Foto copertina generata con ChatGpt.
La mia estate è stata segnata dalla missione Inbox Zero, perché faccio parte della dichiarata maggioranza per la quale l’anno nuovo comincia a settembre ed è sempre pieno di buoni propositi.
Nel mio caso, a dirla tutta, c’è una condizione specifica a scandire il mio ritmo stagionale: la vendemmia. Il mio organismo (il corpo-ricordato, per citare Vittorio Lingiardi) riconosce, attraverso le fisicità meccaniche dei gesti contadini, la rotazione delle stagioni. Ho sempre trovato conforto nell’idea che potessi maturare come grappolo: una metafora che poi è diventata, sempre più, quella della spremitura e dello schiacciamento. Arrivo ad agosto spremuta, liquida: soltanto che non ho altri otto mesi per ricrescere, ma devo farlo istantaneamente, per prepararmi “al nuovo anno”: rinascere sì, ma secondo la deadline del calendario sociale.
Nei pomeriggi sonnacchiosi dell’estate, quelli in cui posso far andare i vinili senza impostare un timer per l’ascolto (non c’è tempo, è tardi!), ho ripreso un vecchio classico, Pagliacci. Ascoltando l’opera di Leoncavallo ambientata in una terra solare in maniera invereconda, ho ripensato al carattere di laica sacralità, spiccatamente rurale, del Ferragosto italiano e della sua secolare tradizione romana. Parafrasando Jill Lepore: se tanto i robot si prenderanno tutto, e io non potrò più mettere giù il mio telefono, tanto vale approfittarne ora, mi sono detta. Se persino i campi riposano, persino il Parlamento chiude, pure io mi devo fermare.
E mentre l’uva pressava impaziente, esplodendo di caldo e martoriata dagli uccelli, e il taglio si anticipava di giorno in giorno, ho visualizzato con lucidità gocciolante (che estate umida) il paradosso dei paradossi: la lista delle cose che stavo compilando e che avrei dovuto fare per smettere di fare delle altre cose. Perché c’è sempre una lista, un manuale in cinque punti, un “how to” da consultare anche per l’attività più organica e irrinunciabile tra tutte: riposare. Sono entrata senza colpo ferire nel circolo vizioso della vacanza che ti sfinisce più della routine quotidiana, sperimentando sulla pelle quanto sia difficile per il nostro sistema nervoso transitare da certi livelli di performatività a un semplice stato di quiete. Il tempo che hai capito come si fa a non fare, e devi ritornare a fare.
Mentre mi arrovellavo su cosa fare per non fare – le notifiche già tutte disattivate, le 42 chat senza risposta su Whatsapp ad aspettare furibonde – mi paralizzavo di fronte al tempo liberato. Da dove cominciare per attuare il “quiet reset psicologico” che ho letto su quel magazine; perché non provare quel “metodo per staccare davvero la spina” che ho visto su Instagram; da domani comincio con il “fresh start effect” di cui parla quella newsletter. Ed è lì che ho individuato il primo scacco matto: continuavo a scrollare tra le mail, affogando nel torrente di stimoli che arrivavano dritti nel mio cervello, con l’imbarazzo colpevole di aver consapevolmente accettato – persino fatto richiesta!, persino pagato! – affinché questa pioggia di missili giungesse dritta nelle mie giornate.
Allora ho cominciato da lì: dalle 19547 email (Cartella principale, Aggiornamenti, Promozioni, Spam), per quel detox venduto come pozione magica per la felicità.
Ho svuotato l’Inbox, con pazienza, per 15 giorni. Alla fine, mi è venuta la nausea.
Il segreto dei CEO
Ci sono delle cose che ho imparato dopo essermi costretta a questo supplizio, pregando ogni giorno che quel dolore da schermo mi sarebbe stato utile il primo di settembre (spoiler: sto di nuovo affondando nelle mail non lette, e ho perso tanti amici non rispondendo su whatsapp).
Innanzitutto, sono cascata come Alice in una spirale, ma di produttività. Il “decluttering”, il fare meno per fare di più, è davvero una contorsione del pensiero. L’attività di cancellazione delle mail richiede, ho scoperto, una disciplina sacrosanta, perché nell’infosfera la persistenza è l’ordinario e la cancellazione lo straordinario. Sarà questa disciplina che, ho fatto le mie ricerche, ha inspirato un metodo (ma va?!): Inbox Zero è una specie di Sacro Graal dei grandi CEO.
