Meta sa sempre come salvare il suo business. Meno la sua reputazione

Di il 08 Settembre, 2026
L’accordo con gli Stati americani per chiudere il processo sui minori preserva le attività dell’azienda senza troppo scossoni. Ma recuperare la fiducia delle persone è un altro paio di maniche
Immagine di copertina: Mark Zuckerberg. Fonte: Shutterstock

Immaginate che nella prossima assemblea del condominio in cui abitate si discuta dell’opportunità che alcuni residenti, tra cui voi, possiate continuare a parcheggiare in cortile.

Questo perché l’andirivieni delle auto mette a repentaglio la sicurezza dei bambini che giocano. I proprietari dei posteggi resistono. Quel posto serve, non potete lasciare la vettura per strada. Le altre famiglie insistono. È un muro contro muro.

Alla fine, mentre la discussione si incendia, voi fate una proposta. Siete disponibili a negoziare: niente auto in cortile nelle ore in cui i bambini giocano, catene e delimitazioni per i posteggi e un risarcimento risicato al condominio per il pericolo contestato.

Soldi che possono diventare di più, se anche gli altri proprietari dei parcheggi accettano di rispettare le stesse regole e di versare la loro quota. Certo, la tregua ha un costo. Ma preferite pagare una cifra sicura anziché comprare un nuovo box.

Fuor di metafora, e con le dovute proporzioni, è la stessa mossa con cui Meta ha bloccato sul nascere la causa intentata negli Stati Uniti in cui era accusata di aver progettato le sue piattaforme per provocare dipendenza nei più giovani.

Il colosso di Menlo Park aveva contro 47 tra Stati e territori americani, un’opinione pubblica sempre più avversa ai social network e un lungo processo che, se fosse riuscito a dimostrare in aula l’effetto di addiction che già psicologi, pediatri ed esperti gli addebitano, avrebbe messo Mark Zuckerberg con le spalle al muro, costringendolo a modificare pesantemente i meccanismi interni ed esponendolo a class action di famiglie inferocite.

Così, in otto giorni, Meta ha chiuso la causa. Ha offerto alcune modifiche al funzionamento delle sue piattaforme per salvaguardare i più giovani, ha accettato di pagare una multa che fa titolo (fino a 16,7 miliardi di dollari) ma fa il solletico ai suoi bilanci e, soprattutto, ha incastrato i concorrenti che più avrebbero beneficiato di Facebook e Instagram meno ospitali per i giovanissimi, ossia YouTube, TikTok e Snapchat.

E il tutto senza ammettere in nessuna delle pagine dell’accordo un grammo degli addebiti denunciati dai procuratori. Dal punto di vista legale, è una mossa da scacchista navigato che mette Meta al riparo con un arrocco tempestivo. Dal punto di vista della comunicazione, invece, è un’operazione riuscita a metà.

Fonte: Wikimedia Commons

Il processo e l’accordo

Partiamo dai fatti. Il 18 agosto si apre a Oakland il processo avviato da California, Colorado, Kentucky e New Jersey contro Meta.

L’accusa è dritta: le piattaforme del gruppo sono congegnate per rendere i minori dipendenti. Tra le ultime testimonianze prima dell’accordo, il 25 agosto, c’è quella di Adam Mosseri, il capo di Instagram, che ammette davanti alla corte che uno degli strumenti pensati per limitare il tempo speso dai più giovani (Prenditi una pausa, introdotto nel 2021) era stato adottato appena dall’1,8% degli utenti.

Il calendario delle udienze includeva altri top manager di Menlo Park ma nessuno di loro si è mai presentato in aula. Non è stato necessario, perché l’iter giudiziario si è fermato prima.

Il 26 agosto la casa madre di Instagram, Facebook e Whatsapp annuncia l’accordo con le controparti, attraverso il quale si chiudono anche altre cause tra cui strascichi della vicenda Cambridge Analytica (la società che sfruttò la profilazione degli utenti a fini politici nel 2016).

Sul piatto c’è l’impegno ad alzare l’asticella delle protezioni per i minori e a versare fino a 16,7 miliardi di dollari. La rivista Fortune ha stimato che sia una cifra dodici volte superiore al più costoso accordo sulla privacy siglato dal big tech negli ultimi quattro anni negli Stati Uniti.

Meta, però, ha fatto bene i conti. I 16,7 miliardi promessi sono ben al di sotto dei 200 ventilati dai procuratori di Stato. Sono spalmati su dieci anni, quindi incidono marginalmente sui ricavi. Solo lo scorso trimestre l’azienda ha iscritto a bilancio profitti per 15,8 miliardi. Infine, non tutti sono dovuti.

Circa un terzo, 5,3 miliardi, verranno conferiti solo se anche TikTok, YouTube e Snapchat adotteranno le stesse misure precauzionali e a loro volta pagheranno 5 miliardi di risarcimento. Meta, insomma, ha fissato il prezzo della conformità alle regole: 5 miliardi a testa e pace è fatta.

