Immagine di copertina: televisione. Fonte: Freepick
Il caso di Beatrice Venezi alla Fenice ripropone la questione della mitologica egemonia culturale, intesa in senso gramsciano (gli intellettuali organici, la guerra di posizione, il partito politico come Principe machiavelliano…).
In Italia il tema era tornato di moda dopo le elezioni politiche del 2022, con la nuova tornata di nomine in alcune posizioni nevralgiche. Ma l’eredità dell’intellettuale comunista sardo non si era in realtà mai eclissata e sembra anzi che le sue idee siano più attuali che mai.
Pino Arlacchi, nell’ultimo libro dedicato alla Cina, definisce il regime cinese come “un impero gramsciano”, il cui successo si basa su un ceto di intellettuali organici a stretto contatto sia con il popolo sia con lo Stato, intenti a creare una ideologia e una cultura nazional- popolare.
D’altra parte, qualche tempo fa, rispondendo a un lettore Aldo Cazzullo sosteneva che in Italia l’egemonia culturale è saldamente in mano alla destra dagli anni ’80, in particolare grazie alla televisione commerciale di Silvio Berlusconi.

Fonte: Wikimedia Commons
Gli anni ’80 sono stati definiti comunemente gli anni del riflusso, del trionfo dell’individualismo e del disimpegno politico rispetto alla partecipazione e al movimentismo che avevano segnato, nel bene e nel male, il decennio precedente.
A livello globale hanno rappresentato la fine dei “trent’anni gloriosi” della socialdemocrazia, iniziati nel dopoguerra e terminati con l’elezione di Margaret Thatcher (1979) e Ronald Reagan (1980): cominciava quindi l’onda lunga del neoliberismo, ideologico ed economico, che dura ancora oggi. L’Italia rientrava in questa tornata storica e l’idea di Cazzullo non è così lontana dal vero.
La tv commerciale berlusconiana ha rappresentato una rottura straordinaria rispetto alla televisione di Stato, sia nel formato sia nei contenuti. Ci sono però due programmi, Drive In e Striscia la notizia, che più di altri hanno veicolato narrazioni, simboli e meccanismi comunicativi che hanno ridefinito l’immaginario, spostandolo verso l’individualismo, l’edonismo, la diffidenza verso le istituzioni e i mezzi di informazione canonici.
Entrambi sono stati ideati da Antonio Ricci che di fatto è stato, oltre che un autore geniale, il nuovo Gramsci del Principe berlusconiano. Drive In debuttò nel 1983 e durò cinque anni, aveva un formato velocissimo e quasi fumettistico, con iperboli (le ragazze fast food) e caricature (il paninaro consumista, il bocconiano rampante), era lo specchio deformato della “Milano da bere” craxiana.
Da un lato ha rappresentato un entusiasmante momento di libertà per molti spettatori, abituati ai compassati varietà della Rai, dall’altro ha veicolato un messaggio di disinibizione, edonismo e disimpegno. Era satirico e deformante ma allo stesso tempo portatore di valori e di uno stile di pensiero violentemente contrapposti alla televisione democristiana che aveva dominato la mente degli italiani per oltre trent’anni.
Striscia la notizia è un caso ancora più paradigmatico, non foss’altro perché, nato nel 1988, dura ancora oggi. Il programma si presenta sin dal nome come una parodia dei Tg ufficiali, con due comici come conduttori assistiti da ballerine, e con il controcanto di un pupazzo gigante.
Ma è una falsa parodia e semmai Striscia si pone come una fonte di controinformazione, spesso smonta pubblicamente bugie, omissioni ed errori dei telegiornali tradizionali, ridicolizzandoli (sul tema si può leggere il paper The Comical Inquisition: Striscia la Notizia and the Politics of Fake News on Italian Television, di Gabriele Cosentino).

Michelle Hunziker ed Ezio Greggio a Striscia la Notizia. Fonte: Wikimedia Commons
Durante la Guerra del Golfo del 1991 Striscia mostrò che un corrispondente della Cnn a Tel Aviv indossava teatralmente una maschera antigas per far credere a un attacco chimico iracheno e nel 1990 svelò in anticipo i vincitori del Festival di Sanremo.
Con i suoi inviati “fai da te”, le notizie suggerite dagli utenti, i suoi fuorionda e la sua contaminazione pop, la forza del programma non risiede tanto nella satira quanto nella decostruzione dei media istituzionali, nella destrutturazione del quarto potere democratico.
Arriviamo allora al fatale 1994: quando Berlusconi decide di scendere in campo, vince le elezioni non solo perché è davvero “un uomo nuovo” ma anche perché la sua proposta politica è già assimilata. Non ha bisogno di intellettuali organici, perché ha già vinto la guerra di posizione con le reti televisive che ha inventato e che per decenni saranno il più efficace asset ideologico per lui e per i suoi eredi.




