La creator economy sta cambiando LinkedIn, e forse anche il lavoro

Di il 03 Luglio, 2026
La piattaforma per far incontrare professionisti e aziende sta cambiando volto, con conseguenze anche cringe sul linguaggio e sul lavoro. Ditonellapiaga l'ha capito e ci ha scritto una canzone
Immagine di copertina: LinkedIn e gli altri social media. Fonte: Freepik

La creator economy sta cambiando il volto di LinkedIn.

Abbiamo di recente parlato di “infocreation”, e di come l’informazione e gli outlet media tradizionali stiano scoprendo – e incorporando – le possibilità di un certo stile comunicativo.

Il trend è ormai generalizzato, e nessuna piattaforma digital è immune: estetiche impeccabili, storytelling, una certa dose di creatività.

Il punto nevralgico non è più il content: qualsiasi esso sia, la questione è come lo racconti. E questo vale anche per LinkedIn, dove non basta più condividere il traguardo di una promozione.

Tutti stiamo diventando un poco content creator, con un notevole incremento delle ore lavorate sull’autopromozione e sulla gestione di molteplici canali social.

E i content creator non rinunciano alla contesa dello spazio, approdando con il proprio brand (sé stessi), anche su LinkedIn.

Ditonellapiaga lo ha capito e raccontato bene.

LinkedIn diventa creator-first

Nata nel 2003, la piattaforma professionalizzante di Microsoft da oltre vent’anni si pone l’obiettivo di connettere professionisti e aziende, e dunque di creare opportunità economiche.

Secondo il New York Times, negli ultimi anni il numero degli iscritti ha superato 1,3 miliardi, con una forte presenza della fascia tra 18 e 29 anni.

Non dovrebbe sorprendere: è il momento di ingresso del lavoro, di maggiore disponibilità ai trasferimenti e in cui anche  le condizioni prestazioni tendono a essere più flessibili. E se è la generazione più presente sul social, allora molto naturalmente la comunicazione seguirà l’avvicendamento generazionale.

Prima, è accaduto con il cammino di LinkedIn verso l’informazione post-social; oggi con la moltiplicazione dei contenuti in formato reel.

Eppure, le aziende, i brand, le istituzioni non hanno un’età specifica, ma sono composte da persone. Come accaduto nei giornali, anche a Wall Street c’è chi costruisce una carriera raccontando gli insights del proprio lavoro, arrivando a monetizzare abbastanza da lasciare il proprio ruolo.

Dopo una fase di scetticismo, ora anche le aziende più tradizionali, o con una longevità maggiore, stanno seguendo il trend: nei casi più lungimiranti investendo nelle risorse interne, ma più prevedibilmente, avviando partnership con creator esterni.

Infatti, per il New York Times LinkedIn si sta trasformando in una piattaforma creator-first, entrando in una “post-cringe era”. E questo significa appunto un doppio movimento: che aziende e professionisti devono anche fare i creator, e che i creator devono spendere più tempo sulla piattaforma.

Tutto il mondo è piattaforma

Per chiunque guardi con curiosità e interesse all’evoluzione delle piattaforme, si accorgerà di alcune dinamiche ricorrenti.

La principale è forse la saturazione del mercato, per cui per capitalizzare l’attenzione bisogna essere onnipresenti dovunque.

Ma c’è anche l’imprevedibilità delle regole algoritmiche.

Il lavoro del social media manager si sta complicando: quello che funziona oggi, smette di avere la stessa efficienza la settimana successiva; il mercato è pieno di profili identici, la competitività alle stelle.

Avere un’idea originale è complicatissimo, ma soprattutto, non è detto che sia una strategia effettivamente ripagata con il successo. Perché quello che sta accadendo su LinkedIn in realtà lascia presagire un’omologazione dei contenuti, non solo dentro una piattaforma, ma tra tutte.

Per anni i creator e i comunicatori si sono specializzati nel targettizzare ogni messaggio per le caratteristiche delle piattaforme, ma le regole sembrano saltare: un solo contenuto ora può funzionare per TikTok, Instagram, di recente anche per YouTube Short, e ora può anche occupare LinkedIn. E parliamo solo delle più frequentate.

Per i caroselli vale lo stesso: caroselli sì, poi caroselli forse, caroselli sì ma con una grafica particolare, caroselli leggibili, caroselli pieni di testo, poi caroselli con solo degli slogan, caroselli dovunque, ora anche su LinkedIn, e poi c’è la funzione Post di YouTube.

Non mi dilungherò, la questione è chiara: le piattaforme stanno perdendo la loro specificità, ai creator non basta più occuparne solo una.

Il risultato è vincente solo per le piattaforme stesse, che costringono utenti dal lato della creazione e della fruizione a trascorrere il proprio tempo saltando da un social all’altro, sperando, invano, di trovarci qualcosa di nuovo.

LinkedIn si sta delinkedinizzando?

Fate oggi un giro su LinkedIn: i caroselli e i reel si stanno moltiplicando, e soprattutto le facce, i volti, le storie.

È una dinamica in cui il push and pull viene continuamente rinegoziato, e in cui LinkedIn si plasma a seconda delle volontà e degli obiettivi dei suoi utenti.

Ci sono contenuti informativi in tipico stile Instagram, ci sono racconti emotional di eventi di lavoro, content creator che dispensano lezioni di imprenditorialità, in un mix molto variegato in cui spesso si perde la finalità del social stesso.

E questo è il lato glamour del social, il cui obiettivo davvero distintivo rispetto agli altri, dovrebbe essere quello di generare opportunità economiche e networking. Quello che vediamo è, a conti fatti, la formalizzazione del fatto che il lavoro possa essere innanzitutto una questione privata, in cui prima viene la supposta conoscenza umana, poi quella delle competenze.

È inevitabile che se lo stile comunicativo della piattaforma diventa personalistico, a fare la differenza potrebbe essere il modo in cui si parla, la disponibilità di device tecnologici, ma anche un particolare “pretty privilege” per i volti particolarmente telegenici e capaci di generare una simpatia attraverso lo schermo.

Il businessman di Ditonellapiaga

L’altra realtà è fatta di posizioni aperte da un giorno che ricevono oltre 100 candidature, posizioni chiuse il giorno dopo, posizioni fintamente aperte, post di denuncia di HR manchevoli e processi di selezioni estenuanti e poco trasparenti, che avvengono in una realtà extra-LinkedIn.

Ancora una volta, la responsabilità è solo parzialmente della piattaforma, che cerca di abilitare i desiderata dei suoi utenti, che da un lato si trovano a competere con persone che fanno la comunicazione per mestiere, e dall’altro spesso si interfacciano con aziende il cui standard valutativo sta diventando incomprensibile: mi scegli per le mie competenze, per quello che sono, o soltanto per come sono capace di raccontare una storia convincente sui social?

Ditonellapiaga, da artista qual è, ha saputo dirlo meglio di ogni editoriale. Nella campagna promozionale per “Businessman”, è approdata anche su LinkedIn con un post “Candidati ora qui”, che riporta tra i requisiti: Disponibilità h24, inclusi weekend e tramonti; – Capacità di rispondere alle mail anche con 38°; – Ottima gestione dello stress; – Capacità di fingere di amare il proprio lavoro su LinkedIn; e tr ai benefit: – 2 giorni di smart working al mese previa approvazione del CEO;
– Burnout incluso.

Anche perché se dobbiamo occuparci prima ancora di gestire i social, che di fare il vero lavoro per cui siamo qualificati, il burnout è sicuramente incluso.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.