Naza e la guerra delle narrazioni

Di il 06 Ottobre, 2026
A strettissimo giro dal documentario Naza che inchioda il governo Netanyahu a responsabilità ben precise nel conflitto di Gaza, sul Web è apparso un controdocumentario di segno opposto
Immagine di copertina: Gaza. Fonte: Wikimedia Commons

La guerra di Gaza, che rischia poi di essere più una “guerra a Gaza” dato che la popolazione ostaggio dei terroristi di Hamas è finita col diventare puntuale bersaglio dell’esercito di Israele, nei giorni del terzo anniversario dell’attentato terroristico del 7 ottobre 2023 finisce col fare da sfondo a un altro conflitto.

Una battaglia questa volta esclusivamente propagandistica contro la diffusione e il successo di Naza dei giornalisti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Ma andiamo con ordine.

Cos’è Naza e perché fa paura a Netanyahu

Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il documentario si avvale delle testimonianze di ventiquattro presunti membri dell’IdF (Israel Defense Forces) e dell’Intelligence israeliana che, per ovvi motivi, hanno voluto restare anonimi.

Il collage di prove che i due giornalisti presentano nei cinema rivela che l’uccisione di massa di civili palestinesi non solo sarebbe stata messa in conto dal governo Netanyahu ma fosse stata persino pianificata.

Il termine Naza che titola il film, derivato da “Nezek Agavi”, non è casuale. Viene spiegato che ricorre negli ambienti militari per indicare le “vittime collaterali”: infatti, anche grazie alle potenti tecnologie impiegate per rastrellare virtualmente la Striscia (si farebbe affidamento soprattutto sui cellulari intercettati a distanza) e preparare attacchi e attentati ai danni dei miliziani di Hamas, le forze israeliane sarebbero capaci di stimare con incredibile precisione il numero di civili coinvolti persino prima di premere il grilletto.

La percentuale di sbagli, dunque, contrariamente a quanto detto a più riprese dall’esecutivo israeliano, sarebbe stata ridottissima e ogni sortita militare dopo la tragedia dell’7 ottobre 2023 (in cui Hamas ha ucciso oltre 1200 israeliani) avrebbe avuto esattamente le vittime che erano state ipotizzate a priori a tavolino.

Il messaggio veicolato da Naza è forte e potente, peraltro amplificato dalla vittoria del Premio Speciale della Giuria alla 83ª Mostra di Venezia che è stato accompagnato da un lungo, ininterrotto e scrosciante applauso dell’intera sala.

Il fuoco amico di Ben Gvir

E infatti, come sottolinea l’Ansa, davanti ai cinema italiani che lo proiettano si sono formate lunghissime code. In tanti hanno faticato per trovare gli ultimi biglietti.

Alla base del successo della pellicola potrebbero esserci pure le sparate social dell’impresentabile ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir che l’Occidente ha imparato a conoscere non solo per le sue passeggiate di scherno sulla Spianata delle Moschee, ma anche per aver passato in rassegna, a favore di telecamera, gli ostaggi della Global Sumud Flotilla rapiti da Israele in acque internazionali per poi apparire appunto incaprettati ai piedi del membro del governo Netanyahu.

Ebbene sui suoi social, in cui abbondano immagini di cappi e pistole, è apparso anche un video propagandistico realizzato con l’intelligenza artificiale nel quale gli autori di Naza Abraham e Szor vengono arrestati nientemeno che alla cerimonia degli Oscar.

E nel caso in cui non fossero bastate le immagini eloquenti, l’esponente della destra messianica ha anche aggiunto: “A coloro che diffamano i nostri eroici combattenti, che rischiano la loro vita affinché possiamo vivere in pace e sicurezza, io dico: voi siete una vergogna e un disonore per l’intero popolo d’Israele. Andatevene!”.

Una reazione esagerata e scomposta, persino per un personaggio le cui azioni sguaiate hanno messo più volte in imbarazzo l’intero esecutivo Netanyahu agli occhi della comunità internazionale. Una reazione che rivela il nervosismo con cui Naza è stato accolto in patria, peraltro con la promozione cinematografica che rischia di adombrare le cerimonie del terzo anniversario della strage del 7 ottobre.

Una reazione soprattutto che incrina la visione di Israele quale “unica democrazia del Medio Oriente” dato che nel governo c’è chi vorrebbe veder finire in prigione chi realizza film non allineati.

Naza del resto non solo arriva nelle sale mentre Israele piange e ricorda le proprie vittime, ma viene proiettato mentre Tel Aviv appare plasticamente isolata. Situazione ulteriormente ribadita ed enfatizzata ictu oculi in occasione dell’ultima apparizione del Primo ministro israeliano all’assemblea generale delle Nazioni Unite.

Lo scorso 24 ottobre Netanyahu è infatti rimasto a parlare in una sala semideserta mentre le delegazioni di diverse nazioni abbandonavano l’aula in segno di protesta. Ha annotato efficacemente il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth: “Bibi difende Israele all’Onu, ma parla a un mondo che non lo ascolta più”.

