Dopo le midterm le Big Tech riscrivono la comunicazione dei data center

Di il 06 Novembre, 2026
Contestati da sette americani su dieci, i data center hanno pesato sulle midterm e spingono le Big Tech a ripensare la loro comunicazione in vista del 2028

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Nel 2026, accanto all’inflazione, i data center sono stati il tema più caldo della politica americana e hanno avuto un ruolo determinante nelle elezioni di metà mandato.

I data center non sono una novità. Negli Stati Uniti si costruiscono da decenni e non hanno mai avuto un peso particolare nel dibattito pubblico. A cambiare è stata la loro scala.

Negli ultimi anni sono cresciuti di numero e di dimensioni, sono più rumorosi e sempre più vicini ai centri abitati. Soprattutto, con la diffusione e lo sviluppo dell’IA, consumano più energia, facendo salire il prezzo locale dell’elettricità, e più acqua per il raffreddamento.

Ne è nata un’opposizione crescente alla loro costruzione, che negli ultimi mesi si è trasformata in un vero e proprio movimento di protesta su scala nazionale.

Oltre al peso mediatico e politico, il movimento ha avuto pesanti conseguenze economiche: dall’inizio del 2026 più di 75 progetti, per un valore superiore ai 130 miliardi di dollari, sono stati fermati o rallentati.

Alla base della protesta ci sono i costi dell’energia, l’inquinamento ambientale e acustico e una crescente disinformazione sul consumo d’acqua delle strutture. Le Big Tech hanno inoltre commesso evidenti errori di strategia, sia nella pianificazione sia nella comunicazione.

Il fronte bipartisan contro i data center

In un momento di polarizzazione ai massimi storici, la lotta ai data center sembra essere uno dei pochi temi che uniscono gli elettori di entrambi i partiti.

Secondo un sondaggio Gallup, sette americani su dieci sono contrari alla costruzione di data center nella propria comunità. Questa preferenza si è riflessa sui candidati, e diversi esponenti di entrambi i partiti hanno parlato di rallentare, e in alcuni casi persino vietare, la costruzione di nuovi impianti.

In questa battaglia i democratici sembrano però nettamente avanti. I repubblicani non sono stati aiutati dalle uscite del presidente Donald Trump, che durante un comizio in Ohio ha detto, riferendosi ai data center, ‘li vogliamo tutti’.

Durante la campagna per le midterm sono stati spesi più di 173 milioni di dollari in spot sui data center, con i democratici ampiamente in testa: 140 milioni, contro i 28 dei repubblicani e i 5 degli indipendenti.

Più interessante è la distribuzione geografica di questi fondi. Novantacinque milioni sono stati spesi in Pennsylvania, Ohio, Michigan e Wisconsin. Il tema è nazionale, ma con una forte dinamica locale. Tutti e quattro sono storicamente ‘swing state’, ovvero stati senza un’appartenenza politica marcata e decisivi nelle elezioni presidenziali.

Accanto alle considerazioni pratiche, come il costo dell’energia o l’inquinamento, la lotta ai data center ha una forte componente simbolica. Opporsi alla loro costruzione significa opporsi allo sviluppo dell’IA e protestare contro la crescente concentrazione della ricchezza e lo strapotere delle Big Tech.

Queste ultime sono ormai un bersaglio costante dell’elettorato. La rabbia nei loro confronti cresce e la loro comunicazione non fa che alimentare paura e disagio in chi quel mondo non lo conosce da vicino.

I data center ne sono la prova: da questione tecnica, legata a considerazioni ambientali, energetiche e infrastrutturali, sono diventati un simbolo di cui parlano tutti.

Fonte: Wikimedia Commons

La crisi comunicativa delle Big Tech

Oltre alle dinamiche economiche, sociali e politiche, le Big Tech si trovano così coinvolte, ancora una volta, in una crisi di comunicazione. Secondo Stuart McLaughlin, direttore della comunicazione di Google.org, il braccio filantropico dell’azienda di Mountain View, il problema risiede nello storytelling.

Secondo Slate, questa crisi del marketing dei data center ha dato vita a un intero nuovo settore della comunicazione: agenzie di PR che si dicono specializzate nel coinvolgimento delle comunità locali in vista della costruzione di data center.

Per questi ‘esperti’, finora le Big Tech hanno sbagliato completamente la comunicazione.

Il primo errore è stato la mancanza di trasparenza, dettata dal timore della concorrenza. In questo modo le aziende hanno sottovalutato la reazione delle persone comuni davanti a tanta segretezza.

La soluzione è quindi anticipare i problemi, creando un legame con la comunità locale e avviando un dialogo ancora prima di iniziare la costruzione, o anche solo la progettazione, di un data center.

Per riuscirci le Big Tech stanno puntando su diverse strategie, a partire da una maggiore trasparenza.

In New Mexico, per esempio, Google ha lanciato un’iniziativa per ascoltare e rispondere alle domande dei residenti sul funzionamento dei data center, chiedendo loro quali investimenti servirebbero per convivere meglio con queste infrastrutture.

