Immagine di copertina: Viktor Orbán. Fonte: Flickr
Dopo la sconfitta elettorale del 12 aprile 2026, il sistema informativo costruito da Orbán in sedici anni rimane in piedi.
Per il nuovo governo Magyar la liberazione dell’etere e la ricostruzione di un contesto mediatico democratico saranno la prova più difficile. Per questo è utile tracciare un quadro di come sono organizzati i media ungheresi e quali sono i principali strumenti di controllo che sono stati sviluppati.
La televisione è il mezzo dominante in Ungheria, con gli ungheresi stabilmente ai vertici delle classifiche europee di ore davanti allo schermo: nel terzo trimestre del 2017 la media era di 265 minuti al giorno.
Il mercato è tradizionalmente bipolare nel segmento commerciale: RTL Klub che con vari canali raggiunge il 20-21% di share e il gruppo TV2 con il 25-26%, mentre il sistema statale MTVA – istituito nel 2011 con il direttore generale nominato dal Consiglio dei Media – comprende otto canali televisivi e otto radiofonici, oltre all’agenzia di stampa MTI che distribuisce gratuitamente le notizie alle redazioni.
Ci sono anche elementi di frammentazione: nessun singolo canale supera il 14-15% di share.
La storia di TV2 è emblematica del metodo Orbán. Il canale fu venduto dal gruppo tedesco ProSiebenSat.1 nel 2013 a due manager interni, in una transazione ampiamente interpretata come un passaggio propedeutico alla conquista governativa, resa effettiva nell’ottobre 2015 quando la stazione passò ad Andy Vajna, produttore cinematografico e dichiarato sostenitore di Orbán.
Vajna non aveva liquidità sufficiente: il governo gli prestò 8 miliardi di fiorini tramite la banca pubblica Eximbank, somma che la maggior parte degli osservatori ritiene non verrà mai restituita. L’operazione era politicamente trasparente: dal 2013 TV2 ha ricevuto circa il 75% degli investimenti pubblicitari statali destinati alle televisioni commerciali, una quota sproporzionata considerato che RTL Klub continuava a guidare gli ascolti.
Dopo la morte di Vajna nel gennaio 2019, il gruppo è passato a József Vida, presidente della banca di risparmio Takarékbank e figura vicina all’oligarca Lőrinc Mészáros.
I media pubblici sono diventati cassa di risonanza del potere, mentre la pubblicità statale ha sostenuto un ecosistema privato filogovernativo indebolendo chi restava formalmente indipendente.
Non serve immaginare una censura classica: basta osservare come visibilità e risorse si distribuiscono quando l’arbitro è anche il primo inserzionista. La tattica abituale è stata più sottile della censura: il governo ha disposto una sorta di embargo alla pubblicità sui media critici, portandoli al punto di fallire.

Péter Magyar. Fonte: Wikimedia Commons
Anche la vicenda di KESMA (Central European Press and Media Foundation) è abbastanza particolare. Nel novembre 2018, i proprietari di otto diverse società del settore media decisero di donare a questa neonata fondazione le loro televisioni, radio, giornali e portali: era nata KESMA, destinata a diventare il polo centralizzato dei media allineati a Orbán.
La Fondazione, designata come asset “strategico” nazionale, è esente dalla normativa antitrust e conta oggi oltre 400 testate, tra radio e stampa. Al momento della costituzione, il valore stimato degli asset era di oltre 88 milioni di euro.
I numeri raccontano la portata della concentrazione: KESMA detiene circa il 16% del mercato mediatico ungherese e il 37% di tutti i ricavi pubblicitari; con due canali televisivi all news, diverse radio e tutti i quotidiani regionali, occupa una posizione di monopolio in diversi segmenti.
Uno studio commissionato dal gruppo dei Verdi al Parlamento europeo stima che complessivamente il 77,8% del mercato politico-informativo sia finanziato da fonti controllate dal partito di governo con il settore televisivo dove la quota filogovernativa supera il 60%.
Il controllo avviene per lo più in modo indiretto. Orbán ha delegato la raccolta dei media a imprenditori le cui fortune economiche erano cresciute grazie a commesse pubbliche, come Lőrinc Mészáros nell’edilizia. La loro disponibilità a cedere gratuitamente i propri asset a KESMA illustra bene come quella ricchezza restasse dipendente dalla buona volontà del premier.
Nel segmento delle radio nazionali, invece, le emittenti del sistema statale come Kossuth Rádió e le altre stazioni pubbliche, oppure la commerciale Retró Rádió (KESMA), occupano una posizione di monopolio o quasi. Nelle radio locali, tutte le emittenti sono controllate da KESMA, eccetto Budapest e la sua cintura urbana dove sopravvivono alcune stazioni indipendenti come Tilos Rádió.
La stampa quotidiana regionale è completamente in mano governativa: tutti i 19 quotidiani provinciali ungheresi – uno per ogni contea – sono pubblicati da KESMA.
La stampa nazionale a diffusione pagata è più frammentata. Nel segmento dei tabloid nazionali, il mercato è controllato da testate filogovernative come Bors (KESMA, oltre 20.000 copie) e Blikk (Indamedia, quasi 40.000 copie); Blikk era di proprietà del gruppo svizzero Ringier fino all’ottobre 2025, quando è stata ceduta a una società riconducibile a Mészáros.
Tra i settimanali resistono alcune testate indipendenti come HVG (23.000 copie) e Magyar Narancs, ma il leader è il filogovernativo Szabad Föld (KESMA, quasi 33.000 copie nel 2023).
