturale simpatia delle battute stile Totò che De Luca infila qua e là per sbeffeggiare i propri avversari.
Pulp ma non gulp podcast
Il podcast resta dunque una bestia strana, che i politici di casa nostra non ancora hanno imparato a domare.
Ci ha provato pure la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, da sempre abbastanza allergica alle domande dei giornalisti e, perciò, felice ospite di Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra.
Il risultato non è stato dei più entusiasmanti: nessun contraddittorio, domande di rito e la leader di Fratelli d’Italia lasciata libera di imperversare con risposte torrenziali. Sarà un caso, ma gli italiani hanno reagito bocciandole al referendum la sua riforma della Giustizia.
Molto più divertente la puntata con Roberto Vannacci e Matteo Renzi, parolieri che sanno interpretare un ruolo e che funzionano più se attaccati che non da soli sul palco. Ma anche qui nulla che non si fosse già visto in televisione o sentito in radio, magari alla Zanzara.
E siamo comunque nel campo dell’intrattenimento spiccio e non dell’informazione, in cui invece potrebbe posizionarsi il Fienile di Zaia. Prova che trovare un podcast meritevole di essere ascoltato curato da un politico italiano sia in effetti raro come rinvenire il proverbiale ago nel pagliaio, o nel fienile, ma ci si può riuscire.
Nel mentre, però, Bruno Vespa può dormire sonni tranquilli, e noi con lui appisolandoci ancora durante Porta a Porta.




