Immagine di copertina: Francesco Giorgino
La televisione è un medium del passato o continua a essere uno dei luoghi in cui una comunità nazionale prova a riconoscersi, informarsi e dare senso alla complessità del presente?
Nonostante la frammentazione dei media, l’intelligenza artificiale e la competizione continua tra fonti, piattaforme e linguaggi, il piccolo schermo non sembra destinato a scomparire, ma a ridefinire la propria funzione.
Ne abbiamo parlato con Francesco Giorgino, professore di Comunicazione e Marketing, Marketing politico e istituzionale e Newsmaking alla Luiss Guido Carli di Roma. Giornalista, studioso dei processi comunicativi e direttore dell’Ufficio Studi Rai, Giorgino ha dedicato particolare attenzione ai consumi mediali della Gen Z e della Gen Alpha, tema al centro del volume ‘Le nuove generazioni e i media audiovisivi‘.
Conduttore su Rai 1 del programma di approfondimento XXI Secolo, Giorgino riflette in questa intervista sul futuro del giornalismo, sulla centralità delle fonti verificate, sul rapporto tra televisione e piattaforme digitali e sulle nuove sfide della comunicazione politica e istituzionale.
Professore, Lei è capo autore e conduttore del programma XXI Secolo, un format che pone al centro il tema dell’approfondimento in un’epoca segnata da profonde incertezze, tra disordine informativo e post-verità. In questo contesto, la domanda sorge spontanea: quale ruolo attribuisce oggi alla televisione del terzo millennio?
La televisione continua ad essere nel nostro Paese uno dei mezzi più utilizzati dagli italiani per informarsi. Ce lo dicono con grande chiarezza le ricerche. La tv ha un tasso di penetrazione superiore al 90% ed è il primo mezzo di informazione degli italiani, considerando l’intero ecosistema comunicativo e, quindi, sia i cosiddetti old media, sia i new media. La televisione gode ancora di un’alta credibilità, di un’alta capacità di performare e consente la gratificazione piena dei bisogni di informazione, di intrattenimento e di relazione, che sono bisogni antropologici. Non si può rinunciare in alcun modo alla televisione “free on air”, ovvero la tv del digitale terrestre, poiché garantisce il perseguimento dell’obiettivo della coesione sociale. Obiettivo perseguibile attraverso l’inclusione e la condivisione dei valori: situazioni rese possibili grazie ai meccanismi di accesso e di pluralismo.
In questo contesto ci sono cluster generazionali, quelli della generazione Z e della generazione Alpha, che fruiscono contenuti televisivi non più in modalità lineare, ma in modalità asincrona. La televisione è un tema rilevante anche rispetto a queste fette di popolazione che normalmente si tendono a considerare avulse dal contesto mediale e news-mediale tradizionale. Ciò che fa la differenza rispetto al passato è il fatto che questi cluster generazionali fruiscono il mezzo televisivo in una modalità diversa, quindi non contestualmente alla messa in onda dei prodotti editoriali, ma in un momento successivo. Si tratta di una fruizione sì de-correlata rispetto alla messa in onda, ma non per questo meno significativa. Non per forza è una criticità se si gestisce questa dinamica anche nell’ottica dell’implementazione dei rapporti tra i singoli mezzi.
Devo aggiungere che, pensando per esempio al tema della concorrenza, che esistono diverse forme di competizione. C’è la concorrenza inter-media, quella intra-media e quella cognitiva, che spesso acuisce le differenze tra fonti formali e fonti informali nel trasferimento e nell’acquisizione della conoscenza. È importante dirlo poiché spesso noi studiosi tendiamo a sviluppare analisi dei mezzi di comunicazione in modalità troppo schematiche: pensiamo infatti che le fasi dell’evoluzione della comunicazione di massa coincidano con il primato di un mezzo sugli altri. Non è così.
