Da dove viene l’innovazione nel giornalismo locale in Italia?

Di il 05 Maggio, 2026
Esistono testate locali che, da anni e con successo, sanno unire innovazione e sostenibilità economica
Fonte immagine di copertina: Freepick

Prima vittima della crisi del giornalismo o unica speranza per il settore? Il dibattito sull’informazione locale, in Italia come altrove, oscilla tra queste due visioni opposte. 

E a guardare da vicino alcune esperienze, come quella degli oltre venti giornalisti e collaboratori licenziati senza preavviso (via PEC, alcuni durante il turno di lavoro) di recente da Citynews, gruppo editoriale a capo di più di 50 testate locali online, la risposta giusta sembrerebbe la prima. 

Eppure, esistono testate che, da anni e con successo, sanno unire innovazione e sostenibilità economica, mentre altre, nate sul web, vedono oggi nella dimensione locale un’occasione per sperimentare nuovi formati e raggiungere pubblici diversi. Ecco alcuni esempi. 

Da VareseNews a Materia

Nel 1997, VareseNews è diventata una delle prime testate digitali italiane: all’epoca, l’unico altro giornale online era repubblica.it

“Varese News è un prodotto italiano. Non nasciamo in un garage, come vorrebbe la mitologia delle startup statunitensi, ma in un circolino gestito da una cooperativa, che è stato il nostro primo editore”, racconta Marco Giovannelli, direttore di VareseNews.

“Una realtà che però, dopo poco, ha iniziato a starci stretta, portandoci a sperimentare un lavoro editoriale diverso, con l’obiettivo di allargare la nostra platea”.

Un lavoro che Giovannelli definisce di “innovazione incrementale”: un processo che inizia a fine anni Novanta con l’intuizione della rivoluzione che rappresenta il web per il giornalismo, continua a fine anni Dieci con l’arrivo degli smartphone e dei social network in Italia e prosegue dal 2022 in poi, con l’arrivo in scena dell’intelligenza artificiale. 

“Abbiamo attraverso questi tre cambiamenti di paradigma rimanendo fedeli a due questioni di fondo: la comunità e l’analisi del settore”, spiega Giovannelli, che definisce la testata “un giornale di comunità, non di una comunità. Da fuori si vede la provincia di Varese come un tutt’uno, ma Sesto Calende non è come Saltrio, la Valganna non è la Valcuvia. Sono realtà diverse, con caratteristiche e storie diverse”. 

Dall’analisi del settore nasce Glocal, il festival del giornalismo digitale che guarda il mondo da una prospettiva locale, che dal 2012 riunisce migliaia di persone, tra speaker e spettatori, a Varese. Il nome riprende un concetto, coniato dai sociologi Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese, che indica la connessione, sempre più stretta, grazie soprattutto al digitale, tra la dimensione globale e quella locale.

Un altro punto di svolta arriva nel 2023 con la nascita di Materia. È quell’anno, infatti, che il Comune di Castronno mette in affitto gli spazi di una scuola elementare dismessa. “Quello spazio era troppo bello e troppo importante per diventare ‘solo’ la nuova sede di VareseNews”, racconta Giovannelli. Inizia così una lunga fase di ascolto in cui vengono coinvolte persone abbonate al giornale, stakeholder istituzionali e realtà culturali del territorio. Il progetto prende forma nel 2025 e si articola in cinque aree: informazione, formazione, cultura, sostenibilità e turismo. 

L’idea è quella di “passare dal giornale tradizionale a un’infrastruttura civica, dove non l’anima del giornale non si perde, ma fa un salto di qualità. Il nostro ruolo non è più solo informare, ma stare dentro alle questioni locali, alle comunità, capirle e tradurle. Per farlo, serve una visione strategica e un piano di relazioni e connessioni sempre più strette con il territorio”, spiega Giovannelli. Durante il suo primo anno, Materia ha ospitato 248 eventi pubblici che hanno superato le 14mila presenze in totale.

Oggi la società che gestisce un ecosistema di cinque testate e conta una trentina di dipendenti, di cui 20 giornalisti professionisti. La maggior parte del fatturato proviene dalla pubblicità e, in misura minore, da servizi, eventi e progetti di comunicazione.  

“Quando lavori in questo settore, ti rendi conto che non esiste un classico modello di business. Ci sono tanti modellini e devi tenerli in piedi tutti”, riassume Giovannelli. Una reinvenzione costante, come dimostra il caso dei progetti sui cammini, un passione che il direttore sta trasformando da qualche anno in una delle fonti di introiti del giornale.