Per esempio, Roland Busch di Siemens gestisce più di 300mila dipendenti: solo che lui riesce a tenere pulita l’inbox, io no; riceve circa 200 mail al giorno (anche io, voglio beccare sempre gli sconti giusti); ha un background in fisica teorica (per me i piani inclinati sono solo filosofici) ed è forse questo che gli permette il rigore (7 strategie, toh, un numero e un metodo!) di arrivare a Inbox Zero, a volte rispondendo alle mail con due lettere: OK, NO.
E non è il solo. Tim Cook fa lo stesso: nella sua morning routine da 4 am, non va a pilates e non legge i giornali, piuttosto risponde alle mail, e così avanti da 15 anni. Ne ho dedotto qualche considerazione, soprattutto sulle due lettere di risposta: ho pensato, è semplice, perché non ci riesco, scavando nelle motivazioni per cui lascio marcire quel grassetto irriverente del “da leggere”, e il senso di colpa annesso.
Ci sono, e i meme insegnano, dei meeting che dovrebbero avere la durata di un plank, oppure appunto di una mail. Il piano lavorativo merita un discorso a parte, eppure merita il discorso. Stiamo trattando le inbox come un servizio di messaggistica: una conversazione di botta e risposta – che dovrebbe forse diventare una effettiva conversazione, al massimo sintetizzata – ed è questo che consente forse a Busch di scrivere: OK, o NO, o di usare le emoji per evitare un’altra notifica. Appunto, le notifiche, il fattore X, l’attivatore di dopamina, il dispensatore di energia: mi ha risposto? Il pitch è piaciuto? La apro o non la apro? E se sono rogne? E se ci rimango male? E se quel relatore non potrà esserci?
La tensione e il sollievo dell’incertezza che si scioglie ci tengono ancorati allo scroll dell’inbox. Perché quando apri la mail sei solo: non è una conversazione. Non puoi essere accompagnato nella ricezione di una notizia, nell’elaborazione di un’indicazione o di un piano condiviso: sei solo e immobile di fronte alle lettere che prendono corpo sullo schermo. OK. NO.

Portarsi il laptop al mare. Fonte: Freepik
L’anno del riposo forzato e dell’oblio
Andando indietro per quasi 20mila mail (a scriverlo sembra uno di quei programmi di RealTime in cui si devono svuotare le case degli accumulatori seriali), ho attraversato quasi tre anni di vita. Ed è stata un’esperienza destabilizzante dal punto di vista della percezione del tempo, ma anche emotiva.
C’è stato un periodo, diciamo tra la pagina 30 e la 60 almeno, piena zeppa di risposte automatiche, o peggio ancora, di non risposte (ho pulito anche la cartella degli inviati, quando faccio una cosa la faccio bene). La casella di posta è quel dispositivo che ti permette di far finta che una cosa non sia accaduta; di adottare la strategia di immobilizzarsi, aspettando che una questione magicamente, provvidenzialmente, religiosamente si risolva da sola; di fingere che davanti a te non ci sia una persona in carne e ossa. Per questo mi spaventa che anche le cose importanti della vita (un referto medico, un lavoro, una relazione) possano risolversi con un inbox.
Nell’anno del riposo forzato e dell’oblio, io ho cercato lavoro: è stata tra le esperienze più degradanti e miserevoli che abbia mai vissuto. Ho obliato quel ricordo doloroso, anche grazie alla fiducia di questa testata su cui ora scrivo, e di altri enti. Anzi no, mi correggo. Grazie alle persone che mi hanno conosciuta davvero. La mia situazione si è risolta – certo, nella sua precarietà strutturale, nel sentirsi in perenne “sbilico” generazionale, ma si è risolta.
Quando ho pulito l’inbox, la memoria si è fatta subito vivida e penosa: è un tormento psicologico, che porta la mente e il cuore a essere tarlati da un presentimento di catastrofe, e da uno sconforto che prima ancora di essere esistenziale e sociale, è privato. Trovare lavoro oggi, per come sono strutturati i processi di application, è alienante, e ti sottrae alle tue stesse competenze, dovendo devolvere il tuo tempo e le tue energie a compilare moduli che non verranno letti, o che riceveranno una risposta automatica. Tutte quelle volte lì, stiamo cestinando delle persone, non delle application. Tempo sprecato nel promettere che sapevo fare delle cose, invece di essere messa nelle condizioni di farle davvero.