Per nessuna azienda è una cifra stratosferica. Anzi, a un costo relativamente ragionevole ciascuna si smarca dal rischio che un domani i procuratori spostino i riflettori da Menlo Park ad altri quartier generali. Evitare un processo (e una potenziale condanna) evita di creare un precedente, di affilare le armi delle class action e di generare incertezza per gli investitori. Gli azionisti, invece, ora sanno a quanto ammonti la riserva che le aziende devono accantonare per evitare l’aula di tribunale.

Il New York Times ha titolato che “Mark Zuckerberg vuole essere sicuro che i suoi concorrenti condividano il suo dolore”. Tra gli impegni firmati è compreso anche il blocco alla monetizzazione pubblicitaria dei minorenni. È la più costosa in termini di business tra le promesse concordate, come presto vedremo, e Meta ha voluto cautelarsi da un esodo degli inserzionisti verso i lidi dove sono approdati i più giovani.

Se le altre piattaforme non accettano le condizioni di Menlo Park, continuando a monetizzare i minori, rischiano il processo e il precedente. Se invece accettano (e i procuratori hanno tutto l’interesse affinché firmino l’intesa), rinunciano anch’esse a quella fetta di pubblico e il terreno di gioco è livellato. Meta ha anche comprato una pagina di giornale e pubblicato online una lettera aperta ai rivali perché si uniscano. Al momento nessuno ha scoperto le carte.

Fonte: Freepick

Gli altri limiti

Oltre a contanti e demonetizzazione dei minori, Meta ha comunicato nuove limitazioni per i minori. La prima è la verifica dell’età. Entro un anno Meta deve dotarsi di uno strumento per identificare gli under 13, distinguerli dai teenager e bloccare chi aggira i controlli.

Al momento le app per verificare l’età dei minori fanno molti errori e spesso distinguere una persona di 15 anni da una 16 è impossibile. Tant’è che in Australia il blocco di accesso dei giovanissimi ai social network non funziona e la minaccia di multe più salate alle piattaforme non porterà benefici.

Niente lascia pensare che Meta ci riesca, a meno di non raccogliere molti più dati su tutti gli utenti iscritti e arrivare a richiedere i documenti di identità. Quindi prepariamoci tutti a più controlli e più informazioni. Sempre entro il prossimo anno la società tratterà chiunque si iscriva come un minore: se entro due settimane non dimostra la sua età, la piattaforma adotterà le impostazioni per teenager.

Il secondo blocco di limitazioni si applica al tempo speso. Per i minori Meta introdurrà una modalità notturna che blocca le notifiche da mezzanotte alle sei, salvo quelle di emergenza. Se anche YouTube, Snapchat e TikTok accetteranno le stesse condizioni, Menlo Park estenderà il blocco dalle 22 alle 7. Una seconda funzione silenzia i social a scuola, tra le 8 e le 15 da lunedì a venerdì.

Infine per ciascuna piattaforma i minori avranno un tetto d’uso giornaliero di due ore. Anche in questo caso, se salgono a bordo i concorrenti, Meta si impegna ad abbassare il limite a un’ora.

In aggiunta alle ore di pausa, la casa madre di Facebook e Instagram attiverà una notifica che invita a fare una pausa dopo i primi 15 minuti di uso non-stop, con un messaggio che suggerisce di fare altro. Se il teenager lo ignora, dopo 60 minuti scatta una seconda notifica. Dopo un’ora e mezza arriva il terzo avviso, che congela per pochi secondi le attività online.

Menlo Park ha anche sottoscritto l’impegno a disattivare, nel caso di utenti minorenni, la visibilità del numero di like e delle reazioni, a vietare l’uso di filtri che simulano interventi di chirurgia estetica e a ridurre l’esposizione a contenuti che possono rappresentare un pericolo (autolesionismo, disturbi alimentari, violenza, sesso) o che possono generare problemi (post su peso, estetica, forma fisica), bloccando la spinta che l’algoritmo dà a un contenuto o a un argomento quando è molto dibattuto nella propria cerchia di contatti.

Un altro freno agirà sul rischio di entrare in contatto con adulti profilati come sospetti (per esempio, quelli che chiedono di frequente contatti e chat con minori che non conoscono). Meta limiterà questa possibilità e invierà ai genitori segnalazioni in caso di situazioni pericolose.

Peraltro, dopo la sospensione della crittografia end-to-end (ossia quel processo di comunicazione che cifra il contenuto di un messaggio in modo che solo mittente e destinatario possano decifrarlo, impedendo che un terzo possa leggerlo), dall’8 maggio Meta ha accesso ai messaggi privati su Instagram. I genitori avranno anche strumenti per sapere quanto tempo spendono i figli online, quali adulti li hanno contattati e se hanno fatto ricerche sensibili.

