Immagine di copertina generata con Gemini.
La ricerca della Syracuse University conferma quello che sappiamo: ci sono troppe voci, non sappiamo più chi ascoltare, e la nostra fiducia è mutevole.
Si avvicinano le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti ed entriamo nel vivo della propaganda, in particolare dalle frange a sinistra.
I politici, in particolare i democratici, stanno intensificando le collaborazioni con i creator per raggiungere gli elettori e influenzarne le scelte.
Alcuni, come il governatore democratico del Maryland Wes Moore, partecipano a dibattiti con giovani elettori nel programma “YouTube Surrounded”, prodotto da Jubilee Media, una società specializzata in contenuti realizzati con i creator; la CNN ha inoltre annunciato un incontro pubblico con James Talarico, il candidato democratico al Senato in Texas che già da mesi si distingue per viralità dei contenuti.
Ma mentre intuiamo che la strategia di Steve Bannon e l’approdo dei repubblicani sui nuovi media ha contribuito all’elezione del presidente Donald Trump, restano interrogativi sulla capacità effettiva di tradurre l’engagement social in voto.
Basti pensare, tra gli altri, all’endorsement – inefficace – di Taylor Swift per Kamala Harris, ma al contrario alla grande popolarità del sindaco Zorah Mamdani, a cui è corrisposto anche un indotto di voti che l’ha condotto alla vittoria.
Non ci fidiamo più di nessuno: la ricerca della Syracuse University
Una nuova ricerca della Syracuse University, condivisa in anteprima con Scalable, ci conferma che la frammentazione è la modalità prevalente con cui gli elettori si informano. che le modalità con cui gli elettori si informano sono sempre più frammentate.
YouTube per ora è la piattaforma più utilizzata per seguire le notizie politiche ed elettorali, nell’alveo dei vari social media, ma il suo vantaggio rispetto ai notiziari televisivi tradizionali e alle applicazioni o ai siti web dei quotidiani è contenuto.
Come confermato dai Reuters Report, soprattutto in alcuni paesi, la questione dell’affidabilità e della legittimità della fonte tradizionale è una variabile da considerare, e questo vale trasversalmente per gli schieramenti politici.
Controintuitivamente, la ricerca riporta anche che la differenza tra fasce d’età non è statisticamente significativa: significa che non è solo una caratteristica di paesi con inverni demografici come l’Italia.
In questa frammentazione, ci sono anche notevoli contraddizioni: i social sono frequentati assiduamente, ma non si distinguono in termini di affidabilità epistemica, manca loro una certa influenza. E d’altro canto, mentre i media tradizionali sono ancora considerati attendibili, il livello di fiducia tende a scendere progressivamente.
Ma insomma, non ci fidiamo proprio di nessuno?
Me contro te
Il rapporto tra pubblico e creator è più complesso di quanto possa apparire. Il 61% degli intervistati dalla Syracuse University ha dichiarato di fidarsi di un creator indipendente noto quanto di un giornalista professionista altrettanto conosciuto quando si tratta di temi politici.
L’attribuzione di fiducia si conferma un atto quasi interamente privato, ed è questa la sostanziale differenza rispetto a tutte le altre campagne, e cioè il crollo dei gatekeeper tradizionali, dei corpi intermedi di distribuzione della fiducia.
Una situazione complicata ancora di più dal fatto che molti giornalisti si stanno svincolando dal brand delle testate, e questo personalizza ancora di più il rapporto di scambio di informazioni. Oltre al fenomeno della divulgazione e del citizen journalism, e della scarsa accountability deontologica per tutte queste figure ibride.
C’è infine da considerare la differenza tra fatto e opinione. Ascoltando un qualsiasi dibattito in prima serata, compare spaventosamente una tendenza a ridurre la discrepanza di opinioni a una divergenza di fatti.
Mi spiego meglio: davanti a un fatto numerico, la sua interpretazione tende a prevalere da parte dei dibattenti. “Questa è la mia verità, questa è la tua verità”, confondendo il piano ideale e ideologico con quello descrittivo e analitico. Mescolando le inchieste con la propaganda, i pareri con le evidenze. L’attestazione di veridicità da parte di un giornale come il Guardian, in queste circostanze informative, è svilita e privata di efficacia.
Tutto questo sta annacquando il dibattito pubblico, e gli utenti si sentono legittimati a trascurare la ricostruzione dei fatti – lasciata in campo alle testate giornalistiche costituite – per poter sposare il punto di vista di un creator di fiducia.
Un atteggiamento che rasenta la fede, più che la fiducia.