Il controllo governativo sui media ungheresi combina strumenti normativi ed economici. Sul fronte regolatorio, già nel 2010 Fidesz approvò una nuova legge sui media che accentrava le competenze in un Consiglio dei Media di nomina parlamentare, ma di fatto governativa, con poteri su licenze, sanzioni e monitoraggio dei contenuti.
Il Consiglio dei Media politicamente catturato e l’Autorità per la concorrenza hanno giocato un ruolo decisivo nell’espansione dei media filogovernativi. Questa autorità ha il potere di negare il rinnovo delle frequenze alle radio indipendenti per motivi puramente tecnici o amministrativi, costringendole a trasmettere solo online.
L’Ufficio per la Protezione della Sovranità (SPO) creato nel 2023 ha poteri investigativi ampi per colpire organizzazioni e media che ricevono finanziamenti esteri. Può avviare indagini su testate come Átlátszó con l’accusa di “servire interessi stranieri”, delegittimando il lavoro dei giornalisti investigativi.
Parallelamente, la Legge sulla Trasparenza della Vita Pubblica (2025) mira a punire con pesanti sanzioni finanziarie (fino a 25 volte l’importo ricevuto) le organizzazioni che ricevono supporto estero senza autorizzazione governativa, minacciando la chiusura forzata dei media indipendenti che dipendono da fondi UE o donazioni internazionali.
Sul piano economico, il governo ha usato la pubblicità statale come strumento di pressione sistematico. Visto l’intervento pubblico pervasivo nell’economia, lo Stato e le imprese pubbliche sono i principali inserzionisti pubblicitari.
La maggior parte delle organizzazioni di KESMA non sarebbe finanziariamente sostenibile senza quella pubblicità, mentre le testate indipendenti ne erano private.
Quando questo non bastava, si ricorreva a pressioni sugli azionisti: nel 2016 il quotidiano Népszabadság – il più antico giornale di centrosinistra ungherese, con una storia risalente al 1956 – fu semplicemente chiuso dagli investitori vicini a Fidesz.
Nel 2020 la stessa sorte toccò a Index.hu. Dopo averla dissanguata con il ritiro della pubblicità statale e le pressioni sugli inserzionisti privati, il governo si infiltrò nella struttura proprietaria e gestionale del sito e ne licenziò il direttore, causando le dimissioni collettive della redazione.
Klubrádió, ultima radio indipendente a copertura nazionale, perse la licenza nel 2021 per una decisione del Consiglio dei Media che contestò presunte “violazioni ripetute della legge sui media”.
Tra i media indipendenti che resistono ci sono Klub, un canale di RTL, il canale YouTube Partizán, il quotidiano Népszava, il settimanale HVG e i portali 24.hu, 444.hu e Telex, che mantengono posizioni significative in alcuni segmenti di mercato pur subendo pressioni politiche, economiche e regolatorie.

Fonte: Canva
Dall’altro lato, il digitale ha aperto spazi nuovi: il canale Partizán su YouTube ha costruito un’audience di massa aggirando il sistema tradizionale, e Magyar stesso – consapevole dell’embargo mediatico – ha condotto una campagna fondata su sei comizi al giorno in tutto il Paese.
L’informazione digitale in Ungheria è diventata il vero campo di battaglia. Qui il panorama è spaccato a metà: da un lato testate indipendenti nate da “costole” di giornali chiusi, dall’altro un ecosistema digitale governativo massiccio e pervasivo.
Nel 2026, il traffico digitale è dominato da pochi grandi nomi, spesso sostenuti direttamente dai lettori o da gruppi vicini al governo. In Ungheria, Facebook è la fonte primaria di notizie. Il governo investe cifre record in social media advertising (superando spesso i budget dei partiti dei grandi paesi europei) per promuovere “influencer politici” e contenuti che amplificano i messaggi filostatali, saturando l’algoritmo.
Tra il 2024 e il 2026 si è registrato un aumento di attacchi informatici massicci contro i siti di opposizione durante momenti politici chiave (come le elezioni di aprile 2026), che rendono i portali inaccessibili per ore e dove sembra esserci una significativa responsabilità russa.
Inoltre, esiste una forte polarizzazione che è anche una forma di segmentazione politica. Nelle città (Budapest in primis), la popolazione accede a una pluralità di fonti digitali. Nelle aree rurali, l’ecosistema digitale è spesso limitato ai siti dei quotidiani regionali (tutti controllati da KESMA) e ai video di YouTube/Facebook sponsorizzati, creando una vera e propria “bolla informativa” quasi impenetrabile per le voci critiche.
Il nuovo governo per trasformare questo sistema deve fare interventi strutturali. Smontare KESMA, riformare il Consiglio dei Media, restituire frequenze e licenze richiede tempo, volontà politica e una nuova legge sull’editoria che la Commissione europea attende da anni.
I media ungheresi, insomma, saranno il primo e più rivelatore banco di prova del governo Magyar – non solo per i cittadini ungheresi, ma per chiunque in Europa voglia capire se un sistema illiberale consolidato possa davvero essere smontato per via democratica.
Occorre anche vedere se il nuovo presidente vuole sul serio smontare il sistema di controllo creato da Orban. Influenzare i media fa comodo a tutti i governanti, e in un Paese dove le campagne di disinformazione russe sono molto presenti mantenere un po’ di controllo nel breve periodo potrebbe essere una necessità, anche se pericolosa.




