Foto copertina: La facciata della Fed a Washington DC. Fonte: Wikimedia Commons
È ufficialmente cominciata l’era di Kevin Warsh, e sembra annunciare una rivoluzione per la comunicazione della Fed.
In un contesto macroeconomico complesso, segnato da un’inflazione persistente, rendimenti obbligazionari elevati e forti pressioni politiche da parte del presidente Donald Trump per un taglio dei tassi, il successore di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve Bank, intende promuovere un radicale cambio di regime che punta sul ritorno al silenzio.
In quest’ottica, l’agenda includerebbe una riduzione del bilancio della Fed, una revisione del ruolo della banca centrale nelle crisi finanziarie e nella regolamentazione del sistema bancario.
Ma soprattutto, la nuova comunicazione della Fed non prevede alcuna anticipazione sulle future traiettorie dei tassi.

Jerome Powell, ex-presidente della Fed. Fonte: Flickr
Il cambio di regime
Il passaggio di testimone alla Fed non è certo stato indolore.
Powell lascia la presidenza della Federal Reserve dopo otto anni, restando come membro del Board of Governors, scelta deliberata per presidiare l’indipendenza dell’istituzione da ulteriori pressioni politiche.
L’acrimonia tra Trump e Powell si è consumata fino all’ultima indagine del Dipartimento di Giustizia, accusato da Powell di essere uno strumento politico nelle mani dell’amministrazione repubblicana, e di minare dunque l’indipendenza della banca centrale.
Posizione sposata anche da Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, che ha sottolineato che la questione dell’indipendenza è cruciale soprattutto in relazione alla stabilità dei prezzi.
La campagna di Warsh per ottenere la nomina si è costruita attorno a una tesi precisa: la Fed ha perso la strada, commesso errori gravi sulla gestione dell’inflazione post-Covid, distorto i mercati finanziari con interventi eccessivi e compromesso la propria indipendenza avventurandosi fuori dal mandato congressuale.
La parola d’ordine è stata “regime change”, un’espressione che ha fatto presa su Trump e sui senatori repubblicani, ma che ha irritato profondamente molti all’interno e all’esterno della banca centrale.
Ultimando la transizione con Warsh, Powell ha sottolineato l’elevata incertezza legata agli sviluppi geopolitici, lasciando intuire che la “riforma” di Warsh sarebbe solo un tentativo di ridimensionare il ruolo della banca centrale nei mercati finanziari e di riportarla a un perimetro più tradizionale.
D’altro canto, Warsh ha già implementato il “cambio di regime” istituendo ben cinque task force, una delle quali sarà verticalmente impegnata proprio sulla comunicazione, e incaricata di riesaminare strumenti e modalità di comunicazione, inclusi il Summary of Economic Projections (SEP), il dot plot, le conferenze stampa, i verbali e le trascrizioni delle riunioni.
Niente da dichiarare
Il nuovo governatore, nella sua corsa alla presidenza della Fed, ha contestato lo “sciamanesimo monetario” degli ultimi decenni, ossia l’uso massiccio della comunicazione preventiva per orientare i mercati, ritenendo che gli strumenti predittivi finiscano per rendere la Fed ostaggio delle proprie stesse parole in un’epoca di radicale incertezza.
Sebbene la scelta del silenzio e l’abbandono della trasparenza a tutti i costi creino scetticismo tra gli investitori, abituati alla consueta ritualità verbale dei banchieri centrali, quella di Warsh è una vera scommessa.
In una fase storica in cui anche la comunicazione dei CEO è un asset finanziario, e anche il silenzio viene letto in chiave dichiarativa, Warsh vuole mostrare che l’efficacia dell’istituto non dipende dal potere evocativo delle dichiarazioni, ma dalle azioni concrete.
Il primo discorso ufficiale di Warsh ha confermato che per la comunicazione della Fed comincia una nuova epoca di minimalismo.
È stata eliminata la forward guidance, ossia le indicazioni preventive sull’evoluzione futura della politica monetaria, perché secondo il nuovo presidente, i mercati dovrebbero reagire principalmente ai dati economici e non alle indicazioni verbali della banca centrale.
In quest’ottica, una comunicazione eccessivamente dettagliata rischia di condizionare il processo di formazione delle aspettative anziché favorirne l’autonomia.
Anche la brevità sarà d’ora in poi strumentale ai fini di stabilità della Banca americana, e il primo segnale visibile di questa svolta è stato un comunicato post-riunione brevissimo.
Prima dell’arrivo del nuovo presidente, secondo CNBC, i comunicati superavano le 300 parole e contenevano formule standard date in pasto agli investitori. Ora anche la Fed si esprimerà a colpi di tweet: 130 parole, breve, diretta e concisa.
In questa stessa ottica, anche le conferenze stampa potrebbero assumere un ruolo più selettivo: richiamando una celebre osservazione di George Shultz, Warsh ha affermato che sono utili, ma che dovrebbero essere utilizzate soprattutto quando vi è qualcosa di realmente importante da comunicare.
Ci si dovrà affidare agli auguri, agli oracoli, o a qualche telefonata per carpirne le reali intenzioni?




