Chi sono gli attori dietro i monologhi politici che dominano YouTube

Di il 10 Settembre, 2026
Nel mondo dei creator sta crescendo un sistema ibrido che usa volti reali per rendere credibili contenuti sintetici, ingannando l'algoritmo senza perdere l'efficienza dell'intelligenza artificiale
Fonte immagine di copertina: Flickr

Dall’inizio del 2026, su YouTube, sono sempre più popolari i video che commentano avvenimenti politici. Un fenomeno esploso durante l’estate, che si presenta sotto forma di monologhi su eventi precisi, spesso ignorati dai media tradizionali, recitati da un commentatore politico.

Spesso questi monologhi sono indirizzati a personaggi politici, e il bersaglio principale sono figure di spicco del Partito Democratico, come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, il sindaco di New York Zohran Mamdani e il governatore della California Gavin Newsom.

Ogni video segue la stessa struttura: inizia con un aneddoto, si concentra su una figura o uno stato specifico, utilizza formule fisse e ripercorre gli eventi in ordine cronologico, citando le date.

Il risultato è un prodotto quasi meccanico.

Dietro questo meccanismo, però, sorprende soprattutto chi lo mette in scena. I presentatori non sono figure note, e non hanno alle spalle grandi redazioni o una storia editoriale consolidata.

Eppure riescono a produrre un numero impressionante di video in tempi brevissimi, portandoli quasi sempre a diventare virali.

Il caso Newsom

Semafor ha iniziato a seguire la vicenda a inizio agosto, quando ha pubblicato un’inchiesta su una serie di video generati dall’intelligenza artificiale che prendevano di mira lo stato della California e il governatore Newsom.

Per lo staff del governatore democratico, questi contenuti sono solo un’anticipazione di quanto la tecnologia potrà fare nelle prossime elezioni, dalle midterm alle presidenziali del 2028.

Secondo quanto riportato dall’inchiesta di Semafor, molti di questi video sono stati rimossi da YouTube, che ha collaborato a stretto contatto con lo staff di Newsom.

Infatti, la piattaforma di Google ha da poco introdotto una nuova policy secondo cui non possono comparire video con volti o voci di personaggi pubblici generati dall’intelligenza artificiale.

Lo staff di Newsom ha comunque dichiarato che, nonostante la collaborazione di YouTube, il fenomeno diventerà sempre più problematico se le piattaforme non interverranno per cambiare il funzionamento dei propri algoritmi.

Dagli avatar agli attori pagati

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Semafor ha continuato a monitorare la situazione.

Molti canali e contenuti di questo tipo sono stati rimossi, ma altri hanno continuato ad andare virali, presentati però da avatar troppo realistici per essere generati dall’intelligenza artificiale.

I canali ancora attivi erano infatti passati a contenuti ibridi, con testi scritti dall’intelligenza artificiale ma presentati da persone reali.

L’indagine di Semafor si è concentrata in particolare su due di questi canali, New York Reports e Omar Reacts.

Gli account non risultano ufficialmente collegati tra loro, eppure utilizzano le stesse formule, le stesse musiche di sottofondo e trattano spesso gli stessi argomenti.

Entrambi seguivano le caratteristiche dei video sintetici al centro dell’inchiesta di agosto, ma erano presentati da attori pagati. Il copione seguito, i monologhi poco spontanei e l’assenza di un tono personale hanno permesso di riconoscerli come tali.

Questi contenuti si presentano come commento politico, ma non seguono gli standard che seguirebbe un giornalista o un commentatore attivo sui social. Rispondono piuttosto a regole precise, pensate per ingannare l’algoritmo e rendere virali contenuti spesso falsi o distanti dalle notizie reali.

Il business dietro i Ghost Creator

I numeri generati da questi canali sono impressionanti: la rete individuata da Semafor ha superato i 45 milioni di visualizzazioni e i 90mila commenti su YouTube.

Questi dati segnalano che questo business sta crescendo al punto da poter competere con il settore pubblicitario tradizionale.

Dietro queste operazioni, almeno per ora, non risultano menti politiche né operazioni di interferenza straniera. Alla base c’è semplicemente la ricerca della viralità e di un guadagno facile.

