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Il dibattito sui social e sui minori sta entrando in una nuova fase. Dopo anni trascorsi a discutere di dipendenza, sicurezza, limiti di età e controlli parentali, la questione diventa inevitabilmente più complessa: che cosa facciamo dopo aver stabilito che qualcosa non funziona?
Il problema non è soltanto quanto tempo bambini e adolescenti trascorrano davanti a uno schermo. È il modello di ambiente digitale nel quale stanno crescendo. I social hanno costruito un sistema nel quale attenzione, dati e permanenza dell’utente hanno un valore economico. Un meccanismo che sugli adulti produce interrogativi importanti, ma che diventa ancora più delicato quando riguarda persone che stanno formando identità, relazioni e capacità di giudizio.
Per questo limitarsi a introdurre nuovi divieti rischia di essere insufficiente. La regolazione può stabilire ciò che non si deve fare, ma non può da sola indicare quale alternativa costruire. È la riflessione che abbiamo portato il 3 ottobre a Lugano, al Premio Möbius, dove il confronto sull’intelligenza artificiale e sui social ha permesso di spostare il punto di osservazione: dalla difesa dei ragazzi dagli ambienti digitali esistenti alla possibilità di immaginarne di nuovi.
È in questo contesto che Carraro LAB ha sviluppato Human Media, un progetto che prova a spostare il ragionamento dalla semplice regolamentazione alla progettazione di nuovi ambienti digitali per bambini e adolescenti.
Human Media non è un nuovo social network. È un ecosistema di applicazioni ed esperienze digitali costruito secondo criteri differenti da quelli delle piattaforme tradizionali: privacy by design, assenza di profilazione dei minori, qualità dell’esperienza e rapporto con il mondo reale. A Lugano Carraro LAB ha presentato applicazioni già pronte e funzionanti dedicate a natura, arte, cultura, territorio, creatività e scoperta delle proprie attitudini.

Gualtiero Carraro
La questione, quindi, non è semplicemente offrire contenuti diversi. È provare a cambiare la funzione del digitale: non uno strumento costruito principalmente per trattenere l’utente sulla piattaforma, ma un mezzo capace di accompagnarlo verso conoscenza, esperienze, luoghi e relazioni. Il digitale come punto di partenza, non come destinazione.
È una prospettiva che vale anche per l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi sono sempre più efficaci nel prevedere ciò che potrebbe interessarci. Ma una tecnologia davvero utile dovrebbe anche aiutarci a incontrare ciò che ancora non conosciamo.
È qui che si misura una differenza culturale prima ancora che tecnologica: un algoritmo può restringere il nostro orizzonte oppure allargarlo.
La discussione sulla sovranità digitale si inserisce nello stesso quadro. Non significa necessariamente contrapporsi alle grandi piattaforme internazionali, ma mantenere la capacità di sviluppare tecnologie, infrastrutture e modelli diversi. Le applicazioni di Human Media sono sviluppate come web app e ospitate su cloud sovrano, al di fuori degli app store delle Big Tech.
La vera sfida, quindi, non è soltanto rendere più sicuro il digitale che abbiamo. È capire se siamo ancora capaci di progettarne uno diverso.
Perché ai ragazzi possiamo dire di stare meno sui social. Ma la domanda più difficile, e probabilmente più utile, è un’altra: che cosa vogliamo offrire loro al posto di quei social?




