Trends – Ai CEO serve un “vero” ghostwriter

Di il 18 Settembre, 2026
Cresce il ruolo dei ghostwriter su LinkedIn, chiamati a dare voce a CEO e imprenditori. Come trasformare una ricerca proprietaria in un riferimento. Il nuovo volto della DEI nelle università americane
Fonte immagine di copertina: Wikimedia Commons
Hanno scritto questa newsletter: Giorgio Baffo, Fabrizio Sedda, Silvia Taracchini e Riccardo Zardini

1. LinkedIn senza filtri

LinkedIn è sempre più affollato di contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Tra testi pieni di cliché, formule standard e frasi costruite per attirare attenzione e interazioni, si tratta di una tendenza che sta spingendo professionisti e aziende a riscoprire il valore di una comunicazione più personale e autentica.

Il Financial Times sostiene che, in questo scenario, cresce il ruolo dei ghostwriter, chiamati a dare voce a CEO e imprenditori attraverso post capaci di raccontarne idee, esperienze e personalità.

Non si tratta soltanto di scrivere. Il lavoro consiste nel comprendere chi parla, individuare una prospettiva originale e trasformarla in una narrazione credibile. L’IA può produrre rapidamente un testo, ma non sostituisce con la stessa facilità la conoscenza diretta di una persona e la capacità di costruire una storia intorno alla sua esperienza.

Resta però una questione centrale: quanto può essere autentica una comunicazione affidata a un intermediario? La difficoltà di distinguere un pensiero personale da un contenuto scritto per conto di qualcun altro rende più sottile il confine tra autenticità e costruzione dell’immagine professionale.

A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono le strategie utilizzate per aumentare artificialmente la visibilità e il coinvolgimento sui social.

La stessa sfida riguarda l’utilizzo dell’IA nelle aziende. Il vero beneficio non consiste soltanto nel permettere ai singoli dipendenti di lavorare più velocemente, ma nel trasformare le esperienze individuali in conoscenza condivisa.

Per farlo, occorre capire quali processi possono essere modificati o eliminati grazie all’IA e rendere queste esperienze accessibili a tutta l’organizzazione.

 

2. La ricerca proprietaria diventa un asset

Per i comunicatori, costruire una ricerca proprietaria significa sempre più presidiare un tema attraverso dati, metodologie o contenuti distintivi, con l’obiettivo di sviluppare nel tempo autorevolezza e riconoscibilità.

Se costruito con continuità, un indice può generare insight ricorrenti, attenzione da parte dei media e valore anche all’interno dell’organizzazione.

I modelli sono diversi, scrive Axios. OpenTable valorizza i dati proprietari sulle prenotazioni, Invariant costruisce il proprio vantaggio sulla metodologia dell’Inflection Index, mentre Edelman ha trasformato il Trust Barometer in un vero e proprio franchise dopo 26 anni di rilevazioni sul tema della fiducia.

La pubblicazione, però, è solo il punto di partenza. Per diventare una fonte riconoscibile servono continuità, visibilità dei vertici, distribuzione e investimenti. Al tempo stesso, la ricerca deve avere un’utilità concreta per l’organizzazione: Invariant la utilizza per orientare le decisioni dei clienti, mentre Edelman rende interrogabili anni di dati attraverso uno strumento IA interno.

In un contesto già saturo di survey e branded index, la credibilità diventa quindi decisiva. Metodologie trasparenti, dati solidi e una serie storica costruita nel tempo possono fare la differenza.

La sfida è trasformare una ricerca proprietaria in un riferimento riconosciuto, capace di generare valore tanto all’esterno quanto all’interno dell’organizzazione.

 

3. La DEI cambia pelle nelle università americane

Ormai da tempo, negli Stati Uniti le università affrontano una crescente pressione politica contro le iniziative di diversity, equity and inclusion, intensificate dall’amministrazione Trump attraverso leggi statali, ordini esecutivi e vincoli sui finanziamenti pubblici.

Come si legge su The Economist, molti atenei hanno ridimensionato o chiuso formalmente uffici e programmi DEI, mentre altri ne stanno modificando nomi, strutture e linguaggio per continuare a svolgerne alcune funzioni.

Programmi e servizi vengono così ricollocati in strutture dedicate agli studenti, al successo accademico o alla ricerca, evitando riferimenti espliciti alla DEI. L’obiettivo è preservare iniziative legate a inclusione e supporto agli studenti, riducendo al contempo il rischio di perdere finanziamenti federali o statali.

La pressione riguarda anche curricula, assunzioni, formazione e ricerca, in un quadro normativo che varia significativamente da stato a stato. Alcune università stanno inoltre rivedendo le proprie procedure interne per assicurarsi che programmi e attività siano compatibili con le nuove disposizioni.

La risposta degli atenei dipende anche dal loro grado di esposizione ai finanziamenti pubblici e dal contesto politico dello Stato in cui operano. Il risultato è una riorganizzazione del sistema universitario americano, con strategie differenti: dall’abolizione dei programmi alla loro trasformazione sotto nuove denominazioni.

Restano però interrogativi sulla capacità di queste strategie di mantenere nel tempo gli obiettivi originari delle politiche di inclusione. La controversia si sposta così dalla semplice presenza della sigla “DEI” alla sostanza delle politiche universitarie, coinvolgendo anche il tema dell’autonomia degli atenei e della libertà accademica.

 

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