Dai deepfake ai chatbot, l’IA ha conquistato le campagne elettorali

Di il 12 Ottobre, 2026
Israele e Stati Uniti sono diventati il banco di prova di una comunicazione politica sintetica. Intanto Giorgia Meloni corre ai ripari, in vista delle elezioni del 2027
Fonte immagine di copertina: Flickr

Nelle ultime settimane ha fatto il giro dei social media israeliani un video in cui alcune delle figure centrali del sistema giudiziario, tra cui il presidente della Corte Suprema, vengono arrestate e trascinate con violenza da alcuni agenti di polizia.

Il video è stato pubblicato in origine da Bezalel Smotrich, attuale ministro delle Finanze israeliano e leader del partito Sionismo Religioso. Il post è stato poi condiviso dai canali del partito ed è diventato virale, in un clima elettorale sempre più caldo.

Come riportato dal quotidiano Haaretz, il video ha scatenato molte proteste: è stato creato tramite intelligenza artificiale e alcuni avversari politici ne hanno chiesto la rimozione.

Il Comitato Elettorale Centrale ha esaminato la vicenda e ha concluso che non ci sono le basi giuridiche per rimuoverlo dalla rete.

L’episodio non è isolato ed è l’ennesima dimostrazione di quanto le campagne elettorali siano sempre più legate all’intelligenza artificiale e al suo sviluppo.

Le elezioni israeliane e i deepfake

L’episodio riportato da Haaretz non è il primo che vede protagonisti Smotrich, il suo partito e l’uso dell’IA.

Già quest’estate Sionismo Religioso aveva prodotto e condiviso un video in cui Gadi Eisenkot, candidato primo ministro e leader di Yashar, incontra Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.

L’incontro, in realtà, non è mai avvenuto e il video è stato creato appositamente dal partito di ultradestra per convincere l’elettorato che Eisenkot è un pericoloso leader dell’ultrasinistra, pronto a scendere a patti con i nemici di Israele.

Come riportato dall’Economist, 26 luglio 2026 lo stesso video è entrato nella storia, diventando il primo contenuto elettorale a violare le norme sull’IA del Comitato Elettorale Centrale israeliano.

Da quel momento i contenuti IA non sono diminuiti, anzi hanno iniziato a inondare i social media israeliani.

Questi video sono difficili da riconoscere perché la loro qualità è molto superiore a quella dell’AI slop, i contenuti sintetici di bassa qualità a cui siamo abituati, e può ingannare anche un occhio esperto.

A questo si aggiunge un problema di regolamentazione: questi contenuti sono segnalati solamente da una minuscola etichetta ‘AI’ in un angolo e da una scritta in ebraico secondo cui ‘i contenuti sono stati creati con mezzi digitali e non rappresentano fatti reali’.

Oltre ai bot, a pubblicare questi video sono state anche alcune figure politiche di primo piano, tra cui lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo principale avversario, Eisenkot.

Benjamin Netanyahu. Fonte: Wikimedia Commons

I pericoli nascosti

Il caso israeliano dimostra però che i deepfake, pur essendo diventati un elemento centrale del dibattito elettorale, rappresentano una minaccia secondaria.

Gli esperti sottolineano infatti che il pericolo maggiore legato all’IA deriva dal suo uso più subdolo e nascosto. In particolare alcuni accademici mettono in guardia dagli strumenti che mirano alla persuasione, alla manipolazione e al microtargeting, ovvero l’invio di messaggi personalizzati a gruppi ristretti di elettori.

Secondo il New York Times, negli ultimi mesi alcuni gruppi cinesi, iraniani e israeliani hanno iniziato a sperimentare nuovi metodi di influenza basati sull’IA.

La novità rispetto ai deepfake è il ricorso a campagne ‘agentiche’, ovvero portate avanti in maniera autonoma da intelligenze artificiali.

Tra le campagne analizzate dal quotidiano newyorchese, una è stata creata da IntelEye, società privata di Tel Aviv fondata da alcuni ex membri di NSO Group, l’azienda di spyware sottoposta a sanzioni americane.

La campagna consiste nella creazione di migliaia di account sui social media che commentano e pubblicano contenuti sulle elezioni di fine ottobre.

Secondo uno dei fondatori dell’azienda, l’operazione è un esperimento a scopo difensivo, pensato per studiare gli effetti e gli usi dell’IA da parte di attori ostili, e non punta a influenzare il voto.

Il Wall Street Journal ha poi rivelato che un’altra minaccia crescente è rappresentata dagli avatar IA, più realistici dei bot perché legati a numeri di telefono e conti correnti.

Tramite questi avatar, alcuni attori sono riusciti a mettere in piedi un’operazione di chiamate automatiche in cui una voce generata con l’IA, del tutto simile a quella di un politico, contatta gli elettori e amplifica la disinformazione.

Un altro problema crescente è l’uso dei chatbot per informarsi sulle elezioni, soprattutto da parte degli elettori più giovani. Molte operazioni digitali mirano infatti a influenzare e manipolare i chatbot, per contaminarli con disinformazione e narrazioni polarizzate.

Le midterm americane

Dall’altra parte dell’Atlantico, la campagna elettorale delle midterm presenta una situazione speculare a quella israeliana.

