Immagini di copertina: Warner Bros. Studios. Fonte: Wikimedia Commons
Dal 28 febbraio Netflix è ufficialmente fuori dai giochi dell’accordo di fusione con Warner Bros. Discovery (WBD). O meglio, con la parte di produzione e distribuzione on-demand di WBD che la compagnia di Ted Sarandos aveva valutato appetibile per 82,7 miliardi di dollari e tentato di assorbire negli ultimi sei mesi.
Ma il rilancio da parte di Paramount Skydance (PSKY) del 25 febbraio – 111 miliardi di dollari in contanti per l’intera WBD – non è sembrata a Sarandos una controfferta conveniente da superare, soprattutto dopo un incontro alla Casa Bianca col presidente Trump che più di tutti ha spinto per la vittoria di David Ellison (proprietario di Paramount Skydance) nello scontro.
Ora che Netflix è fuori dai giochi, la palla passa ufficialmente a Paramount Skydance e proprio poche ore fa era prevista l’assemblea degli azionisti di PSKY per discutere i termini dell’acquisizione.
Un’acquisizione che vorrebbe vedere la conclusione entro la fine del 2026 – PSKY si augura addirittura entro settembre – ma che vede davanti a sé più di un ostacolo, soprattutto per via dell’incerto orizzonte politico su cui si tiene la forza negoziale degli Ellison nel mercato.

David Ellison
Un accordo tra deboli
Ma partiamo dai margini dell’accordo. PSKY si impegna ad acquistare l’intero asset di WBD per 111 miliardi di dollari in contanti, pagando anche 2,8 miliardi a Netflix per il disturbo causato (ci torneremo più avanti).
Si tratta di una cifra enorme, considerando il controvalore di mercato di Paramount – circa il 10% della cifra che Ellison si impegna a pagare – e soprattutto tenendo presente come l’andamento dei ricavi sia di PSKY che di Warner sia stato vertiginosamente in discesa nell’arco dell’intero 2025.
Se l’acquisizione da parte di Netflix poteva sembrare il naturale assorbimento da parte di un nativo distributore che necessita di rinnovato terreno narrativo su cui poggiare i propri prodotti originali, quella da parte di Paramount – almeno sul lato dell’entertainment – appare più come il disperato tentativo di avere rilevanza in un mercato che non stava da tempo premiando la corporation, soprattutto per quanto riguarda lo streaming.
Un accordo tra deboli, quindi, come lo fu da noi nel 2018 quello tra Sky Italia e Mediaset Premium, entrambi in fase stagnante: ogniqualvolta ci si trova di fronte, nel mercato mediale, ad un’acquisizione orizzontale pura – ovvero tra compagnie concorrenti sullo stesso piano di mercato – il sospetto è che si voglia sopravvivere diminuendo l’affollamento concorrenziale.
In un mercato dove l’offerta satura più che ampiamente la possibile domanda – specialmente di fronte all’avanzata dell’advertising come modello di business prevalente – l’unione fa la forza per il semplice fatto che diminuisce il numero di concorrenti generali.
Da questo punto di vista Paramount ha solo da guadagnare: nel 2025 ammontano solo a 13 i titoli theatrical prodotti e distribuiti dagli studi PSKY – nessuno dei quali nominato come miglior film agli Oscar 2026 –, mentre sono quasi 30 quelli distribuiti da WBD, di cui la metà direttamente prodotti e tre in lizza per la Statuetta dei produttori.
Va sottolineato già in questo frangente come Paramount nell’accordo si impegna però per un totale di 30 titoli l’anno, andando quindi a diminuire di quasi il 30% il potenziale produttivo dei due marchi sommati insieme.
Il lato dello streaming
Ovviamente l’asset più interessante dal punto di vista dei contenuti è HBO Max, specialmente per una Paramount da sempre incapace di dare il giusto valore al proprio outlet on-demand.
In questo frangente sembra verosimile prevedere una preminenza del marchio HBO, vista anche la neutralizzazione di quello che era il suo diretto concorrente – Showtime – ormai totalmente annacquato nell’alveo di Paramount+.
Come i due possano integrarsi rimane un nodo da sciogliere, viste le strategie discordanti dei due gruppi fino a questo momento: dove HBO Max ha spinto con forza sull’acceleratore dello streaming, ricalcando in parte quanto fatto da Disney dal 2020, Paramount è rimasto fortemente ancorato alle identità del suo variegato pacchetto di network lineari, di cui la piattaforma è pressoché solo un outlet per il mercato globale.

