La comunicazione di Trump nasconde il dilemma strategico per gli USA

Di il 28 Settembre, 2026
La retorica dell’escalation maschera una trasformazione più prudente della strategia americana
Immagine di copertina: il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shutterstock

Torna la retorica aggressiva di Donald Trump in merito all’Iran. All’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente USA ha parlato di “annientare” il Paese, richiamando la sua minaccia di cancellare “un’intera civiltà” dell’aprile di quest’anno.

Agli occhi della Casa Bianca, questo linguaggio serve a far paura all’avversario e a costringere Teheran a negoziare – risultato parzialmente raggiunto, tra l’altro, visto che il regime iraniano ha proposto una nuova tregua negli stessi giorni, respinta però dall’amministrazione americana.

Infatti, a Washington l’impressione è che si vada verso una ripresa dei bombardamenti, in quanto l’accordo possibile in questo momento rappresenterebbe una vittoria di fatto per l’Iran e quindi uno smacco difficile da digerire per Trump.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shutterstock

La volontà di proiettare un’immagine di forza militare schiacciante con la comunicazione ufficiale, tuttavia, nasconde un cambiamento importante che bolle sotto la superficie nella strategia delle istituzioni statunitensi.

Il modello da garante militare per gli alleati in Medio Oriente, con una forte presenza di basi nella regione, viene messo in discussione. Il motivo più evidente è la grande vulnerabilità rivelata proprio nella guerra con l’Iran.

L’avversario ha dimostrato la capacità di colpire le installazioni americane, provocando alcuni morti e numerosi feriti (il numero dei secondi è stato appena aggiornato a oltre 800). I danni si contano nei miliardi di dollari, e le forze armate USA hanno evacuato e lasciato inoperabili – in tutto o in parte – le basi in Bahrain, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita.

Da presenza dominante per garantire la sicurezza, queste installazioni sono diventate facili obiettivi nel momento del conflitto.

Questo avviene nel contesto più ampio del “Pivot to Asia”, la nuova concezione strategica annunciata da Washington già durante la presidenza di Barack Obama. L’idea era di de-enfatizzare gradualmente il Medio Oriente e l’Europa dell’Est per concentrarsi sulla sfida con il nuovo grande rivale geopolitico, la Cina.

Questo messaggio sembrava aver definito la direzione delle presidenze successive, con Donald Trump che cercava di ritirare le truppe dalla regione (nonostante le resistenze del Pentagono), e poi Joe Biden che aveva dichiarato la fine delle “forever wars” nel 2021.

La seconda amministrazione Trump, invece, ha interrotto parzialmente questa trasformazione: la modalità da bullo neoimperiale ha provocato una nuova guerra fallimentare in Medio Oriente e ha generato effetti negativi agli occhi degli strateghi più lungimiranti: la mancanza di munizioni fondamentali come missili e intercettori e lo spostamento delle risorse da altre regioni – principalmente l’Asia – di nuovo verso il Medio Oriente per supportare il conflitto.

Fonte: Flickr

Dunque ora c’è un’evidente tensione tra la strategia generale e le azioni immediate del presidente Trump. Tuttavia, proprio le difficoltà dimostrate nella guerra con l’Iran – vulnerabilità e mancanza di munizioni avanzate – stanno dando nuova linfa al cambiamento.

Gli elementi principali sono una nuova configurazione dei rapporti di sicurezza con gli alleati e la trasformazione del “procurement” militare, cioè di come il Pentagono gestisce gli ordini e la produzione di armi.

Sul primo punto, si parla dell’abbandono del modello “hub and spoke”, dove Washington è il centro e gli alleati sono i raggi. Fungere da garante per ogni singolo partner è troppo oneroso e rischioso. Si intende, quindi, dare più responsabilità agli attori regionali, riducendo la dipendenza diretta dagli Stati Uniti e incoraggiandoli a costruire alleanze locali con Paesi amici.

Washington rimane il protettore di ultima istanza, ma con una presenza diretta ridotta. È in questo contesto che bisogna valutare i nuovi rapporti di sicurezza in divenire tra l’Arabia Saudita, la Turchia e il Pakistan, così come la discussione sulla creazione di una “Carta pacifica” per costruire un sistema di alleanze solide tra gli alleati nel mondo asiatico.

Nel campo dell’approvvigionamento di armi, prosegue la campagna del vicesegretario della Difesa Stephen Feinberg, a detta di molti il vero manager del Pentagono in questa fase, considerando anche la superficialità del segretario Pete Hegseth.

Feinberg, ex capo del gigante del private equity Cerberus Capital Management, guida l’acquisizione di partecipazioni in nuove imprese produttive e impone contratti per riorganizzare le forniture industriali. L’obiettivo è produrre in modo più rapido, a costi più bassi, liberandosi della concezione che ha dominato negli ultimi decenni, di concentrare tutto sulle armi più avanzate.

Queste hanno tempi lunghi e costi alti – e quindi piacciono a certi lobbisti e grandi società – ma hanno portato a una mancanza di flessibilità e anche delle munizioni necessarie per le guerre attuali. Basti pensare al noto esempio dei droni da poche decine di migliaia di dollari che devono essere abbattuti da missili che ne costano milioni e che sono diventati improvvisamente molto scarsi.

Questi cambiamenti sono considerati fondamentali da parti importanti delle istituzioni americane, tra la politica, le forze armate e l’intelligence. Dato il carattere dell’attuale inquilino della Casa Bianca, non è facile portarli avanti in modo coerente.

La guerra in Iran, come abbiamo visto, dimostra i limiti del vecchio modello, ma sottolinea anche la necessità per gli Stati Uniti di accelerare la propria trasformazione in questo campo, a prescindere dagli sproloqui del presidente Trump.

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Andrew Spannaus
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Andrew Spannaus è un giornalista e analista politico americano, noto per aver anticipato la rivolta populista negli Stati Uniti e in Europa. Commenta la politica americana e le trasformazioni dei rapporti strategici mondiali per Radio24, Rainews24 e RSI, ed è editorialista de Il Messaggero. Spannaus è docente all'ASERI/Università Cattolica di Milano, ed è stato più volte Consigliere Delegato dell'Associazione Stampa Estera di Milano.