Un esempio eclatante è arrivato da una delle sfide più combattute, quella per il Senato in Texas.

Come riportato da Axios, Ken Paxton, candidato del Partito Repubblicano, ha pubblicato sui suoi social un video creato tramite l’intelligenza artificiale in cui il suo avversario democratico, James Talarico, ripeteva alcune sue dichiarazioni passate, tagliate e rimesse insieme in maniera strategica.

Questo episodio non è isolato. Negli ultimi mesi, specialmente in estate, deepfake e immagini sintetiche sono circolati con grande libertà e frequenza, diventando spesso virali e venendo ripubblicati, o addirittura generati, dai candidati stessi.

In alcuni casi, secondo i loro creatori, si tratta di satira. In altri la situazione è più complessa e ha spinto le vittime a ricorrere alle vie legali.

Oltre ai deepfake, c’è poi il problema del rapporto tra elettori e IA e della disinformazione diffusa dai chatbot.

Come riporta NPR, molti elettori chiedono ai chatbot di confrontare i candidati, spiegare su cosa si vota e verificare informazioni e notizie.

Secondo alcuni esperti, però, gli elettori usano i chatbot soprattutto perché ne escono soddisfatti, più che per la loro reale utilità. Questi strumenti tendono infatti a confermare le convinzioni e le ideologie di chi li interroga, alimentando il cosiddetto bias di conferma.

La teoria trova riscontro anche in un’inchiesta del New York Times, secondo cui le risposte fornite dai chatbot agli elettori variano in base al profilo di chi pone la domanda, in particolare a seconda che l’utente si identifichi come democratico o repubblicano.

Già all’inizio dell’estate, inoltre, NewsGuard, organizzazione che contrasta la disinformazione, aveva pubblicato un report secondo cui molti chatbot condividono informazioni non verificate e teorie del complotto, spesso frutto di propaganda estera.

Donald Trump. Fonte: Flickr

Il caso italiano

La crescente centralità dell’IA nei processi elettorali non è passata inosservata a Palazzo Chigi. Lunedì 5 ottobre il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha chiesto la registrazione del proprio timbro di voce come marchio all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale.

La decisione servirebbe a proteggersi da eventuali deepfake e dall’uso improprio della sua voce tramite IA da parte di terzi.

La richiesta è ancora in fase di esame. Se approvata, permetterà a Meloni, già vittima di deepfake in diverse occasioni, di far ritirare qualsiasi contenuto che utilizzi in modo improprio il suo timbro e di chiedere un risarcimento.

In alcuni paesi le conseguenze potrebbero essere anche penali. In Italia, per esempio, l’uso improprio verrebbe considerato contraffazione di un marchio registrato, un reato che nei casi più gravi può comportare la reclusione.

Come sottolinea ABC News, tuttavia, il marchio non basterà a fermare la creazione di imitazioni sintetiche della voce di Meloni. Offrirà però uno strumento legale in più per contrastarne la diffusione.

La mossa va letta nel quadro di una politica in cui l’IA è sempre più centrale, soprattutto in campagna elettorale.

Giorgia Meloni. Fonte: Shutterstock

Una regolamentazione in ritardo

Le elezioni in Israele e le midterm americane stanno rendendo evidente un rischio che era già nell’aria: l’IA può diventare una grave minaccia per i processi democratici, soprattutto se usata in maniera aggressiva da attori ostili.

Le regole faticano a tenere il passo. In entrambi i paesi, la regolamentazione di questi strumenti in campagna elettorale appare arretrata rispetto alla velocità con cui l’IA evolve e si sviluppa.

Negli Stati Uniti il fenomeno si somma a una fiducia nelle istituzioni già bassa, che l’uso dell’IA potrebbe erodere ulteriormente. Secondo alcuni osservatori, a spingere gli elettori verso i chatbot è anche la decimazione dei media locali, che ha lasciato molte comunità senza fonti vicine al territorio.

In molti casi, l’obiettivo di chi usa l’IA è seminare caos e sfiducia nel sistema, più che sostenere una parte politica.

Dean Livne, direttore ad interim del Comitato Elettorale Centrale israeliano, ha però sottolineato il dinamismo di questa tecnologia: l’IA rappresenta una sfida, ma può diventare uno strumento fondamentale per combattere la disinformazione e rendere la rete un luogo più sicuro.

Secondo alcuni media internazionali, quella in corso è la prima campagna elettorale in cui l’IA ha un ruolo centrale. Un esperimento da cui trarre lezioni, come sembra aver fatto Meloni.

Resta da capire se istituzioni, piattaforme e media riusciranno a trasformare l’IA da arma di disinformazione in strumento per un’informazione migliore. Intanto, il voto israeliano di fine ottobre e le midterm americane saranno il primo test.

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Rocco De Carolis
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Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di comunicazione politica e dinamiche digitali dell'informazione. Studia International Security alla Paris School of International Affairs (PSIA) di Sciences Po, dopo la laurea conseguita in Global Humanitarian Studies all'UCL con First Class Honours. Ha conseguito un diploma in Global Security presso l'ISPI e cura il Substack del Council for Countering Online Disinformation. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con attenzione al sistema politico e mediatico angloamericano.