Per questo, io che non dirigo la Siemens, a malapena dirigo me stessa, mi prendo il lusso di dire che non mi andrà mai di rispondere con OK o NO, con una mail sgangherata e sconnessa, o scritta con l’intelligenza artificiale. E che questa cura dovrebbe appartenere a chiunque, ancora di più a chi offre – o finge di offrire – lavoro.
Così mi sono ripromessa che quando necessario sarò sintetica, ma che la faciloneria sbrigativa non apparterrà mai alla mia scrittura, e che penserò sempre alla persona in carne e ossa che mi legge dall’altra parte. Che quando possibile, preferirò il telefono.
E che le mail possono anche virtuosamente diventare, e l’ho sperimentato proprio in estate, un sostituto delle lettere di carta e inchiostro: in agosto ho scritto, prendendomi molto tempo e molta cura lessicale, diverse lettere-mail, alle persone a me care. Lettere-mail che non sempre richiedono una risposta, ma che in questa modalità sono soggette a uno sfasamento temporale romantico e pre-digitale. È arrivata? L’ha ricevuta? Quante volte la rileggerà dolcemente e con pazienza?
Le notizie e la memoria corta
Dopo la pagina 30, all’incirca, il processo è diventato più facile. Io avevo preso il ritmo, il guado emozionale doveva essere superato, ma soprattutto: le mail diventavano vecchie, obsolete.
Inabissarsi in quasi tre anni di ricezione, appunto, ti mostra in prospettiva il dibattito pubblico. Per professione, devo ricevere aggiornamenti geopolitici, sono abbonata a molte testate e newsletter, monitoro la stampa nazionale e internazionale, ma indulgo anche in contenuti più culturali.
Tutte quelle mail erano dei detriti. Mi spiego: ero, sono, sarò, saremo, bombardati dalle informazioni: almeno 10-20 email ogni giorno che raccontano lo stesso fatto. Fatto che esplode per una settimana, se proprio roboante per due, e poi si sgonfia come un giocattolo di plastica per cani, “non con uno schianto ma con un piagnisteo”, o peggio ancora, in un silenzio indolente.
Mi bastava selezionarle tutte insieme, e cestinarle senza rimorso. È stata una pratica ecologica di enorme ispirazione: ricevere tutte quelle notifiche, quei titoloni, non mi aveva reso una persona più informata veramente.
Ho capito che è saggio, ed è salvifico, smettere di avere la pretesa di un’opinione su ogni fatto o vicenda. Che le cose che ricevevo nella inbox determinavano la mia parziale visione sul mondo, e che se non avessi diversificato ancora di più le mie fonti, sarebbero state sempre le stesse persone a decidere per me cosa era rilevante venire a sapere (sapere-sentir dire, non sapere-conoscere).
Credo che sia l’insegnamento più importante che ho tratto dal mio percorso di Inbox Zero. La casella di posta dovrebbe essere trattata con cura: è pur sempre il vostro spazio mentale, parte integrante del vostro spazio mentale. Bisogna essere cauti con ciò che scegliamo – possiamo scegliere – di ricevere. A me piace immaginare una casella di posta reale: impiegherebbe pochissimo tempo a essere ingolfata di carta, dovrei pulirla ogni due ore. Allora gioco d’anticipo: seleziono le fonti attenta ad evitare bias di conferma, e annullo la presunzione di poter gestire ogni aspetto del dibattito.
Perché le notizie invecchiano davvero presto, e a volte davvero male.
Andando indietro fino al 2022, un esempio tra tanti, ho visto come si è evoluta la produzione giornalistica sul tema dell’intelligenza artificiale. Sembra un dialogo da teatro dell’assurdo: un avvicendarsi di pronostici inverati, di attese di qualcosa che non arriva mai e poi arriva tutto insieme e tutto quello che abbiamo pensato di prevedere si annulla nell’inutilità impotente. Una diatriba sempre uguale a sé stessa in cui si pongono le stesse domande in modo forsennato, per generare traffico e chiacchiericcio.
Abbiamo già ipotizzato gli scenari, e posto le questioni giuste, qualche anno fa. Siamo inchiodati nel passato e abbiamo la memoria corta. Al futuro pensiamo vacuamente e senza consistenza, smarriti tra i presagi sulla fine del neoliberismo e l’insurrezione neosocialista, la fine delle guerre e, molto più plausibile, la fine del mondo surriscaldato: domande su domande su domande, roboanti e ripetitive.
L’Inbox Zero mi ha mostrato con chiarezza che non abbiamo bisogno di tutte queste parole, di tutto questo contenuto: mesi di notizie cestinate in un click, e senza patimenti, perché erano tutte uguali. Per questo alla fine avevo la nausea: perché mi sto ingozzando di contenuti.
