Il teatrino delle narrazioni nell’IA. Altman è il cattivo, gli Amodei i buoni?

Di il 06 Marzo, 2026
Sam Altman di OpenAI sta passando per quello che ha venduto l'anima al Pentagono. Gli Amodei invece sembrano sempre i buoni. Ma la realtà è davvero così bidimensionale?
Immagine di copertina: Dario Amodei. Fonte: Wikimedia Commons

Più che due imprenditori del nuovo corso della Silicon Valley, Sam Altman di OpenAI e Dario Amodei di Anthropic sembrano due maschere della Commedia dell’Arte italiana con il primo ormai destinato a incarnare l’emblema dell’imprenditore avido e senza scrupoli che si contrappone a uno storytelling antitetico stucchevolmente filantropico (come ricorda il nome stesso della software house rivale, fondata da due imprenditori italoamericani).

In entrambi i casi, si tratta di uomini d’affari che stanno concludendo contratti multimiliardari approfittando di quella che sempre più analisti sospettano essere una bolla, ma le somiglianze finiscono davvero qui?

Legami fraterni molto diversi

Dario Amodei, volto pacioso e indole restia ai palcoscenici, non ha faticato a fare breccia nel cuore degli utenti dei social network. Merito anche del fatto che lavori gomito a gomito con sua sorella Daniela: una collaborazione che rimanda al calore delle piccole imprese familiari, quasi come se Claude, l’IA di Anthropic, fosse un algoritmo “fatto in casa”, cresciuto in modo amorevole da chi condivide i medesimi valori.

Ha tutt’altro rapporto con la sorella Sam Altman, dal momento che, esattamente un anno fa, il creatore di ChatGPT si è visto trascinare in giudizio dalla parente con l’accusa, gravissima, di essere avere abusato di lei tra il 1997 e il 2006, quando la bambina aveva appena 3 anni e lui 12.

Molestie che sarebbero proseguite fino alla maggiore età di lui ma non di lei. L’imprenditore visionario ha sempre respinto ogni addebito, anche su X: in un post scritto assieme agli altri due fratelli, Jack e Max e alla madre Connie, Sam Altman ha replicato che la malattia mentale della sua accusatrice Ann non la renderebbe lucida e, perciò, credibile.

Questa non però è la sola vicenda che ha lordato l’immagine dell’enfant prodige che scrivendo codici e assemblando algoritmi è riuscito arrivare dai sobborghi di St. Louis ad accumulare un patrimonio stimato in oltre 2 miliardi di dollari (la fonte è Forbes, vera e propria “bibbia” quando si parla dei tesori accumulati dai paperoni più noti, ma rischia di essere sottostimata date le ultime cavalcate multimiliardarie di OpenAI).

Sam Altman. Fonte: Flickr

Altman è sopravvissuto al cesaricidio, che l’ha però sporcato

Nell’autunno del 2023 il Ceo e co-founder della software house responsabile di ChatGPT era stato infatti estromesso dal proprio posto di guida per decisione dello stesso CdA di OpenAI. Un vero e proprio “ammutinamento del Bounty 4.0”, col board che sosteneva si fosse ormai frantumato il rapporto fiduciario che deve sussistere tra l’amministratore delegato e i suoi consiglieri.

Situazione mirabilmente gestita dallo stesso Sam Altman, riuscito a risedersi sulla propria poltrona a tempo record, ottenendo persino le scuse pubbliche dei suoi cesaricidi, che non a caso hanno abbandonato l’azienda subito dopo, avendo perso la partita e la faccia.

Le accuse di tradimento rivolte a Sam Altman (firmate dai suoi traditori)

Fulcro della vicenda il capo degli scienziati di OpenAI, Ilya Sutskever, cofondatore della società, membro del board ma soprattutto principale accusatore di Altman. Secondo Sutskever (oggi in Safe Superintelligence Inc.), infatti, sotto la guida del chiacchierato CEO la software house aveva tradito gli impegni etici alla base della sua stessa fondazione per inseguire sogni di profitti mirabolanti.

In quest’ottica l’estromissione di Altman anziché rappresentare una pugnalata alle spalle si sarebbe resa necessaria per salvare l’azienda e – chissà – forse il mondo intero, dato che il disinteresse manifesto dall’amministratore delegato per le questioni morali stava permettendo agli algoritmi intelligenti di crescere e maturare in tutta fretta, per di più a biglie sciolte.

Il dipinto restituito dai suoi accusatori era quello di un amministratore delegato sordo per esempio ai temi occupazionali che ignorava, preso dalla frenesia di sviluppare soluzioni tecniche sempre più avanzate, il rischio che le IA, lavoratrici infaticabili e ben poco attente a far valere i propri diritti sindacali, possano già nell’immediato o comunque nel prossimo futuro causare ondate di licenziamenti dalle proporzioni inedite.

Gli allarmi di Dario Amodei presi sottogamba da Altman

In verità, Altman non solo era sordo a tali problemi, ma li ha sempre respinti con fermezza.

“Non so dire quale sia la percentuale esatta, ma è in atto una sorta di AI washing, fenomeno per il quale le aziende attribuiscono all’AI licenziamenti che avrebbero comunque effettuato”, ha infatti detto qualche tempo fa alla CNBC-TV18 in occasione dell’India AI Impact Summit, ammettendo comunque “che ci saranno anche tipologie di lavoro destinate a essere sostituite dagli algoritmi” e che “quest’ultimo fenomeno aumenterà nel tempo”.

