Il caso Pirlo, un’innovazione fallita

Di il 29 Luglio, 2026
Senza una comunicazione capace di preparare il terreno, anche una scelta coraggiosa è destinata a fallire
Immagine di copertina: Andrea Pirlo. Fonte: Flickr

Tra le tante cose che sono andate storte nel caso della nomina a Commissario tecnico della Nazionale di Andrea Pirlo, naufragata formalmente per un contratto con un’agenzia russa di betting, ce n’è una che è andata più storta di tutte, la comunicazione.

In particolare – ne hanno scritto in molti – un errore grave è stata la generazione di aspettative sbagliate legate all’annuncio della trattativa con Pep Guardiola, il miglior tecnico del mondo, per poi atterrare sulla candidatura di un grandissimo ex calciatore che però, come allenatore, ha ancora tanto da dimostrare.

In realtà c’è stato un errore preliminare, più sottile ma più strategico.

Quando Maldini e Leonardo hanno fatto capire che il loro candidato sarebbe stato Pirlo, tutti gli osservatori si sono chiesti la ragione di una scelta così imprevedibile, per usare un eufemismo.

Già, qual era la ragione? Il punto è proprio quello, Maldini e Leonardo non l’hanno spiegato o, più precisamente, non ne hanno avuto il tempo.

Nell’unica occasione ufficiale – la conferenza stampa di presentazione congiunta con Malagò – hanno fatto riferimento a un profondo progetto di rinnovamento con un orizzonte di otto anni e alla necessità di avere un Ct che condividesse con loro questa visione di rinnovamento.

Giovanni Malagò. Fonte: Wikimedia Commons

Null’altro. È molto probabile che se la nomina fosse andata in porto avrebbero poi fornito maggiori dettagli, facendo finalmente comprendere in maniera chiara e persuasiva perché, tra i tanti allenatori disponibili, la scelta fosse caduta proprio su Andrea Pirlo.

Ma nel vuoto di informazione, qualche giornalista ha provato a indurre delle motivazioni plausibili.

Un buon esempio è il Corriere della Sera, che in una newsletter individuava tre motivi: il completamento di Pirlo con Maldini e Leonardo, un trio che avrebbe integrato leadership e tecnica; il fatto che il nuovo Ct fosse comunque un innovatore, per quanto ancora inespresso; la capacità di mediatore di Malagò.

Ma queste sembrano motivazioni ex post, da osservatore esterno. Non sono i motivi reali di una scelta senz’altro innovativa ma rischiosa. Siamo quindi arrivati al punto: se vuoi proporre un’innovazione disruptive, devi preparare il terreno, devi essere in grado di far capire ai tuoi stakeholder quali saranno i vantaggi ma devi farlo prima, proprio perché parli di qualcosa di nuovo, di imprevedibile, a cui nessuno aveva pensato (e a Pirlo, davvero, nessuno aveva pensato).

Negli anni ’60 Everett Rogers pubblicò Diffusion of Innovations, sostenendo che molte innovazioni devono attraversare una fase di “knowledge” e “persuasion” prima dell’adozione.

In altre parole, il pubblico deve prima capire l’innovazione e poi essere convinto della sua utilità. Rogers identifica anche alcuni attributi che spiegano perché alcune innovazioni si diffondano rapidamente e altre molto lentamente, tra i quali il vantaggio relativo, la compatibilità, la semplicità e l’osservabilità.

In un’ipotetica conferenza stampa di presentazione di Pirlo forse tutti questi elementi sarebbero stati disvelati ma, come abbiamo visto, sarebbe stato troppo tardi. Il terreno andava preparato prima, perché non si trattava di convincere un solo uomo, Giovanni Malagò, ma un’opinione pubblica fatta da milioni di commissari tecnici.

Torniamo allora alla domanda iniziale: perché proprio Andrea Pirlo? Non lo abbiamo saputo e non lo sapremo mai, e forse è un peccato.

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Alberto Paletta
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Alberto Paletta si occupa di comunicazione e relazioni istituzionali presso un gruppo finanziario. Pur attratto dalla politica attiva, preferisce dedicarsi a quella contemplativa.