Immagine di copertina: Mark Zuckerberg. Fonte: Shutterstock
Archiviata l’esperienza fallimentare dei visori per la realtà aumentata e del metaverso che aveva spinto la Big Tech di Menlo Park al rebranding in Meta, ora Mark Zuckerberg, ovvero “mr. Facebook” punta tutto sull’intelligenza artificiale.
Lo fa da grande ritardatario: non ha ancora algoritmi che possano sfidare le aziende più note in circolazione (principalmente OpenAI e Anthropic, per fermarsi a quelle statunitensi) e per questo nei mesi passati aveva provato ad acquisire l’IA cinese Manus, una delle più promettenti nate nel Paese del Dragone.
L’invalicabile muraglia cinese
Provato, appunto. L’operazione, per la quale Zuckerberg era disposto a mettere sul piatto fino a 2 miliardi di dollari, non è mai andata in porto.
Al pari di Donald Trump, anche Xi Jinping ha inserito lo sviluppo di nuove IA in cima alla propria agenda economico-industriale e, soprattutto, non ha dimenticato ciò che ha dovuto ingoiare per far sì che la cinese TikTok potesse continuare a operare negli Stati Uniti.
Da qui la ferma posizione di Pechino: Manus non è in vendita, il team non può essere trasferito e la tecnologia che sta foraggiando, essendo ritenuta asset di sviluppo cruciale per il benessere della Cina, dovrà restare nel Paese asiatico.
Anche gli USA alzano muri
Ma la Cina non è la sola a pensarla così. In un mondo che torna a dividersi in blocchi contrapposti come nell’immediato secondo Dopoguerra e in un settore di frontiera – lo studio delle IA – che pare determinante come la vecchia corsa allo spazio dei tempi della Guerra fredda, pure gli Stati Uniti stanno alzando mura alla tecnologia cinese.
TikTok costituisce un’eccezione, ma alla dogana già l’ex presidente Joe Biden aveva iniziato a respingere le auto “smart” ovvero quelle dotate di algoritmi e sensori così sviluppati da trasformarsi in potenziali gadget per spie.
Niente che la Cina non avesse già fatto nel recente passato con Tesla. Come riporta una vecchia agenzia di Reuters, per esempio, nell’estate del 2022 le autorità del Paese impedirono alle auto elettriche di Elon Musk di recarsi nella regione costiera di Beidaihe, dove si riuniva il Partito Comunista Cinese.
E se nel resto del Paese il marchio statunitense è tollerato è solo perché Tesla ha la sua gigafactory principale a Shanghai.
Niente droni, router e robot
Con il ritorno di Trump (colui che per primo bandì dagli States una Big Tech cinese, Huawei) alla Casa Bianca la tecnologia cinese ha subito nuove restrizioni, in un numero sempre più elevato di comparti.
Prima è toccato ai droni, che per loro stessa natura “ficcanasano” troppo sfuggendo ai controlli, quindi ai router per la connessione a Internet, banditi dagli States dal giorno alla notte per poi ricorrere a imbarazzanti retromarce quando i boiardi di Stato americani si sono accorti che non esistono campioni statunitensi che producono device senza qualche componente realizzato in Cina.
Nelle ultime ore la Federal Communications Commission ha aggiornato la propria Covered List includendo anche i “robot avanzati” (definiti come robot mobili, inclusi umanoidi e quadrupedi) avvertendo che questi dispositivi “pongano rischi inaccettabili per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti o per la sicurezza delle persone statunitensi”.
Secondo l’ente federale, tirato per la giacchetta dalla Casa Bianca, i robot avanzati stranieri (ma sarebbe meglio dire cinesi) presentano vulnerabilità nella catena di approvvigionamento e nella cybersicurezza, dal momento che potenzialmente sono in grado di raccogliere dati utilizzabili per sorvegliare cittadini americani o essere comandati da remoto da attori ostili.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fonte: Shutterstock
Zuckerberg cerca crepe nei muri
Si muove in senso opposto Mark Zuckerberg che, come riporta il Financial Times, sta facendo pressioni sulla Casa Bianca alla luce del sole affinché gli Stati Uniti non blocchino i modelli cinesi.
Intervistato dal quotidiano economico, il fondatore e Ceo di Meta si è scagliato contro qualsiasi tipo di regolamentazione rischi di soffocare le spinte imprenditoriali innovative.
Il punto toccato da Mr. Facebook è caro a Trump, da sempre favorevole alla deregulation e da sempre come imprenditore insofferente ai lacci e lacciuoli dello Stato.
Ma proprio il tycoon, seppur controvoglia, con un ordine esecutivo dello scorso 2 giugno ha iniziato a porre limiti – al momento di facciata, essendo parecchio blandi – alla libera circolazione di nuovi modelli IA: saranno sottoposti alle verifiche di appositi enti governativi che avranno 30 giorni di tempo (pochissimi, secondo gli analisti) per valutare possibili profili di pericolosità degli algoritmi sulla rampa di lancio delle singole software house.
Non si deve però dimenticare che tanto le Big Tech americane (da Meta ad Apple) quanto l’amministrazione Trump hanno ringhiato a più riprese contro l’Unione europea e i suoi vincoli normativi (su tutte, il Digital Services Act e il Digital Markets Act) rei appunto di costituire un collo di bottiglia per le imprese che fanno innovazione. E adesso, nemmeno troppo velatamente, Zuckerberg sta accusando la Casa Bianca di fare altrettanto.