Amazon e Microsoft hanno rinunciato agli accordi di riservatezza con i funzionari locali sui data center e sulla loro costruzione. Lo stesso ha fatto OpenAI, il giorno dopo le midterm.

Per ora queste strategie non sembrano funzionare e le aziende stanno passando alla fase due: mostrare cosa perde una comunità quando un data center viene assegnato a un altro territorio.

La narrazione rivolta alle nuove generazioni

La comunicazione del settore guarda anche ai più giovani, che alle urne per ora non ci vanno ma che gli effetti dell’IA li vivranno molto più a lungo.

Wired, infatti, ha riportato che per migliorare la reputazione dei data center, 7×24 Exchange International, una non profit che produce contenuti educativi sulle ‘infrastrutture critiche della società’, raccomanda alle Big Tech di puntare su studenti e bambini.

L’organizzazione promuove una narrativa precisa: i data center permettono a chiunque di accedere a servizi essenziali.

La tattica non è nuova nel mondo della comunicazione e del marketing, perché le industrie con un problema d’immagine hanno sempre puntato sui giovani in età scolare. Una forma particolare di pubblicità, in cui l’oggetto in vendita è una storia, non un prodotto.

7×24 Exchange International ha anche lanciato l’iniziativa per istituire una ‘Giornata Internazionale dei Data Center’, con l’obiettivo di diffondere la conoscenza della materia e ispirare i giovani talenti. Il progetto prevede che le scuole organizzino gite nei data center, per avvicinare gli studenti al settore e mostrarne i lati positivi più che i difetti.

Anche Amazon sta tentando strategie simili.

A febbraio ha organizzato una gita aperta a tutti i liceali dell’area metropolitana di Washington allo ‘Skills Center’, un hub dedicato a chi è curioso del mondo del cloud computing, dell’IA e del mercato del lavoro del futuro. I data center si raccontano così ai giovani come un’infrastruttura al servizio della società.

Fonte: Wikimedia Commons

Verso il 2028

Le Big Tech stanno facendo di tutto: aprono i data center al pubblico, promettono grandi investimenti nelle comunità locali, pianificano riduzioni del costo dell’energia e in alcuni casi offrono addirittura soldi ai residenti. Nulla, finora, sembra bastare.

OpenAI si prepara intanto alla fase successiva alle midterm con una nuova strategia comunicativa che riguarda l’intero settore dell’IA.

Dato il consenso bipartisan sul tema, però, l’azienda vuole concentrarsi sui data center, puntando su trasparenza e collaborazione. Propone, per esempio, una legge che dia voce ai residenti, a livello locale, sulla progettazione e la costruzione dei data center.

L’azienda fondata da Sam Altman, ha inoltre annunciato di voler ribattezzare i data center dedicati all’IA ‘AI compute campuses’, nella speranza che un rebranding possa cambiare le cose. L’azienda punta infine sul lato economico, con l’intenzione di costruire un data center in Ohio il cui progetto porterà miliardi alle comunità locali e migliaia di posti di lavoro.

Pur partendo dal presente, la strategia di OpenAI guarda alle presidenziali del 2028, come ha dichiarato Chris Lehane, Chief Global Affairs Officer dell’azienda. Secondo Lehane la partita riguarda soprattutto i candidati: data l’importanza economica e tecnologica dei data center, opporsi al loro sviluppo non basterà per vincere.

Servirà dimostrare di avere una strategia per sfruttarne i lati positivi e ridurne quelli negativi. Nel 2028, sempre secondo Lehane, vincerà chi saprà presentarsi come il Lincoln o il FDR dei nostri tempi. Il paragone è eloquente e fa capire quanto le Big Tech stiano vivendo un momento di svolta.

Lincoln è stato il presidente della guerra civile, la prima trasformazione su larga scala del paese. FDR è stato quello del New Deal, che ha creato l’America moderna come la conosciamo oggi. Il 2028 porterà un’America 3.0?

Come ha dichiarato Lehane, e come si poteva intuire dalla campagna per le midterm, i data center saranno tra i temi centrali del 2028, se non il principale. Restano due anni, in cui la comunicazione delle Big Tech dovrà uscire dal pantano in cui si trova.

Sul risultato peserà anche dove e come verranno costruiti i data center nei prossimi due anni. Il gerrymandering è stato un tema onnipresente nel dibattito elettorale dell’ultimo anno. Resta da capire quanto la mappa dei nuovi data center finirà per pesare su quella delle presidenziali, forse più dello stesso disegno dei collegi elettorali.

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Rocco De Carolis
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Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di comunicazione politica e dinamiche digitali dell'informazione. Studia International Security alla Paris School of International Affairs (PSIA) di Sciences Po, dopo la laurea conseguita in Global Humanitarian Studies all'UCL con First Class Honours. Ha conseguito un diploma in Global Security presso l'ISPI e cura il Substack del Council for Countering Online Disinformation. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con attenzione al sistema politico e mediatico angloamericano.