La libertà di stampa resta un terreno comune per i media americani

Di il 23 Settembre, 2026
James_Brady_Press_Briefing_Room_2007 foto Wikimedia
L'esclusione di CNN, MS NOW e Politico dalla Casa Bianca ha compattato un sistema mediatico diviso, da Fox News al New York Times
Immagine di copertina: La sala stampa James Brady della Casa Bianca, nel 2007. Fonte: Wikimedia Commons

Venerdì 18 settembre il presidente Donald Trump ha annunciato su Truth l’esclusione di CNN, MS NOW e Politico dalla Casa Bianca, con effetto immediato.

Sembra che il presidente abbia deciso di bandirli dopo che la sua assistente Natalie Harp gli ha sottoposto i loro servizi, nei quali venivano mossi rilievi sul prezzo della benzina e sulla guerra in Iran in vista del voto di midterm.

Nelle prime ore la notizia è passata quasi inosservata.

La CNN, Politico, testata di Axel Springer, e MS NOW, l’ormai ex MSNBC, non hanno risposto subito e i loro giornalisti hanno lavorato come sempre, senza conseguenze pratiche.

Sabato mattina però, quando i corrispondenti delle tre testate si sono presentati ai cancelli della Casa Bianca e la sicurezza gli ha negato l’accesso, la situazione è cambiata.

Da quel momento il caso si è allargato rapidamente, conquistando l’attenzione dei media nazionali e internazionali e scatenando polemiche e preoccupazioni.

L’annuncio e le prime reazioni

L’annuncio del presidente è stato netto.

Con effetto immediato, i giornalisti delle tre testate non avrebbero più potuto seguire le sue apparizioni alla Casa Bianca né partecipare alle conferenze nella sala stampa.

Trump ha bollato i tre media come “Fake News”. Ha poi sostenuto che MSNBC abbia dovuto cambiare nome perché aveva perso credibilità e che Politico esista solo grazie a quella che ha definito una tangente pagata dall’amministrazione Biden.

Per giustificare la decisione, il presidente ha scritto che i media non dovrebbero pubblicare bugie e finzioni. Le tre testate, ha aggiunto, devono servire da esempio: altre seguiranno la stessa strada se continueranno a diffondere fake news.

Sabato la CNN ha confermato che i propri giornalisti erano stati bloccati all’ingresso.

Nella stessa dichiarazione, l’emittente ha ricordato che la Costituzione impedisce al governo di interferire con gli organi di stampa e ha definito l’azione di Trump un assalto alla libertà di informazione.

Dichiarazioni simili sono arrivate da Politico e MS NOW.

In seguito, diverse organizzazioni per la libertà di stampa hanno denunciato la decisione come incostituzionale.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shutterstock

La sicurezza nazionale come scudo

Lunedì mattina, all’apertura dei tribunali, le tre testate hanno fatto causa all’amministrazione, basando la mozione sul Primo Emendamento della Costituzione, che tutela la libertà di stampa.

Trump ha risposto che la sua decisione non viola la Costituzione, perché presa in difesa della sicurezza nazionale. Secondo il presidente, infatti, le fake news rappresentano una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti.

Come sottolineato da Axios, non è la prima volta che Trump invoca la sicurezza nazionale per difendere le proprie decisioni, dalla Groenlandia alla costruzione della sala da ballo della Casa Bianca.

Anche il Pentagono vi aveva fatto ricorso per limitare l’accesso dei giornalisti, e negli ultimi mesi le tensioni con la stampa si sono estese a diversi dipartimenti.

Secondo un’inchiesta di Semafor, poche settimane prima del bando contro Politico, CNN e MS NOW, il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva negato le credenziali ad alcuni giornalisti di Bloomberg, Wall Street Journal e New York Times per il G20 finanziario di Asheville, in North Carolina.

Questa volta, però, la giustificazione fatica a reggere.

Trump ha indicato tra i problemi principali il fatto che le testate colpite pubblichino notizie senza rivelare le proprie fonti. È un argomento che rischia però di trasformare una pratica consolidata del giornalismo, la tutela delle fonti, in una questione di sicurezza nazionale.

Il confine tra accesso e censura

Accanto alla linea del presidente, l’amministrazione ha costruito un argomento giuridico più preciso.

Secondo la Casa Bianca, il divieto di interferire con la stampa lascia comunque al governo la facoltà di escludere determinati attori da spazi specifici.

In altre parole, CNN, Politico e MS NOW restano libere di pubblicare ciò che vogliono. Perdono soltanto l’accesso a luoghi considerati sensibili.

Il vicepresidente JD Vance ha rilanciato questa lettura durante un comizio repubblicano in North Carolina, trasmesso da PBS.

Le tre testate, ha spiegato, possono continuare a lavorare senza ostacoli e hanno semplicemente perso “l’accesso speciale” di cui godevano.

