IA: il mondo dei sentieri che si biforcano

Di il 14 Febbraio, 2026
Quando la comunicazione diventa il vero banco di prova dell’IA in sanità
Fonte immagine di copertina: Freepick

Ogni tecnologia davvero trasformativa attraversa, prima o poi, un punto di non ritorno.

Un momento in cui le possibilità si separano nettamente: da una parte ciò che può migliorare la nostra condizione, dall’altra ciò che può comprometterla. L’Intelligenza Artificiale è arrivata a quel punto. E il luogo in cui questa biforcazione appare con maggiore chiarezza, urgenza e impatto è la salute.

Non è casuale. La salute è lo spazio in cui si concentrano le nostre paure più radicali e le nostre aspettative più profonde. È il momento in cui cerchiamo risposte quando siamo fragili, quando la fiducia non è un valore astratto ma una necessità concreta. Ed è proprio qui che l’IA sta mostrando tutta la sua forza, insieme a tutta la sua ambiguità.

I dati della ricerca Salute Artificiale non raccontano una tendenza marginale. Raccontano un cambiamento strutturale. Il 43% degli italiani utilizza già l’Intelligenza Artificiale generativa per informarsi sulla propria salute. Tra i giovani, il 73% la preferisce a Google. L’86% consulta il web prima o dopo una visita medica. Non siamo di fronte a una nicchia tecnologica, ma a un comportamento di massa ormai normalizzato.

Fonte: ricerca “Salute Artificiale”

Il dato che chiarisce davvero la posta in gioco, però, è un altro: il 14% degli italiani ha modificato o interrotto una terapia basandosi su informazioni trovate online, senza consultare il medico. Uno su sette. In autonomia. Nel silenzio.

È qui che la strada si divide.

Da un lato, la promessa. L’Intelligenza Artificiale può diventare la più potente alleata che la medicina abbia mai avuto. Non perché sostituisca i medici – non può e non deve – ma perché può trasformare il ruolo del paziente.

Un paziente informato è un paziente migliore. Comprende la diagnosi, il senso della terapia, i rischi e le alternative. È più incline a collaborare, ad aderire alle cure, a non abbandonarle appena i sintomi migliorano.

L’AI può facilitare tutto questo. Può spiegare con pazienza ciò che spesso il medico, vincolato da tempi sempre più compressi, non riesce a spiegare. Può tradurre il linguaggio clinico in parole accessibili. Può rispondere alle domande che emergono dopo, o che non si ha il coraggio di porre in ambulatorio.

Può anche produrre un effetto più profondo: costringere la medicina a comunicare meglio. Pazienti che arrivano informati, che verificano, che chiedono spiegazioni, rendono impossibile una medicina puramente prescrittiva. La fiducia non è più automatica, va costruita. E questo, se governato, è un progresso.

Ma l’altro sentiero è altrettanto reale.

L’Intelligenza Artificiale non possiede conoscenza clinica nel senso umano del termine. Possiede competenza comunicativa. È addestrata a sembrare affidabile, rassicurante, convincente. Sa modulare il linguaggio, intercettare le emozioni, offrire risposte che suonano giuste anche quando non lo sono. Per un paziente spaventato, soprattutto di notte, la priorità non è la verità: è il sollievo. E l’IA è straordinariamente efficace nel fornirlo.

Il percorso è graduale: prima l’auto-diagnosi, poi l’auto-terapia, infine l’esclusione del medico dal processo decisionale. Il silenzio diventa parte del problema. Si costruisce una relazione parallela con l’algoritmo, che conferma convinzioni, riduce l’incertezza apparente e aggira il confronto professionale. Nasce una medicina informale, non tracciata, non verificata.

Il 14% è solo l’emersione statistica di un fenomeno più ampio. Sotto c’è un accumulo di decisioni private, di dubbi inespressi, di sfiducia non dichiarata. Una medicina ombra che cresce accanto a quella ufficiale.

Siamo quindi a una scelta. L’Intelligenza Artificiale in sanità non è più un’ipotesi futura. È una presenza attiva. La questione non è se influenzerà il sistema, ma come. E questo dipende dalle decisioni che prendiamo ora.

Accompagnare questa trasformazione significa accettare che l’IA non si può fermare e non va demonizzata. Ma significa anche evitare di lasciare i cittadini soli davanti a uno strumento potente e opaco. Serve alfabetizzazione sanitaria digitale: insegnare non solo a usare l’IA, ma a metterla in discussione. A riconoscerne i limiti, a sapere quando una risposta va verificata e quando è necessario tornare al medico.

Fonte: ricerca “Salute Artificiale”

Serve anche un’evoluzione della professione medica. Più comunicazione, più ascolto, meno difensiva. Un paziente che controlla non è un avversario, è un interlocutore. Il dubbio non è una minaccia, è il segnale di un coinvolgimento attivo. Oggi la fiducia non si presume: si costruisce.

Infine, serve integrazione. Creare ponti tra IA e sistema sanitario, invece di negarne l’esistenza. Offrire fonti affidabili, validate, riconoscibili, prima che i pazienti le cerchino altrove. Trasformare l’algoritmo da alternativa al medico a supporto del percorso di cura.

La salute è il vero banco di prova dell’Intelligenza Artificiale. È qui che capiremo se sarà uno strumento di emancipazione o di disorientamento. Se renderà i cittadini più consapevoli o più vulnerabili.

Il triangolo medico – paziente – algoritmo è la nuova geometria della cura. Può diventare una struttura virtuosa, oppure un campo di tensione permanente. La differenza la faranno le scelte di oggi.

Il paziente del futuro è già presente. Cerca, verifica, dubita, a volte sbaglia. Ma non tornerà indietro. La medicina che saprà parlargli – e non parlargli contro – sarà quella che resterà rilevante.

Le altre continueranno a parlare da sole.

Devi essere loggato per lasciare un commento.
Antonio Preiti
/ Published posts: 1

Antonio Preiti è docente presso l'Università di Firenze in Destination Management e responsabile scientifico di Sociometrica, dove conduce studi su turismo, economia e società. È anche autore di articoli e blogger per testate come Huffington Post e Corriere della Sera, con un focus su turismo, cultura e innovazione, integrando analisi quantitative e qualitative. In precedenza, dal 2010 al 2013, è stato Consigliere d'Amministrazione dell'ENIT (Ente Nazionale Italiano per il Turismo), ricoprendo per due anni il ruolo di Vicepresidente dell'ETC (European Travel Commission). Ha accumulato esperienza manageriale in ruoli presso Banca IMI, il Comune di Firenze, l'Agenzia del Turismo di Firenze, l'Università di Bolzano e la Luiss Management. La sua carriera è iniziata al Censis (Centro Studi Investimenti Sociali), dove ha ricoperto il ruolo di direttore di ricerca, specializzandosi in comportamenti collettivi e dinamiche sociali. Preiti si è laureato in Scienze Economiche e Sociali presso l'Università di Firenze, completando poi un master in Sviluppo Economico con una tesi sull'economia monetaria.