Tra le società coinvolte c’è l’agenzia di marketing Virelox, fondata da Caleb Chan, che in precedenza aveva creato il canale YouTube Casgains Academy, dedicato a notizie finanziarie e consigli sugli investimenti in borsa.

Con il tempo, ha capito che il proprio business non era il canale in sé, ma aiutare altre persone a diventare virali. Ha così fondato Virelox, una società che aiuta i creator a scalare le classifiche e a promuovere i propri contenuti.

Ha poi annunciato di aver sviluppato un nuovo tipo di contenuto, a metà tra il sintetico, creato dall’intelligenza artificiale, e l’organico, perché presentato da esseri umani.

In seguito ha rivelato pubblicamente, sul proprio canale X, la ragione dietro questa scelta: diventare virali risulta più facile ingannando l’algoritmo di YouTube con storie inventate o esagerate spacciate per breaking news, piuttosto che investendo in contenuti di qualità.

In pratica, il valore economico si concentra nel meccanismo che rende virale un video, più che nel contenuto informativo che racconta.

Gavin Newsom. Fonte: Wikimedia Commons

Dalla reputazione personale all’algoritmo puro

Il fenomeno dei Ghost Creator, questo il nome utilizzato nell’inchiesta di Semafor,  si comprende solo guardando all’evoluzione dei social media.

In origine, con la nascita di Facebook, i social servivano a connettersi con un circolo chiuso di persone, un gruppo di amici o utenti con interessi comuni.

Con Instagram e Twitter sono poi nati gli influencer, seguiti dal pubblico in base alla reputazione costruita e alla qualità dei loro contenuti.

TikTok, infine, ha cambiato il paradigma, puntando su video brevi e accattivanti, capaci di catturare l’attenzione senza stancare l’utente e di spingerlo a continuare a scorrere il feed.

Allo stesso tempo, gli algoritmi si sono evoluti nella stessa direzione, massimizzando sempre di più il tempo di permanenza degli utenti.

Questo spiega perché i Ghost Creator, pur senza essere conosciuti e senza una reputazione consolidata, riescano ad andare virali e raccogliere milioni di visualizzazioni.

I Ghost Creator offrono inoltre una flessibilità editoriale che gli influencer tradizionali non possono garantire. Il loro prodotto non è legato alla loro storia personale, alla loro identità o alla loro reputazione, e per questo possono seguire senza deviazioni i copioni e le indicazioni fornite da chi commissiona i contenuti.

Il caso racconta così qualcosa di più ampio sul consumo di informazione attraverso i feed algoritmici.

Il pubblico non ha più bisogno di un volto noto, e consuma contenuti prodotti anche da persone sconosciute, purché riconoscibili attraverso altri parametri, come visualizzazioni e commenti.

Il fenomeno dipende dagli algoritmi delle piattaforme e dalla loro scarsa capacità di intervento, ma anche da un pubblico che si è ormai arreso al ‘doomscrolling’.

Con questi algoritmi, il numero di follower conta sempre meno, mentre diventa decisivo massimizzare le interazioni, senza distinguere tra reazioni positive e negative.

In questo modo, il valore di un contenuto si misura dalla sua capacità di essere visto e condiviso, indipendentemente dalle sua qualità.

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Rocco De Carolis
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Rocco De Carolis è contributor per Mediatrends, dove scrive di guerra ibrida, comunicazione politica e dinamiche digitali dell’informazione. Studente di Global Humanitarian Studies presso UCL, ha una formazione in sicurezza internazionale e geopolitica, consolidata con un Diploma in Global Security presso ISPI. Ha partecipato a missioni umanitarie in America Latina e coordina programmi di mentoring nel Regno Unito per United Italian Societies. Scrive di disinformazione, propaganda, interferenze straniere, comunicazione politica e attivismo sui media digitali. È interessato alle fratture del presente: conflitti, potere, narrazioni e alle loro conseguenze sociali. Studia in particolare il ruolo dei dati e della comunicazione nei processi politici, con un’attenzione specifica al sistema politico e mediatico anglo-americano.