La dieta mediatica
In questo viaggio indietro nell’Inbox, ho trovato delle costanti: i voucher sconto mai usati; i refusi (per la sciatteria o per la frenesia di inviare ai tuoi abbonati 3 contenuti al giorno); le liste e i metodi (di nuovo); gli intramontabili come il sesso o l’ossessione per il dimagrimento (anche nella sua forma di body positivity, che esiste in quanto può opporsi al precedente); i progetti cominciati e mai portati a termine.
Ecco, questo è stato un altro di quei pozzi neri di malinconia e sconforto. E non parlo solo dei miei, per quanto siano così tanti i progetti slabbrati, i buoni propositi, le intuizioni che non ho sviluppato. Parlo dei progetti degli altri, in cui magari per un po’ ho creduto anche io: nuovi partiti-start up, partnership culturali, newsletter avviate, promesse e intenzioni naufragate nell’arco di poche settimane.
Ricordo la lezione – tagliente ma necessaria – di un collega e amico, conoscitore e guida del mondo cooperativo lombardo, che una volta mi ha detto: “Prima di cominciare quello che vuoi cominciare, assicurati che ce ne sia bisogno”. Non ne faceva una questione di mercato, ma di parsimonia, e appunto di spirito cooperativo: invece di essere sodali, siamo territoriali, e avviamo micro-mondi destinati a perire, a collassare su sé stessi.
Ci sono cose che ho tenuto. Per esempio: gli approfondimenti ma quelli proprio lunghi lunghi, le opinioni dei miei autori e autrici preferiti, le riflessioni senza tempo su cultura e società, le lettere-mail ma anche quelle di rifiuto dell’anno del riposo forzato e dell’oblio (un monito pungolante). Tutte le mail a cui io non ho risposto, peccando della stessa indecorosa superficialità, promettendomi di scusarmi con tutte le persone per il mio ritardo.
L’Inbox Zero mi ha fatto vedere la distorsione del tempo: non una linea retta, ma spirali circolari di notizie non-notizie, di vecchi cavalli di battaglia presentati come nuovi, di recupero dell’usato ma ancora in buono stato.
Le cose che ho tenuto sono quelle che valgono il mio tempo e che hanno richiesto tempo. Tutto il resto si replica, si imita, svanisce fiacco nel cumulo di parole.
Ho capito che tutti scrivono newsletter, ormai, e che in generale scriviamo tutti sempre: messaggi, mail, articoli, post. E che in tutta questa scrittura io mi smarrisco, perdo la bussola del valore. Così, come ogni nuovo anno merita, ho fatto dei buoni propositi: proprio perché oggi tutto è contenuto e l’offerta è sovrabbondante, i miei standard possono e devono restare estremamente elevati. E che questa responsabilità è certamente di chi confeziona per professione il dibattito pubblico, ma che caduta la funzione di gate-keeping (filtro) da parte di attori legittimati collettivamente, è responsabilità di ciascuno di noi tenere l’aria pulita.
La mia Inbox di quasi 20mila mail era una specie di ecosistema parallelo, una bolla sì, ma una bolla immensa: era come essere in una campana di vetro ma grande quanto il globo. Riscrivere le regole della visibilità è una faccenda troppo delicata perché possiamo affidarla a soggetti artificiali come Stati e imprese: un’ecologia mediale resiliente parte dal riconoscimento che l’ambiente informativo contemporaneo è tossico, polarizzante, e che siamo vittime di overload ed esaurimento affettivo e cognitivo.
“Davanti a noi la corrente scorre densa, minacciosa. Ci parla con un mormorio fattosi vario e incessante, la superficie gialla mostruosamente butterata di vortici evanescenti che per un istante viaggiano lungo la superficie, silenziosi, fugaci e profondamente significativi, quasi che sotto la superficie qualcosa di enorme e di vivo esca per un momento di pigra attenzione da un leggero assopimento, e subito vi ricada”.
Per chi ha avuto la pazienza di arrivare fino in fondo, le parole di Faulkner in Mentre morivo dipingono un’immagine spettrale e desolante: quella della mia cartella di posta. Adesso l’inbox è a 630, perché ci sono dei pezzi che valgono la pena di essere studiati e trascritti con carta e penna: tutto il resto era solo il suono penoso di una civiltà che fa troppo rumore, in attesa di riscoprire il suo barbarico yawp.