Ted Sarandos
Il nodo CNN
La questione più spinosa, che apre le porte alla pressione politica che sostiene e sottende questo accordo, è il destino del network cable di news CNN, uno dei fiori all’occhiello globale del pacchetto lineare WBD, seppur da tempo in sofferenza come ascolti e ricavi.
Netflix se ne vedeva bene dall’inserire lo scomodo portato politico di un network lineare fortemente connotato come anti-trumpiano e molto distante dal proprio modello di business, tanto che la CNN avrebbe fatto parte, nei piani iniziali, di un piccolo conglomerato a guida Discovery pressoché incentrato sul mantenimento dei network.
C’è invece nelle mire di Ellison la volontà, guidata dalla spinta di Trump, di mettere fortemente le mani sull’asset CNN, che diventa adesso la pedina più discorsivamente delicata dell’accordo in atto.
Nelle mire di Trump per interposto nepo-tycoon c’è l’eufemistico “ridimensionamento” della linea editoriale del network, attraverso un’addomesticazione dei toni, se non una netta virata informativa verso gli interessi dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Il modo con cui questo però possa avvenire è più complicato del previsto. Sembra inevitabile pensare un’unione con la rinnovata e altalenante linea editoriale della CBS guidata da Bari Weiss per avere una redazione ingrandita e integrata.
In questo però le difficoltà sono molte, un po’ per percorsi di mercato paralleli già intrapresi da entrambe le testate e difficilmente armonizzabili, un po’ perché i dipendenti CBS, al contrario di quelli di CNN, sono fortemente sindacalizzati, quindi portatori di una disparità negoziale.
Le ricadute lavorative
Proprio la difficile integrazione degli asset paralleli delle due compagnie apre la faglia di rischio più grande per la riuscita di questo accordo che, va detto, è molto meno certo di quanto i miliardi possano effettivamente garantire.
Nel nodo delle ricadute lavorative trovano infatti convergenza le difficoltà derivanti dall’accordo tra deboli di cui sopra e la precaria base politica su cui il tutto si è fin qui mosso.
Ma partiamo da un dato temporale: viste le tempistiche, è altamente probabile che la ratifica dell’accordo non arrivi prima di novembre, mese in cui si svolgono le elezioni statunitensi di metà mandato.
Un eventuale cambio di equilibri nella leadership di Trump potrebbe far sgretolare sotto i piedi della famiglia Ellison la base di sicurezza negoziale con cui tutti i partecipanti all’accordo – tra gli altri RedBird Capital e diversi istituiti bancari e di credito – stanno reggendo l’enorme esborso.
E proprio uno dei possibili contendenti alle elezioni venture, il leader democratico governatore della California Gavin Newsom, ha tutto l’interesse per spingere sui pericoli dell’accordo PSKY – WBD nella sua campagna elettorale contro Trump.
Comunque vadano le fusioni degli studios, dei marchi streaming e dei network, la certezza è che la mole di produzioni ad accordo andato in porto andranno senza alcun dubbio a calare, specialmente nel primo periodo in cui si punterà a rafforzare i marchi esistenti a discapito di eventuali nuovi acquisti.
Questo sarebbe un danno enorme per l’economia della California, di cui il mercato audiovisivo, con tutta la sua enorme filiera, rappresenta uno dei pilastri più importanti.
In questo senso, Newsom ha tutto l’interesse per far leva sulle pericolosità dell’accordo e per osteggiarlo fino a scongiurarne la riuscita.
C’è inoltre da considerare come WBD, ora che Netflix è fuori dai radar, resti ancora appetibile per altri soggetti del mercato che potrebbero voler ampliare il proprio pacchetto di contenuti, ad esempio Apple, da tempo silenziosamente vincente nella qualità delle produzioni, ma carente nelle quantità.
La reazione dei mercati
A fronte di tutto ciò, al momento c’è di certo che la fuoriuscita da Netflix dall’accordo ha invertito la tendenza degli investitori nei confronti dei contendenti.
Se su Netflix torneremo tra poco, basti qui dire che il titolo di Paramount Skydance è cresciuto inizialmente del 12% fino a toccare punte del 20%, mentre il titolo WBD ha subito una flessione di un paio di punti percentuali.
Sembra che gli investitori vedano nelle condizioni dell’accordo un potenziale terreno quantomeno di speculazione, il che dà sicuramente ossigeno all’operazione di Ellison nell’immediato, ma rischia di mettere in pericolo il gruppo PSKY di fronte ad un’eventuale mancata fusione.
Va detto che gli interessi della famiglia Ellison, grazie ad Oracle del padre Larry e all’accordo per la quota statunitense di TikTok, rendono abbastanza affidabile agli occhi degli investitori anche un’operazione dai margini di capitale così sovrabbondanti rispetto alle compagnie coinvolte.

Logo Warner Bros. Discovery
Ma quindi Netflix?
Lungi dal sapere cosa Trump abbia effettivamente detto a Sarandos durante l’incontro alla Casa Bianca due giorni prima della fuoriuscita di Netflix dall’accordo, si può però qui dire che questa ritirata strategica vede la compagnia di Los Gatos paradossalmente come la più immediata vincitrice.
Innanzitutto, il titolo di Netflix è tornato a crescere di quasi il 10%, confermando la sua leadership nel mercato dei contenuti.
Inoltre, a fronte del mancato accordo, Netflix ha visto arrivare da Paramount 2,8 miliardi di dollari la cui destinazione è ancora tutta da identificare (guarda caso è proprio il valore di Lionsgate, uno dei principali fornitori di contenuti della piattaforma).
Le strade sono molte: c’è l’ancora incerta presenza di Netflix nel mercato dei videogame, che richiede quantomeno un consolidamento di rotta (forse investendo nella direzione delle console), come c’è l’intenzione di spingere ulteriormente sugli investimenti in contenuti originali, vista la fame di franchise che la piattaforma si trova a fronteggiare.
Va però sottolineato che a livello produttivo Netflix resta una compagnia sana ed efficiente. Si diceva prima degli Oscar imminenti: nella decina in lizza per il miglior film, ben due sono prodotti dalla piattaforma di Sarandos, che in questo supera in pregnanza quanto fatto nell’ultimo anno da Paramount.




