Immagine di copertina: un avatar. Fonte: Pexels
Piacere, Isabella. Isabella non è una persona bensì un giovane avatar, bianco, longilineo, perfettamente calibrato per piacere agli algoritmi online e ai brand. È nata da poco nonostante sia già una ragazzotta, da un’idea di una casalinga quarantacinquenne residente in Georgia che ha iniziato a sperimentare il mondo dell’intelligenza artificiale.
Isabella non è una versione migliorata di quella donna, ma è un’altra persona. Un’identità alternativa, costruita per funzionare meglio nel mercato dell’attenzione. E non si tratta di un caso isolato.
Come si legge sul New Yorker, su Facebook esiste un gruppo, Baddies in AI, con oltre 300.000 membri, dove donne di ogni età sperimentano avatar sintetici per aumentare reach, engagement e opportunità professionali.
Alcune li usano per “potenziare” la propria immagine, altre per sostituirla del tutto. Così, in molti casi l’IA diventa un modo per aggirare bias razziali e di genere ancora profondamente radicati nelle piattaforme. Ma non non finisce qui.

Un’immagine diffusa nel gruppo Facebook Baddies in AI
Quando l’identità è un’interfaccia
Il risultato? Un ribaltamento culturale: l’identità non è più un dato, ma un’interfaccia.
Secondo alcuni studi condotti da Ryan Milner, docente di comunicazione al College of Charleston, e citati dal New Yorker, gli avatar IA non rappresentano una rottura, ma una “chiarificazione” rendendo esplicito ciò che i social media fanno da anni: trasformare la persona in un prodotto.
Insomma, tutti siamo brand per i sistemi intelligenti (e non solo). In questo ultimo periodo, infatti, il mercato degli IA influencer è esploso con la creazione di personaggi sintetici, provenienti da modelli generativi, capaci di pubblicare contenuti 24/7, senza pause, senza crisi reputazionali, senza invecchiare. Sempre la stessa energia, che siano le 8 di mattina o di sera, la stessa concentrazione in qualsiasi circostanza, giornate identiche, senza alti ne bassi. Macchine, non umani.
Con questa idea hanno preso “vita” Lil Miquela, avatar musicale da 2.3 milioni di follower su Instagram che ha partecipato a campagne pubblicitarie per Chanel e Givenchy e Lu do Magalu, in arte @magazineluiza, star brasiliana da quasi 9 milioni di follower che collabora con Adidas e Samsung.

Lil Miquela, fonte: profilo Instagram @lilmiquela
Perché l’IA cambia tutto (non solo per i creator)
Esistono piattaforme come RYLA che consentono di generare un IA influencer in 2–4 settimane: si definisce la nicchia, si genera l’avatar, si costruisce la voce, si automatizzano i contenuti. Il risultato è un creator scalabile, programmabile, ottimizzato per performare.
Per i brand significa mantenere una coerenza totale del messaggio; trovarsi in assenza di rischi comportamentali con costi più bassi rispetto ai creator umani; poter produrre contenuti in volumi industriali.
Per i creator, invece, l’IA apre due strade: potenziare se stessi (filtri, avatar, doppi digitali) o creare un alter ego che può lavorare al posto loro.
La casalinga protagonista del pezzo sul New Yorker, sceglie la seconda strada: Isabella è più spendibile di lei. E questa scelta la dice lunga sullo stato del mercato. Allo stesso tempo, però, il fenomeno solleva domande profonde: se un’identità sintetica è più efficace di quella autentica, che fine fa l’autenticità? Un domani sarà ancora un valore? E se i brand preferiscono avatar programmabili, quale spazio resta per la creatività umana?
Il “whitefishing” citato nel reportage del giornale americano svela un altro fenomeno significante: donne nere che creano avatar bianchi per ottenere più visibilità. Si tratta di un campanello d’allarme culturale, non solo tecnologico.

L’influencer nata dall’AI Lu do Magalu. Fonte: profilo Instagram @magazineluiza
Verso la definizione di nuovi confini
In questo scenario per certi versi inquietante, per altri ancora tutto da esplorare e scoprire, l’intelligenza artificiale non sta solo cambiando il lavoro dell’influencer ma sta ridefinendo il concetto stesso di identità pubblica.
E ci sono alcuni trend che emergono con chiarezza: l’identità diventa modulare, dato che ognuno può avere più versioni di sé e possono persino essere ottimizzate per contesti diversi. La creator economy si industrializza con contenuti generati in serie, avatar sempre attivi, strategie data-driven e la distinzione tra reale e sintetico perde rilevanza.
Quello che conta nel “magico mondo” dell’IA è la performance, non più la persona. Così anche la comunicazione assume un’altra funzione: si passa dal piano dello storytelling a quello dello studio dell’identità.