Benjamin Netanyahu inoltre, urge ricordarlo, è inseguito (assieme all’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant) da un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità e per questo dovrebbe essere giudicato dalla Corte dell’Aia (Tel Aviv però non ne riconosce la giurisdizione).

Insomma, il documentario dei dissidenti israeliani pare il colpo di grazia a una comunicazione ufficiale israeliana fallimentare e decotta.

Naza contro Naza

Ma non ancora del tutto esausta. Il colpo di coda è stato infatti assestato a tempo record con la pubblicazione fulminea di Naza: The Real Story. Chiara l’intenzione non solo di confutare le tesi sostenute in Naza ma anche, data la somiglianza tra i due titoli, di parassitarne il successo cinematografico e intercettare lo spettatore meno accorto che dovesse cercare in streaming o via Google la pellicola originale.

Il controdocumentario pare a tutti gli effetti un’opera ufficiale dell’esercito israeliano, essendo diretto dal tenente colonnello Roi Danino, dall’avvocato Ariel Averbuch (riserva dell’esercito) e dal regista Hagai Gutman (curiosamente nella sua bio ufficiale presente sul sito di Naza: The Real Story si legge “Recentemente ha ottenuto una notevole visibilità internazionale come uno dei creatori e registi di Naza: The Real Story, un documentario che presenta la prospettiva israeliana sulla guerra a Gaza a un pubblico globale”, come se si potesse già affermare che avrà una eco simile).

I tre hanno avuto accesso, secondo il Jerusalem Post, a immagini, registrazioni e materiali dell’Israel Defence Force. Non solo, la pellicola pare nata con la benedizione del governo di  Netanyahu, anche se contrariamente al documentario ufficiale che sappiamo esser stato finanziato dal The Guardian e da JW Films (Jim Wilson), qui non è altrettanto agevole capire chi ci abbia messo il gettone.

La questione dei finanziamenti è tutt’altro che secondaria quando si parla di un’opera dall’alto valore propagandistico, tanto più che proprio Naza aveva fatto scappare al ministro della Cultura israeliano Miki Zohar (che ha proposto di revocare la cittadinanza ai due registi) che la sua contestata novella sul finanziamento ai film fosse proprio finalizzata a pilotare pure i contenuti delle opere (“È proprio per questo motivo che ho guidato l’importante riforma del cinema, affinché i cittadini israeliani non debbano più pagare di tasca propria per i danni arrecati ai soldati delle Forze di Difesa Israeliane e allo Stato di Israele”).

Benjamin Netanyahu. Fonte: Wikimedia Commons

La battaglia dello streaming

Anche il controdocumentario è girato sempre sui tetti di una Tel Aviv by night, con ogni probabilità sempre nel tentativo di intercettare lo spettatore distratto che conoscesse Naza per sommi capi.

E anche qui i militari appaiono solo di spalle sebbene quanto venga rivelato non metta certo a rischio la loro carriera. Ma la volontà è proprio quella di realizzare uno specchio distorto di quanto veicolato dall’opera alla quale si intende rispondere.

La durata è leggermente inferiore: 49 minuti rispetto agli 80 dell’opera originale. Ma soprattutto è di gran lunga inferiore il tempo occorso per la sua realizzazione: per mettere assieme le 24 interviste che compongono il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor i due autori hanno lavorato in gran segreto per oltre tre anni, mentre Naza: The Real Story sembra essere un rarissimo caso di propaganda prêt-à-porter, dati i tempi incredibilmente rapidi con cui è arrivato al grande pubblico.

Anche questo fattore assieme alle fonti delle quali si avvale, lascia sospettare si tratti di un’opera governativa benché appunto non risulti mai.

Naza: The Real Story non avrà però distribuzione ufficiale nei cinema: l’intento del resto è quello di avere la maggiore eco possibile, evitando al contempo di finire bersaglio di notizie di eventuali flop ai botteghini.

Il sito ufficiale mette in bella mostra un contatore di visualizzazioni, arrivato a scandire mentre vengono scritte queste righe oltre 23 milioni di accessi. Ma al contrario delle cifre di Naza, certificate dai cinema di tutto il mondo, anche qui bisogna stare alla parola degli autori.

A proposito di streaming qui in Italia, dove il successo al botteghino per Naza è stato tale che persino il Guardian (che ha co-finanziato l’opera) ha deciso di dedicare un articolo sugli incassi, ha iniziato a rimbalzare sui social l’indiscrezione che il film sarebbe presto arrivato su RaiPlay.

È dovuto intervenire il distributore attraverso i suoi canali social per smentire la notizia che potrebbe esser stata fatta circolare proprio con lo scopo di distogliere eventuali spettatori dal proposito di andare a vedere il film al cinema.

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Carlo Terzano
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Carlo Terzano è un giornalista politico ed economico, con la passione per le nuove tecnologie e l'automotive. Già caporedattore di StartupItalia, ha collaborato e collabora oltre che con Mediatrends anche con Start Magazine, Wired, Radio 24, R101, Formiche, Corriere Innovazione e Lettera43.it.