Immagine di copertina: il presidente della Fed, Kevin Warsh. Fonte: Wikimedia Commons
Se il Cupolone che si staglia sullo sfondo di questa storia non fosse quello del Campidoglio ma del Vaticano e se al posto di Kevin Warsh ci fosse Jude Law, quanto stiamo per raccontare sembrerebbe proprio l’incipit dell’acclamata e divisiva serie televisiva The Young Pope di Paolo Sorrentino.
Anche Warsh, al pari dell’affascinante capo della Chiesa tratteggiato dal regista partenopeo ha infatti avviato il proprio mandato facendo voto del silenzio e riducendo drasticamente le comunicazioni che la sua istituzione rivolge ai “fedeli”, qui rappresentati da analisti e investitori.
Conclusa l’era Greenspan – Bernanke
Nei primi giorni dalla sua nomina Warsh aveva espressamente dichiarato che intendeva porre fine a quello che considerava uno “sciamanesimo monetario” fatto di continue indicazioni della Federal Reserve Bank – la Banca centrale statunitense – ai mercati che a suo dire finivano per risolversi in profezie autoavveranti.
A livello tecnico ciò vuol dire chiudere il sipario sull’interventismo che gli economisti fanno risalire a un suo predecessore, Alan Greenspan mentre, a livello comunicativo, significa spegnere quei megafoni della Fed accesi con Ben Bernanke noto soprattutto per l’invenzione della forward guidance – l’indicazione delle mosse future – che costituiva di fatto un bollettino con cui la Fed si rivolgeva agli investitori, rischiando anche talvolta di essere sconfessata dagli stessi.
Si comunica solo se c’è qualcosa da dire
La rotta tracciata da Warsh è chiara e, per fugare ogni dubbio sulla strategia comunicativa, il nuovo governatore ha usato le parole dell’economista George Shultz, ex segretario di Stato di Ronald Reagan, secondo cui “le conferenze stampa sono utili a patto che, se si decide di imbastirne una, ci si assicuri di avere realmente qualcosa di importante da dire”.
Spariscono insomma le diagnosi della Fed come spariscono le conseguenze dirette dei tentativi dell’istituto di plasmare le aspettative di inflazione. Per molti analisti è come se i marinai e i nocchieri si trovassero di colpo a navigare al buio, dopo che qualcuno ha spento tutti i fari della costa.
Per il numero 1 della Federal Reserve Bank, invece, il mercato deve reggersi su informazioni non filtrate: “compratori e venditori devono tornare a incontrarsi determinando i prezzi dei titoli del Tesoro e il valore del dollaro”.
La Fed agirà di conseguenza, a valle, senza apparentemente provare a influenzare l’andamento delle cose a monte: “Gli operatori di mercato stanno imparando a giocare la partita, anziché a guardare l’arbitro”.
Una rivoluzione ben poco gentile, paragonabile per certi versi al nuovo assetto mondiale che Donald Trump ha imposto al resto del pianeta a suon di dazi e cartine geografiche che di colpo cambiavano toponomastica e confini.
E infatti non mancano le critiche: molte si concentrano sui rischi legati a una gestione più opaca dell’istituto: senza diagnosi non è dato comprendere le mosse dei suoi vertici se non – forse – dopo un periodo congruo, a bocce ormai ferme e conseguenze esplicitate.
Le conseguenze sui T-bond
E poi c’è il tema del tempismo mancato: la Fed abbandona il campo in un periodo storico in cui i mercati sono in forte subbuglio e l’elemento psicologico (dettato dunque da timori come pure aspettative) pare dominante.
E se Warsh ripete come un mantra che “Fornire con chiarezza una forward guidance equivale quasi a legarci le mani dietro la schiena”, molti degli analisti interpellati dal Financial Times non condividono certo tale visione.
“L’approccio di Warsh, che non fornisce indicazioni, si sta già rivelando controproducente”, ha sentenziato per esempio Francesco Pesole, stratega di Ing commentando il recente balzo dei rendimenti dei Treasury bond seguito proprio alla prima apparizione pubblica del governatore della Federal Reserve Bank.
Per Stephen Jones, responsabile degli investimenti in Aegon Asset Management, “Si tratta di un cambiamento notevole rispetto alle aspirazioni e al modus operandi dei presidenti della Fed del passato” e non è dei più positivi: “Che sia intenzionale o accidentale, ha perso ogni controllo sul mercato dei titoli del Tesoro”.
Anche il silenzio è comunicazione
Ma c’è anche chi, nella Vecchia Europa, avverte di non farsi ingannare, perché anche il silenzio è una forma di comunicazione.
Ludovic Subran, responsabile degli investimenti di Allianz, ha affermato che benché sia innegabile che il formato delle conferenze stampa della Fed “non funzioni nella sua forma attuale” è comunque da intendere come “uno strumento di forward guidance” con la sola differenza “che ora finge di non esserlo”.
Lo stesso Financial Times pone l’accento sulle conseguenze negative di questo nuovo approccio.
“Costringere le aziende a fissare i prezzi in un contesto di incertezza aumenta inutilmente i costi di finanziamento. Molte sono costrette a stipulare contratti di copertura ingenti e costosi che distorcono i mercati e potrebbero danneggiare la produzione economica.
Le imprese, impossibilitate a pianificare assunzioni e decisioni di finanziamento in un contesto macroeconomico prevedibile, potrebbero quindi subire perdite. I lavoratori che non troveranno lavoro e i consumatori che potrebbero trovarsi a dover affrontare prezzi più alti saranno danni collaterali”.
L’unico a parlare è rimasto Donald Trump
Tutti contro la rivoluzione comunicativa di Warsh, dunque? No. Un sostegno al nuovo numero uno della Fed fermamente voluto da Donald Trump arriva, probabilmente nemmeno in modo inatteso, dal mondo delle Big Tech (sulle quali il presidente americano punta molto per avviare quella “golden age” promessa a più riprese in campagna elettorale).
Gary Cohn, Vicepresidente di Ibm, intervenendo negli studi di Bloomberg ha difeso tale innovazione sostenendo che “il mercato fosse ormai diventato dipendente dal sapere in anticipo cosa avrebbe fatto la Fed” e sentenziando che la vera normalità sia quella attuale, non l’epoca immediatamente precedente.
Non è dato sapere chi abbia ragione e chi torto. Quel che è certo è che una Fed diventata di colpo silenziosa agevola soprattutto Donald Trump, ormai unico dominus incontrastato della politica economica e finanche monetaria degli Stati Uniti (non si dimentichi infatti che, oltre ad aver coniato una nuova moneta con la propria effige, vuole la svalutazione del dollaro per incentivare l’export, mentre parallelamente agevola il fiorire di stablecoin ancorate al biglietto verde così da rifinanziare il debito con l’acquisto dei Treasury).
A lungo l’inquilino della Casa Bianca ha dovuto sopportare il continuo controcanto del predecessore di Warsh, Jerome Powell, che, oltre a ribadire in ogni occasione l’indipendenza della Fed dal potere politico aveva persino avuto l’ardire di controbattere pubblicamente evidenziando errori, pressapochismi se non vere e proprie fake news nelle dichiarazioni di Trump.
Mentre per il momento la Banca centrale ha lasciato invariato il tasso di riferimento sui Fed Funds nel range 3,5%/3,75% seguendo proprio il canovaccio già scritto da Powell, l’annichilimento comunicativo dell’istituto evita almeno a Trump di apparire indebolito e contrastato in casa.