Infine, Meta nominerà, di concerto con gli Stati, un revisore indipendente che monitori per cinque anni l’attuazione di tutti questi impegni e sarà tenuta a rendere pubblici alcuni dati sui progressi nella gestione dei contatti dei minori. Una mossa sulla scia del database di informazioni sulle modalità di moderazione che la stessa Unione Europea ha già messo in piedi attraverso il suo Digital services act (Dsa).

Zuckerberg Free foto FMT

Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta. Fonte: FMT

Le conseguenze

Dal punto di vista aziendale, il colosso dei social esce indenne da questo processo, con impegni che sa di poter mettere in pratica abbastanza facilmente sia negli Stati Uniti sia negli altri paesi che glieli chiederanno (come hanno già dato a intendere Corea del Sud e Irlanda).

Peraltro, modificare l’app adottando le restrizioni a livello globale converrebbe, evitando di dover far convivere due versioni e troncando sul nascere problemi legali connessi alla differente localizzazione dell’utenza. Inoltre, forte di questa lista di limitazioni può sedersi al tavolo della politica per ammorbidire i divieti di accesso ai social dei più giovani (finora poco efficaci) proponendo invece la sua soluzione.

In Europa, dove la Commissione ha il problema di trovare una formulazione comune che accontenti tutti i 27 (che sul tema hanno opinioni distanti) e che non aggravi ulteriormente la sua nomea di fucina di leggi, i lobbisti di Mark Zuckerberg potrebbero avere vita facile a infilarsi nelle crepe del fronte divieto e provare a far passare la loro formula. Infine, avendo sguinzagliato alle calcagna dei suoi concorrenti i procuratori di Stato, ha tutto l’interesse ad accelerare affinché a cascata anche le altre piattaforme si adeguino alle sue concessioni e sminino il rischio di un blocco più esteso.

E in questo modo Meta si para dal problema più grosso, ossia rinunciare alla quota di investimenti pubblicitari legata al pubblico dei giovanissimi.

Se guardiamo al portafogli, Meta ha imposto ancora una volta la sua agenda. In particolare lo strumento di verifica dell’età richiederà di raccogliere molti più dati a compensazione di quelli che si impegna a perdere dai giovanissimi. Dal punto di vista comunicativo, invece, l’operazione è riuscita a metà. L’azienda non ha guadagnato maggiore fiducia delle famiglie.

Esperti, associazioni a tutela dei minori, ricercatori e politici sono attendisti. Accolgono con favore il passo in avanti ma chiedono ulteriori giri di vite e modifiche al design centrale della piattaforma, che resta fuori dal perimetro dell’accordo. Vogliono interventi sostanziali, più coraggiosi, che vadano al cuore del problema: riscrivere l’algoritmo. È che ciò che a Menlo Park vogliono evitare. E per ora ci sono riusciti.

L’azienda, tuttavia, non gode di buona fama. A maggio (dunque prima del patteggiamento) Meta ha ricevuto uno dei punteggi più bassi secondo l’Axios Harris Poll 100, una classifica statunitense sulla fiducia nelle grandi aziende. È al 96esimo gradino di cento. Ed è in buona compagnia, dato che la seguono TikTok e X. Insomma, la fiducia è in generale un problema del mondo social. Niente di nuovo sotto il sole, ma vederlo immortalato fa effetto.

Zuckerberg non ha convinto del tutto. È tutto talmente marchiano che anche l’operazione di pubblicare una lettera aperta e inserzioni sui giornali per invitare YouTube, Snapchat e TikTok ad adottare le stesse misure è suonata come il canto di una ammaliante sirena e non come l’accorato appello di manager che si mettono una mano sulla coscienza.

Se i concorrenti dovessero accettare (e, come detto, hanno tutto l’interesse ad accettare) quello che uscirà non sarà uno standard industriale, come viene dipinto, ma il miglior compromesso scritto a tavolino dal solito club per salvare il business di queste aziende. A quel punto, con un patto di acciaio tra social, sarebbe ancora più difficile per la politica, la società civile e i media smuovere le piattaforme dalle loro posizioni.

Forse la questione del parcheggio è stata risolta, per il momento. Ma alle prossime assemblee di condominio aspettatevi nuove discussioni.

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Luca Zorloni
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Luca Zorloni è un giornalista esperto nell'analisi dell'incrocio tra tecnologia, digitale, economia e diritti. Ex direttore di Wired Italia, ha lavorato in precedenza per il Giorno, Business Insider Italia e testate specializzate. Consulente di comunicazione e per progetti editoriali, ha lanciato su Substack la sua newsletter "Question Time". È anche autore del romanzo distopico "Il paese più bello del mondo" (Bookabook, 2024).