Se c’è una verità dai media studies è che tutto si sviluppa intorno al “principio di accumulazione” o a quella che in Sociologia della Comunicazione chiamiamo “teoria delle transizioni”, in pratica la coesistenza di diversi media. La storia della comunicazione umana ci dice che nessun nuovo mezzo di comunicazione ha mai eliminato quelli precedenti, anche se li ha costretti a muoversi in modalità diverse e quindi ad adottare soluzioni strategiche differenti. Questa considerazione vale anche per la televisione.
Si pensi alla logica dell’audiovisivo: logica estremamente trasversale, posto che il web è uno spazio pieno di contenuti audio e video, nutrendosi dunque di linguaggi che sono nati in radio e in tv.
Secondo alcune ricerche stiamo registrando un ritorno alla comunicazione affidabile, testimoniato anche dai buoni ascolti dei telegiornali. Come interpreta lei questa rinnovata attenzione verso un’informazione verificata in tempi di conflitti, come l’ultimo tra Stati Uniti e Iran?
Tutto è cominciato nel 2020, nel periodo cioè della pandemia da Covid-19. Quella fase storica emergenziale ha creato le condizioni affinché si registrasse una sorta di discontinuità rispetto al recente passato. Di fronte alla complessità di certi temi i cittadini sviluppano, in modo anche abbastanza automatico, una domanda di accesso a contenuti professionalizzati e all’informazione certificata. Domanda suffragata da un bisogno di verità.
In diversi lavori io ho sostenuto la tesi che viviamo in un contesto contraddistinto dalla separazione, se non dal divorzio, tra la parola ‘informazione’ e la parola ‘giornalismo’. Ho parlato di “informazione senza giornalismo” e di “giornalismo senza informazione” proprio per segnalare la fruizione da parte del pubblico di contenuti informativi che vengono percepiti come informativi, anche se non sono generati da organizzazioni professionali giornalistiche fondate su competenze tematiche, espressive, relazionali (conoscenza dei pubblici), tecniche e deontologiche.
Pur in questo contesto, oggettivamente preoccupante, sono stati registrati segnali in controtendenza. Uno di questi riguarda la determinazione dei cittadini a rivolgersi a fonti editoriali per comprendere meglio fenomeni particolarmente complessi come la pandemia, come le guerre. Per esempio, nei conflitti la complessità è data dall’intreccio tra la geopolitica e la geoeconomia. È difficile accontentarsi di quello che motori di ricerca e algoritmi ci propongono, se non si accompagna a questa fruizione una preliminare verifica della credibilità delle informazioni.
Le fonti qualificate non solo sono fonti legittimate dalla presenza di routine burocratiche e produttive, strutturate e sedimentatesi nel tempo, ma anche in grado di gestire la complessità del nostro tempo, adottando chiavi interpretative multidisciplinari.

Francesco Giorgino
In questo ragionamento si inserisce “XXI Secolo”, che chiaramente è un programma di approfondimento di servizio pubblico?
L’ambizione è quella di riuscire a decodificare la complessità dei molteplici fenomeni macro e micro sociali. Abbiamo il dovere di distinguere tra l’informazione che viene richiesta per gratificare un bisogno momentaneo di acquisizione della conoscenza della realtà e sulla realtà, quindi una conoscenza immediata e diretta di ciò che sta effettivamente avvenendo (e su questo terreno su questo ambito sono in tanti ad agire), dall’approfondimento strutturata e prospettico, fondato non solo sull’opinionismo ma anche (soprattutto?) sulle evidenze empiriche e sulle narrazioni correlate.
È il motivo per cui io continuo a credere che il giornalismo possa avere ancora un grande futuro a patto che sappia sia distinguersi da altre forme di mediazione simbolico-culturali del post-moderno.
Infatti, a proposito di fonti e giornalismo, anche alla luce dell’avvento dell’intelligenza artificiale, Lei ritiene che il ruolo del giornalista sia cambiato. E in che modo?
Allora, l’attività giornalistica in quanto forma di mediazione sofisticata e professionalizzata tra la realtà rappresentabile e il pubblico non è cambiata. Così come non è cambiata la funzione del giornalismo in quanto capacità di segnalazione delle priorità all’opinione pubblica, alla politica, all’economia, al sistema culturale.