Per Jameel Jaffer, direttore esecutivo del Knight First Amendment Institute della Columbia University, la posizione non regge dal punto di vista giuridico. Il principio vale in astratto, ha spiegato ad Axios, ma non si applica agli spazi già aperti alla stampa.

Una volta aperto uno spazio ai giornalisti, l’amministrazione può escludere tutte le testate o nessuna. Scegliere caso per caso significa punirle per ciò che pubblicano.

Blackout televisivo

Mentre le tre testate depositavano la causa, Trump ha inaugurato il nuovo eliporto della Casa Bianca, poche ore prima di partire per l’Assemblea generale dell’ONU.

L’evento è stato trasmesso in video, ma senza un audio comprensibile.

Il pool televisivo della Casa Bianca è un consorzio di cinque network che si alternano a rotazione. Ogni giorno uno di loro fornisce operatore, tecnico audio e producer, e condivide immagini e sonoro con il resto dei media.

Lunedì il turno spettava alla CNN, che avrebbe dovuto seguire Trump anche a New York. Domenica sera, però, il programma diffuso dalla Casa Bianca non indicava alcun network come pool televisivo principale.

L’amministrazione ha ripiegato sulle proprie telecamere. I network hanno deciso di non trasmettere le immagini, e senza i microfoni del pool le parole del presidente si sono perse nel rumore dell’elicottero parcheggiato poco lontano.

Anche i fotografi si sono uniti alla protesta: New York Times, Associated Press, Reuters, AFP e Getty Images, di turno nel pool fotografico, non hanno distribuito le immagini degli eventi di lunedì.

Fonte: Wikimedia Commons

La televisione della Casa Bianca

La Casa Bianca ha risposto al blackout televisivo lanciando Trump TV, una diretta continua sul proprio canale YouTube che trasmette annunci e apparizioni del presidente, passati e presenti.

Per la comunicazione istituzionale americana è una svolta radicale. Nessun palinsesto, nessun programma, nessuna mediazione giornalistica tra il presidente e il pubblico.

Il governatore della California Gavin Newsom ha scritto su X che si tratta letteralmente di una televisione di Stato, definendo l’iniziativa un comportamento autocratico, come riporta il Guardian.

Time ha sottolineato come l’annuncio fosse nell’aria. Domenica infatti, ospite di Fox News, Weijia Jiang, corrispondente della CBS ed ex presidente della White House Correspondents’ Association, aveva dichiarato che l’America non può avere una TV di Stato.

Senza osservatori indipendenti, ha spiegato, i cittadini vedono solo ciò che il governo vuole mostrare.

Solidarietà mediatica

Dalla vicenda è emerso anche un segnale incoraggiante.

Come ha riportato Sara Fischer su Axios, i cinque network del pool, ABC, CBS, NBC, Fox News e CNN, hanno firmato un comunicato congiunto in solidarietà con le testate escluse. Nessuna amministrazione, si legge, dovrebbe colpire un media perché ne contesta il lavoro.

Colpisce soprattutto l’adesione di Fox News e della CBS, considerate vicine all’amministrazione. A comunicare la sospensione del pool è stato Bryan Boughton, capo della redazione di Washington di Fox News e presidente di turno del consorzio.

La solidarietà del pool ha radici lontane.

Nel 2009 i principali network si erano rifiutati di partecipare a un’intervista organizzata dall’amministrazione Obama da cui era stata esclusa Fox News, costringendo la Casa Bianca a fare marcia indietro.

Erano però altri tempi: le differenze politiche tra le emittenti esistevano già, ma la polarizzazione era lontana dai livelli attuali.

Che la scena si sia ripetuta nel 2026 dimostra che, nonostante le divisioni politiche, la stampa americana conserva forza e indipendenza.

Le reti hanno anche confermato che la CNN non verrà sostituita nel suo ruolo. Fino a nuovo ordine, gli eventi del presidente resteranno senza copertura video indipendente.

Con la fiducia nei media ai minimi storici, è un segnale da non sottovalutare.

In una vicenda che mette mostra molte fragilità della politica americana, la risposta dei network ricorda che i principi su cui si fonda il Paese hanno ancora radici forti e chi è disposto a difenderle, oltre alle divisioni.

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Rocco De Carolis
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Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di guerra ibrida, comunicazione politica e dinamiche digitali dell’informazione. Studente di Global Humanitarian Studies presso UCL, ha una formazione in sicurezza internazionale e geopolitica, consolidata con un Diploma in Global Security presso ISPI. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina e coordina programmi di mentoring nel Regno Unito per United Italian Societies. Scrive di disinformazione, propaganda, interferenze straniere, comunicazione politica e attivismo sui media digitali. È interessato alle fratture del presente: conflitti, potere, narrazioni e alle loro conseguenze sociali. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con un’attenzione specifica al sistema politico e mediatico anglo-americano.