Insomma, quando non sono gli altri ad appiccicargli addosso l’immagine del cattivo, ci riesce benissimo da sé.

L’inizio dello storytelling “buono” dietro ad Anthropic

Sul fronte opposto hanno la strada spianata i fratelli Amodei nel comporre una narrazione completamente diversa, quasi fingendo di non essere al timone di una software house che opera nel medesimo comparto della rivale e che ha raggiunto la valutazione astronomica di 380 miliardi (dati di febbraio, cifra più che raddoppiata rispetto ai 183 miliardi dello scorso settembre).

Parallelamente il patrimonio degli Amodei ha raggiunto quota 14 miliardi di dollari, 7 ciascuno, secondo le stime di Forbes.

Del resto se oggi esiste Anthropic è perché nel lontano 2019 Altman ha deciso di rendere OpenAI a scopo di lucro, così da incassare il miliardo di dollari di investimenti da Microsoft, tra i primi colossi a credere nel progetto.

Una decisione non condivisa, però, da chi aveva contribuito a creare la no profit, tra cui proprio Dario e Daniela Amodei, che hanno sbattuto la porta dell’azienda alle proprie spalle e sono corsi a fondare Anthropic.

E mentre Sam Altman nicchiava sui futuribili problemi catastrofici connessi a un uso smodato delle intelligenze artificiali, Dario Amodei contribuiva a farli dilagare, unendosi al coro di Cassandre pronte a vaticinare il peggio.

Nel suo ultimo approfondimento, The Adolescence of Technology, oltre a paventare nuovi pericoli, il numero uno di Anthropic sembra quasi volersi deresponsabilizzare da questi algoritmi che, nati con lo scopo di far del bene, potrebbero poi essere traviati nel corso dell’adolescenza finendo per servire cause meno nobili. Un po’ troppo comodo, però.

Il lato oscuro della Forza

La narrazione è da fumetto, tipicamente americana, divisa tra buoni e cattivi; bene e male; Jedi e Sith.

Allo stesso modo non è difficile individuare quale sia il personaggio interpretato da Amodei e quale quello di Altman, che non perdono occasione di rafforzare lo stereotipo degli eroi e degli antieroi, eterni rivali, soprattutto quando calcano prosceni internazionali.

Ha fatto il giro del mondo la mancata stretta di mano tra i due dal summit indiano sull’AI.

Chi sta con Trump è il cattivo

Un’incapacità a far sistema che certo non farà piacere a Donald Trump, che da tempo insiste perché gli imprenditori americani si muovano come un sol uomo così da rivaleggiare contro le rivali cinesi che, è noto, agiscono invece compatte sotto le pressioni di Pechino.

Ma Trump al momento deve vedersela soprattutto con l’ostinazione di Antrhopic che non intende concedere che la sua tecnologia venga utilizzata dalle agenzie di sicurezza americane e dal Pentagono per la sorveglianza di massa degli americani e per l’implementazione di armi autonome.

Un “no” che ha mandato su tutte le furie il presidente USA e che ha imbarazzato il Dipartimento della Guerra (così come è stato re-brandizzato il Pentagono) ma pure Altman, che invece quell’accordo era corso a firmarlo, salvo poi chiedere modifiche tardive per non subire ulteriori contraccolpi alla propria immagine e a quella dell’azienda.

Un rifiuto, scrive Axios, strategico e non ideologico, che sembra dimostrare come, anche in questo clima politico, tutelare la reputazione e il valore a lungo termine per gli stakeholder ripaga sempre.

Claude ha già indossato la mimetica?

Come al solito sotto la narrazione aziendale la realtà fa pieghe e traccia ghirigori ben più complessi.

C’è infatti con ogni probabilità Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, dietro la controversa operazione lampo statunitense che ha portato al rapimento e alla destituzione dell’ex dittatore venezuelano Nicolás Maduro criticata da più parti a stregua di violazione delle norme del diritto internazionale.

E ci sarebbe il medesimo algoritmo pure nella pianificazione dell’ancor più recente e criticato attacco israelo-statunitense all’Iran che ha provocato l’uccisione di Ali Khamenei, questo nonostante Trump abbia imposto alle agenzie federali di bandirla dai propri PC e device.

Antrhopic accoglie gli scontenti di ChatGPT

Impossibile, allo stato attuale, capire come siano andati realmente i fatti. Quel che è certo è che la contrapposizione degli Amodei a Trump ha suscitato come si anticipava rinnovata simpatia da parte degli internauti nei riguardi di Anthropic, con un boom di download di Claude, mentre parallelamente sono aumentate a dismisura le disinstallazioni di ChatGPT.

Un travaso di utenti che pare studiato a tavolino dai fratelli Amodei che hanno immediatamente rilasciato questo prompt da incollare nella chat dei vari LLM rivali dotati di memoria perché i loro nuovi clienti possano operare un travaso rapido a favore della loro IA proprietaria.

Non sappiamo se Altman sia insomma quel “genio del male” che lui stesso, volente o no, ha contribuito a impalcare, ma di sicuro gli Amodei sono geni del marketing. E spesso è difficile trovare la differenza.

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Carlo Terzano
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Carlo Terzano è un giornalista politico ed economico, con la passione per le nuove tecnologie e l'automotive. Già caporedattore di StartupItalia, ha collaborato e collabora oltre che con Mediatrends anche con Start Magazine, Wired, Radio 24, R101, Formiche, Corriere Innovazione e Lettera43.it.