Immagine: Il sindaco di New York, Zohran Mamdani. Fonte: Wikimedia Commons
Da quando è entrato in carica, il sindaco Zohran Mamdani ha trasformato il modo in cui il Municipio di New York comunica con i cittadini, costruendo una fitta rete di content creator che oggi conta oltre 200 persone.
Al centro di questa operazione c’è Emilia Rowland, direttrice della comunicazione digitale e culturale del sindaco. Rowland considera il dialogo con gli influencer una priorità superiore rispetto ai rapporti con la stampa tradizionale.
Ma questa strategia si inserisce in un dibattito più ampio sui confini tra comunicazione politica e comunicazione istituzionale.
Quand’è che si rischia di scivolare nella propaganda politica? E i costi di queste campagne di promozione a favore di chi governa, dovrebbero ricadere sulle spalle dei cittadini?
Un tema attuale, fortemente presente anche nella gestione dei canali social governativi della seconda amministrazione Trump, destinato probabilmente ad allargarsi ben oltre i confini degli Stati Uniti.
Dalla campagna elettorale al Municipio
La rete di influencer che seguono il sindaco Mamdani non nasce dal nulla. Il gruppo, che secondo un recente articolo del New York Times, conta più di 200 creator, si è evoluto da “Creators4Zohran”, l’organizzazione che aveva sostenuto la campagna elettorale di ‘Zohran’.
Come avevamo già scritto qui, la comunicazione di Mamdani è sempre stata attenta alle novità rappresentate dai new media. Invece di rivolgersi al mondo del giornalismo tradizionale, il neosindaco di NY aveva lanciato una campagna elettorale sui profili di influencer di vario genere.
Dai comici newyorkesi alle influencer più celebri per consigli di lifestyle o sport in città, numerosi profili legati alla promozione della città di NY avevano espresso il proprio sostegno a favore del candidato sindaco.
Rowland aveva quindi già sperimentato questo approccio durante la corsa elettorale del sindaco, contattando direttamente gli influencer e chiedendo loro di produrre contenuti sul candidato in cambio di un accesso privilegiato al suo lavoro.
Quando Rowland è entrata a far parte del personale del Municipio insieme a Mamdani, ha portato con sé lo stesso metodo. Con la differenza che ora a finanziarlo sono i fondi pubblici. Un fattore criticato da alcuni giornalisti e che apre un dibattito che va ben al di là del caso specifico.
Il gruppo, ribattezzato “NYC Creators Announcements”, opera su Signal, un’app di messaggistica criptata. Secondo quanto ricostruito da diverse testate, i membri ricevono aggiornamenti quotidiani, punti di discussione e materiale video da riutilizzare nei propri post, oltre a inviti a eventi e opportunità di intervistare funzionari cittadini.
Un meccanismo che ricorda da vicino le tradizionali liste stampa usate dagli uffici comunicazione, ma di natura digitale.

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani. Fonte: Shutterstock
Il caso McKinsey
Un episodio citato dal New York Times, come esempio del funzionamento della macchina social del sindaco, è la cancellazione del contratto da 9 milioni di dollari con McKinsey, annunciata a marzo.
In quell’occasione, secondo la ricostruzione giornalistica, il team di Rowland avrebbe inviato agli influencer indicazioni precise su come presentare la notizia, invitandoli a sottolineare il contrasto con gli sprechi dell’amministrazione precedente.
Diversi creator hanno poi pubblicato contenuti che riprendevano proprio quei toni ed espressioni.
Un’analisi basata sull’intelligenza artificiale su oltre un’ottantina di video Instagram legati all’amministrazione ha rilevato che la stragrande maggioranza aveva un tono nettamente positivo verso il sindaco Mamdani.
Pagamenti: sì, no, forse
Il punto più delicato riguarda però l’uso del denaro pubblico. Il Municipio nega di pagare gli influencer per i contenuti prodotti.
Tuttavia, diverse agenzie cittadine stipulano contratti separati con influencer per campagne specifiche su temi come voto, sanità, immigrazione e diritto alla casa.
Un dettaglio che alimenta i sospetti di chi vede nell’operazione un uso improprio di fondi pubblici per costruire consenso politico.
Non tutti condividono naturalmente questa lettura. Alcuni creator coinvolti, come l’influencer Jose Vilson, sostengono di partecipare gratuitamente perché ritengono la diffusione di informazioni civiche un servizio alla comunità, e respingono l’idea di essere semplicemente “megafoni” del sindaco.
Le reazioni
La vicenda ha dato il via ad un dibattito acceso. Da una parte, critici e commentatori conservatori parlano apertamente di propaganda finanziata dai contribuenti.
Dall’altra, alcuni tra gli stessi influencer citati nell’inchiesta hanno contestato pubblicamente la loro rappresentazione, sostenendo di essere stati coinvolti in modo fuorviante senza nessun legame diretto di pagamento.
Il New York City Council ha intanto annunciato un’audizione, fissata per il 22 settembre, per fare chiarezza sulla gestione dei contenuti e sulla conservazione (o cancellazione) dei messaggi scambiati nel gruppo.

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani. Fonte: Wikimedia Commons
Tra caffè e softball socialisti
Ma il coinvolgimento dei cittadini non passa solo per i social.
Tra le novità con cui i socialisti americani intendono avvicinarsi alle persone, ci sono anche iniziative come i “Coffee with Comrades” (caffè tra compagni), le partite di “socialist softball” in parchi come Queensbridge Park, dove ci si scambiano i guantoni da baseball, i picnic a tema (ad esempio uno “desi, afro e latino” a Forest Park, Woodhaven), grigliate e giornate al mare, gruppi di corsa, aperitivi, karaoke, serate di ballo, gruppi di lettura e circoli di studio marxisti.
Secondo il Wall Street Journal le sezioni locali dei Democratic Socialists of America (DSA) stanno usando un fitto calendario di eventi sociali informali per avvicinare persone curiose e trasformarle in militanti attivi.
È persino stato organizzato un evento di “Socialist Speed Dating” nel Lower East Side di New York, con un volantino che denunciava come persino la vita sentimentale, nell’ultimo stadio del capitalismo, sia ormai “controllata da aziende orientate al profitto”.
A Brooklyn è stata lanciata una “Red Card” che premia chi compie sei azioni militanti in 90 giorni. Un iscritto di lunga data, David Duhalde, ha spiegato al Wall Street Journal che il DSA ha finito per occupare uno spazio sociale lì dove era stato lasciato vuoto dal ritiro della società civile tradizionale nel privato individuale.
Soprattutto per una generazione che cerca sempre più connessioni reali dopo l’isolamento della pandemia, le iniziative del DSA hanno la funzione che aveva una volta la chiesa, “un modo per le persone di stare insieme”.
Tra connessioni reali e virtuali, insomma, la rete dei socialisti newyorkesi sembra star prendendo piede. Vedremo se il modello attecchirà anche in Europa.