Ad essere cambiate sono, invece, le modalità di realizzazione dell’informazione giornalistica. E quindi noi dobbiamo prendere atto di quanto sta avvenendo e ristrutturare, ridisegnare quelle skills indispensabili a svolgere questa funzione, sapendo, però, che non siamo gli unici a svolgere quest’attività.
Per esempio, permane la funzione di gatekeeper, ma essa va rimodulata: non c’è più soltanto la delega del cittadino al giornalista a selezionare il materiale notiziabile su cui evidentemente poi costruire i processi di formazione dell’opinione pubblica, c’è anche la delega a monitorare l’intero flusso informativo.
Quindi è come se oggi il giornalista avesse non solo la responsabilità di scegliere gli argomenti su cui far riflettere il pubblico, ma anche quella di posizionare il flusso informazionale e conversazionale dentro parametri più vasti che contemplino, cioè, l’intero discorso pubblico. Un’attività che consente a questa professione di accompagnare il telespettatore, il lettore, il radioascoltatore, il cittadino nel suo percorso cognitivo rispetto alla realtà.
L’intelligenza artificiale per il giornalismo è sostanzialmente un’arma a doppio taglio. Può essere usata a favore di esso e contro esso. Tutti coloro che sono impegnati a combattere l’information disorder e quindi le fake news spesso ricorrono all’intelligenza artificiale per effettuare verifiche che un tempo avrebbero richiesto un enorme dispendio di tempo e di energie. Nel caso dell’intelligenza artificiale generativa di testi, video, audio, grafiche è possibile che talvolta si producano contenuti falsi o verosimili non solo contenuti che, grazie all’IA, diventano più fruibili, più engaged, più compatibili con le modalità comunicative tipiche dell’ecosistema comunicativo digitale.
L’intelligenza artificiale, insomma, a volte è causa dell’incremento dell’information disorder, altre è tecnologia per combattere la disinformation, la misinformation, la malinformation con strumenti molto più performanti di quelli che venivano usati in passato.
Le tecnologie non sono mai di per sé buone o cattive. È l’uso che ne facciamo che può essere buono o cattivo.
Quali sono oggi le principali esigenze informative dei cittadini che desiderano rimanere informarti, soprattutto in un’epoca in cui l’infotainment sembra aver preso il sopravvento?
L’infotainment stesso è in fondo una strategia editoriale: è un modo di coniugare, contaminandoli, generi nati con presupposti diversi. C’è una equazione che ha governato un po’ tutta l’evoluzione dell’industria culturale e che è molto vincolante nell’assetto epistemologico della sociologia della comunicazione. Questa equazione è “attenzione = consumo”.
Quale consumo? Consumo produttivo, poiché ovviamente il prodotto editoriale si consuma, si acquista, si sceglie, si opziona, ma anche consumo di senso, come dice De Certeau. Essendo un consumo di senso, esso presuppone una connessione profonda intorno a significati peculiari. Dunque, pur di perseguire questo obiettivo tutto diventa legittimo. Del resto, una teoria molto diffusa in Sociologia della Comunicazione che risponde al nome di “approccio degli usi e gratificazioni” contempla tra i bisogni quello informativo, quello di diversione, quello identitario e quello relazionale.
La contaminazione tra generi serve, perciò, ad aumentare le possibilità di generare forme di attenzione più alte. È quello che succede quando si ha a che fare con prodotti editoriali afferenti il genere “light entertainment” che, inevitabilmente, sono meno selettivi di quelli afferenti il genere “information” o “education”.
La mia idea è che non bisogna abusare di queste contaminazioni, che bisogna farne un uso moderato, consapevole e prudente. Non possiamo correre il rischio di spettacolarizzare l’informazione. Muoversi con prudenza è doveroso.
Lei parlava prima della generazione Z e di come fruisca i media in maniera del tutto nuova. E all’interno della sua trasmissione ‘XXI secolo’ ha dedicato ampio spazio proprio alla generazione Z attraverso un Data Center e un Social Media center che analizzano i dati e monitorano le piattaforme. Perché considera fondamentale questa attenzione alle nuove generazioni, ma soprattutto ai social media all’interno di una trasmissione televisiva?