Zuckerberg sfida Trump?
Una posizione pericolosa per l’ex enfant prodige della Silicon Valley, che rischia di metterlo in rotta di collisione con Trump dopo che ha fatto davvero di tutto pur di entrare nelle sue grazie.
Dalla brusca fine dei programmi aziendali su diversità, equità e inclusione all’indomani del ritorno dell’egoarca a Washington all’ingresso nel proprio board di figure gradite al presidente (Powell McCormick, ex consigliera di Trump, Dana White, presidente dela Mma – Ultimate Fighting Championship ma, soprattutto, amico di vecchia data del tycoon e Joel Kaplan, ex vicecapo di gabinetto nei due mandati di George W. Bush).

Fino ai 600 miliardi di investimenti promessi negli USA così da agevolare quell’età dell’oro promessa dall’esponente repubblicano in campagna elettorale.
C’è voluto tutto questo e pure qualcosa in più (Meta ha deciso di risarcire Trump con 25 milioni di dollari per lo sgarro di avergli sospeso gli account il 7 gennaio 2021, quando il presidente uscente fu accusato di incitare gli assalitori del Campidoglio per impedire la proclamazione di Joe Biden) per appianare i rapporti tra i due.
E adesso le sue nuove pressioni, che prendono sempre più spesso la forma della lagnanza, rischiano di rovinare tutto.
Non è dato sapere come reagirà Trump, quel che è certo è che Zuckerberg sta spendendo moltissime energie sul tema, essendo intervenuto personalmente, con un lungo editoriale, anche sul Wall Street Journal per ribadire le meraviglie che attendono l’umanità intera se si lasceranno le mani libere a chi sviluppa IA e, soprattutto, se si lasceranno le mani libere alle IA stesse, desiderose di sciamare in ogni dove, divorando dati, fotografie, filmati, documenti pubblici e privati.
E intanto Mr. Facebook sta finanziando una campagna di comunicazione per propagandare le stesse tesi ottimistiche.
L’IA è bellissima come dice Zuckerberg?
Nelle ultime ore Zuckerberg è tornato a ribadire i medesimi concetti sulla propria bacheca Facebook (sì, a quanto pare c’è ancora chi lo popola…).
Questa volta si può dire persino che sia stato maggiormente sincero rispetto agli interventi pregressi perché, al netto di tanti proclami e manifesti ideologici dice chiaramente che l’IA è ciò che sta facendo volare i conti di Meta, avendo ormai pervaso e potenziato ogni comparto.
Ovviamente Zuck tace sui licenziamenti che proprio gli algoritmi, velocizzando e automatizzando il lavoro, stanno consentendo, facendo risparmiare a Meta parecchio (tutti soldi in più da dirottare sullo sviluppo di nuove IA).
L’ultima sforbiciata ha riguardato 8mila posizioni, alcune delle quali anche in Italia (33 esuberi, riportava l’edizione nostrana di Wired prima di chiudere). E sarebbero solo gli ultimi di una lunga serie se si considera a settembre 2022 l’azienda contava 87mila dipendenti mentre all’inizio di quest’anno i documenti riportavano il numero di 78mila unità.
Zuckerberg quando decanta le potenzialità delle intelligenze artificiali evita anche di commentare la causa secondo cui Meta avrebbe utilizzato l’IA per individuare e licenziare i lavoratori con problemi di salute, o la crescente frustrazione dei suoi dipendenti che da qualche tempo vengono monitorati sul lavoro, tracciando ciò che digitano, per addestrare gli algoritmi.
Non solo i lavoratori di Meta si sentono controllati, ma starebbero pure spiegando obtorto collo all’algoritmo come si fa il loro lavoro per essere un domani magari sostituiti.
Forse l’IA non va fermata ma almeno rallentata…
Sempre nelle ultime ore ha fatto rumore la notizia di una lettera aperta sottoscritta da 1.224 dipendenti delle principali aziende statunitensi di intelligenza artificiale nella quale viene chiesto al governo statunitense di sostenere uno sforzo internazionale per sviluppare strumenti tecnici e di governance capaci di regolare deliberatamente il ritmo dello sviluppo dell’IA automatizzata.
Tra i firmatari figurano il Ceo di Anthropic Dario Amodei, il chief scientist di OpenAI Jakub Pachocki (no, niente Sam Altman), la vicepresidente per sicurezza e allineamento di Google Anca Dragan mentre per Meta non figura Zuckerberg ma il chief scientist Shengjia Zhao.
Secondo gli addetti ai lavori “esiste un rischio reale che lo sviluppo delle capacità” delle intelligenze artificiali tuttora in studio “acceleri rapidamente” andando persino “oltre la nostra capacità di comprendere o controllare i sistemi risultanti”.

I firmatari della lettera chiedono insomma più tempo: “Per realizzare il potenziale dell’AI, l’industria, i governi e la società nel suo complesso potrebbero aver bisogno della possibilità di guadagnare tempo per affrontare i rischi emergenti, sviluppare misure di sicurezza e rafforzare la supervisione”.
Non è dato sapere se Trump ascolterà Zuckerberg quando chiede di avere le mani ancora più libere, ma se si considera che ha chiamato il piano nazionale per l’IA “Winning the race” si può immaginare se presterà orecchio agli esperti che gli chiedono di rallentare.




