La Democracy Alliance finanzia generosamente i new media

Di il 15 Maggio, 2026
La rete di filantropi, di cui fa parte anche Soros, in vista delle elezioni di mid-term ha deciso di puntare tutto sulla comunicazione social di stampo progressista
Immagine di copertina: l’attuale ripartizione politica degli Stati americani. Immagine generata con ChatGpt.

Esiste una rete di finanziatori di orientamento progressista, che ha deciso di indirizzare le proprie risorse verso una campagna mediatica piuttosto ambiziosa.

È la Democracy Alliance, network di donatori che dalla sua fondazione nel 2005 ha destinato oltre 1 miliardo di dollari a organizzazioni liberali e campagne politiche che possano promuovere un’agenda progressista. Politico l’ha descritto come “il club di donatori liberali più potente del Paese”.

I membri della Democracy Alliance sono tenuti a contribuire con almeno 200.000 dollari all’anno a gruppi selezionati e raccomandati dall’organizzazione e tra i membri più noti del gruppo figurano i miliardari George Soros e Tom Steyer.

Per Pamela Shifman, guida la Democracy Alliance dal 2021, in vista delle elezioni di mid-term è arrivato il momento di rivedere la strategia dell’organizzazione.

Per questo, ha annunciato a Semafor che i fondi verranno orientati verso una strategia mediatica più attenta ai nuovi media.

I democratici sui new media

In totale, la DA ha investito oltre 2 miliardi di dollari in think tank, media outlet e campagne elettorali. Secondo Shifman, le priorità della DA sono state sbagliate: troppa attenzione alla pubblicità a pagamento e alla televisione tradizionale.

La DA ha ottenuto notevoli successi a New York e in California, due luoghi che possono contare su volti mediatici piuttosto forti, come Zorah Mamdani e Gavin Newsom.

Ma ora l’obiettivo è relativo al governo federale, dopo che molti imputano la vittoria del presidente Donald Trump anche alla straordinaria capacità di reach mediatico dei repubblicani, che per primi hanno intuito la potenza di fuoco di media come Substack e i vodcast.

I democratici hanno seguito. Già nel 2024, Kamala Harris si era aperta all’universo social e digitale, ciò che non era possibile attuare con la candidatura di Joe Biden. I risultati sono stati timidi, ma hanno implementato procedure nuove, come il gruppi Rapid Response per il fact-checking: il KamalaHQ animato da giovani operatori, molto abili sui social e in particolare TikTok, sotto i 25 anni.

La campagna era stata segnata anche dall’uso delle “fancams” create con CapCut: video che sancivano la trasformazione della comunità elettorale in fandom, fanbase, da cittadini a follower.

Dopo la sconfitta, i democratici sono andati alla ricerca del proprio Joe Rogan, trovando un canale di supporto nel programma di successo MeidasTouch. 

Lo scenario adesso si presenta promettente per loro, per due ragioni: da un lato l’ascesa dei governatori-influencer come James Talarico – che spesso parla di contenuti presi dalla Bibbia ed è stato ospite proprio di Rogan – e Gavin Newsom, che a differenza di Talarico ha anche un suo podcast.

E dall’altro lato, i canali di informazione di orientamento democratico stanno crescendo in modo esponenziale, ed è anche per questo che Facebook ha scelto di facilitarne la monetizzazione.

Ma i repubblicani godono di un vantaggio iniziale notevole. La strategia dei democratici funzionerà?

La politica è solo comunicazione

Di certo la Democracy Alliance non vuole aspettarsi brutte sorprese alle elezioni di mid-tera, per questo ha raccomandato ai propri donatori, che non sono obbligati a rendere pubblica la loro identità, di sostenere un nuovo fondo mediatico appena creato.

Mentre il mondo si riorganizza pensando di non poter più contare sulla democrazia statunitense, a partire ad esempio dalla proposta del governatore danese di creare un’alleanza D7 di democrazie che non contempli l’America di Trump, la cittadinanza americana si sta orientando da un Maga a un Make America Healthy Again.

Quello che Shifman ha capito è cruciale: non è una questione di convinzioni politiche, ma di abitudini e stili di vita, come riporta anche il rapporto di Cambridge e Harvard sul ruolo degli influencer non politici nell’alimentare l’universo repubblicano.

Bisogna prima costruire relazioni attraverso cultura e comunità, e dopo arriva il coinvolgimento politico: per questo bisogna incontrare i giovani lì dove sono, sia online che dal vivo, ha detto Shifman.

Tra i partecipanti al ritiro in New Mexico, che ha sostenuto questa strategia, c’è anche Tara McGowan, che nel 2019 ha fondato Courier Newsroom, ormai vicina ai 10 milioni di iscritti. Una presenza importante nell’avallare la proposta della presidente, soprattutto di fronte a filantropi liberali che ancora pensano le campagne elettorali in senso tradizionale.

Eppure, anche se i criteri del marketing politico dei primi anni 2000 per certi versi sono invecchiati male, teorici del calibro di Giovanni Sartori hanno individuato la strada per la comprensione del ruolo della comunicazione nei sistemi politici contemporanei. L’approccio deve essere appunto sistemico: accanto all’innovazione tecnologica, ve ne sono di sociali e di costume, che vanno di pari passo all’evoluzione del ruolo dei partiti e della governance.

Una newsroom dominata da smartphone. Immagine creata con Magnific.

L’informazione è una questione di classe

Gli americani devono fare i conti con la complessità del proprio territorio, e non ci sono ricette valide per tutti i paesi.

Negli Stati Uniti, nonostante il forte investimento in media literacy, il dibattito pubblico è altamente polarizzato, e la fiducia nei canali mediatici tradizionali sta scendendo più rapidamente che in Italia, a favore invece del legame con content creator e influencer.

Quello che resta evidente è che la dieta mediatica di questi filantropi è molto diversa da quella delle nuove generazioni, ma quello di cui forse non si parla abbastanza è che la differenza non è solo generazionale, ma anche sociale e di classe.

L’informazione social non è necessariamente democratica solo perché arriva a tutte e tutti: si tratta piuttosto di fornire strumenti di discernimento e comprensione autonoma dei fatti, per formulare un’opinione ragionevole e pienamente individuale.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.