Primo perché è fondamentale nel racconto della realtà quotidiana acquisire il punto di vista di chi appartiene a questa generazione, la generazione Z, che è molto esigente sotto molteplici punti di vista. Non solo occorre rivolgersi a tutto il pubblico, quindi a tutte le generazioni, cosa che è d’obbligo nella televisione generalista, ma è necessario provare a rendere protagonista nel mezzo televisivo giovani e giovanissimi, acquisire un punto di vista diverso da quello che finora è stato sviluppato dalle altre generazioni.
Secondo motivo perché, ritornando a quello che dicevo all’inizio credo moltissimo nella possibilità di rianimare l’interesse del pubblico più giovane nei confronti della televisione. È un’operazione complessa e nel libro pubblicato con Rai Ufficio Studi questo tentativo è palese.
È un’operazione complessa, perché per fare tutto questo bisogna effettuare interventi strutturati in ordine a formati, linguaggi e contenuti. Sono queste tre componenti che possono fare la differenza: scegliere contenuti che sono di interesse per la generazione Z, formati che sono in linea con le modalità fruitive tipiche di questo cluster generazione, linguaggi praticati dalla comunicazione nell’era della platform society.
A ‘XXI secolo’ abbiamo fatto ricorso a questa componente, più riconducibile alle peculiarità delle piattaforme web, social e di instant messaging, credendo molto nella possibilità di potenziare il dialogo tra mezzi diversi, operando intorno al primato dell’audiovisivo.
È paradossale che la televisione, che ha generato e diffuso il linguaggio audiovisivo, debba rinunciare a sviluppare un’interazione sistemica con chi fonda la propria ragione d’essere su contenuti short, su brevi video e audio.
Lei ha creato un Master di successo in Comunicazione e Marketing politico e istituzionale presso la Luiss di Roma, dove insegna. Quali sono, secondo Lei, i principali trend a cui dovrebbe guardare chi si occupa di comunicazione e marketing politico?
Nel contesto contemporaneo il trend più significativo è quello definito da Manuel Castells con l’espressione mass self-communication. Avere consapevolezza di operare in un ecosistema nel quale la comunicazione di massa convive insieme alla comunicazione interpersonale. Un ecosistema nel quale assistiamo a processi di comunicazione one to many, quindi verticali, contemporaneamente a processi più orizzontali: sostanzialmente many too many, one to one, ma anche many to one.
Quindi diciamo che la sfida è questa: governare tutte insieme queste traiettorie comunicative. Il master ha questo obiettivo, quello di tenere in considerazione sia i modelli legati alla comunicazione di tipo verticale del XX secolo del Novecento, sia quelli più orizzontali che sono tipici del XXI secolo.
È un master nel quale si tende a garantire una visione ecosistemica e dunque olistica, non molecolare, delle dinamiche della comunicazione e del marketing. Noi studiamo la comunicazione e il marketing, immaginando l’applicazione di queste forme di creazione e gestione del valore percepito in ambiti che, normalmente, non vengono studiati insieme: l’ambito più corporate e quello più politico e istituzionale.
Lo stiamo facendo dopo aver maturato la consapevolezza che da un lato esistono brand politici ed istituzionali che ricorrono sempre più a strategie di marketing, guardando a quelle best practice aziendali in grado di performare in mercati ampi e complessi.
Dall’altro lato, vediamo brand aziendali sviluppare processi di posizionamento nel mercato, non solo dal punto di vista del prodotto, ma anche dal punto di vista valoriale. In ambito corporate, infatti, sta crescendo molto la comunicazione di brand insieme alla più tradizionale comunicazione di prodotto, ovvero l’advertising. Le aziende hanno sviluppato un posizionamento valoriale che li porta a suggerire soluzioni operative a problemi avvertiti dalla stragrande maggioranza dei cittadini come priorità. Fanno policy e quindi si muovono su un terreno occupato in passato solo dalle istituzioni.