“Siamo stati capaci di fare continuamente progetti innovativi che ci hanno permesso di raccogliere consenso e sviluppare autorevolezza. Da lì, la grande fiducia che hanno oggi le persone in VareseNews e quello che facciamo”, conclude. 

Fonte: Freepick

Le tante Sicilie del Sicilian Post

“Ho iniziato chiedendo a dei giovani con poca o nessuna esperienza di rispettare una sola regola: scrivete di quello che volete, purché non venga da comunicati, agenzie di stampa o altre testate”, racconta Giorgio Romeo, che nel 2013, dopo aver lavorato a La Stampa, La Repubblica e La Sicilia, ha deciso di lanciare un nuovo progetto insieme a un piccolo gruppo di studenti dell’Università di Catania. 

“Il Sicilian Post non nasce propriamente come un giornale locale: siamo un giornale che parla di Sicilia, sia di quella fisica che di una ancora più grande, che sta in giro per il mondo: la diaspora”, spiega Romeo. 

L’edizione in inglese, pensata fin dall’inizio per raggiungere gli emigrati di seconda e terza generazione, è la traduzione pratica di questa visione. “Gesualdo Bufalino parlava della Sicilia come di un’isola plurale. Ci sono tante Sicilie. Noi abbiamo l’ambizione di provare a raccontarle, se non tutte, almeno più di una”.

Il cuore editoriale del Sicilian Post è l’approfondimento culturale, spesso capace di produrre impatti concreti sul territorio. È il caso di Dora Musumeci, la prima jazzista italiana, catanese, finita nell’oblio: un pezzo della redazione ne ha ricostruito la storia, e, sei mesi dopo la pubblicazione, il Comune di Catania le ha intitolato una via. “Quello che facciamo ha valore solo se serve una comunità”, commenta Romeo. “E lavorare su un artista dimenticata è un servizio che fai alla comunità”. 

La sostenibilità economica resta “la parte più complicata. La società che edita il giornale fa anche altre cose che ci hanno consentito di tenerlo in piedi: abbiamo una parte di agenzia di comunicazione e per anni abbiamo lavorato per grosse realtà”, spiega Romeo. Questo doppio binario gli ha permesso non solo di pagare i collaboratori senza dipendere dalla pubblicità, ma anche di sperimentare. 

Nel 2017, infatti, il Sicilian Post inizia a lavorare ad Aria, un software progettato insieme a un gruppo di sviluppatori e all’Università di Catania che usa il machine learning per estrarre dati dai testi e generare infografiche. Il progetto viene finanziato da Google, aprendo nuove opportunità per la redazione. “Ci hanno invitato a numerosi festival internazionali per presentare Aria: buona parte della mia rete di relazioni è nata da lì”, afferma Romeo. 

Da questa rete nasce il workshop “Il giornalismo che verrà”, arrivato all’ottava edizione: un’occasione di incontro e formazione gratuita per costruire comunità e individuare talenti in un territorio dove non esistono scuole di giornalismo.

Dal 2026, l’iniziativa viene organizzata dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo, un ente non profit costituito da alcuni degli esperti ed esperte che hanno organizzato il workshop negli ultimi anni. 

A oggi, circa la metà dei partecipanti viene da fuori regione, invertendo la rotta tipica della fuga dei cervelli. “Non è di certo questa la soluzione al problema, ma lo vedo correlato alla missione del giornale: promuovere l’idea che la Sicilia sia un osservatorio privilegiato sul Mediterraneo e oltre”, conclude Romeo.

Scomodo, dalla città alla provincia

Nato nel 2016 a Roma da un gruppo di liceali poco più che sedicenni, prima ancora di essere una testata Scomodo è un’esperienza di occupazioni temporanee di spazi abbandonati e feste di autofinanziamento per stampare una rivista. 

Fin dall’inizio, infatti, il progetto si sviluppa su un doppio binario, comunità e giornalismo, in cui “il cartaceo è più un dispositivo di incontro che di informazione: si lavora insieme, si correggono le bozze, si va dal tipografo. È un processo collettivo che crea comunità attorno a un oggetto fisico”, spiega Cecilia Pellizzari, direttrice editoriale di Scomodo. 

Questo approccio si è strutturato nel tempo in un modello organizzativo basato sull’attivazione dei cosiddetti “cerchi”, ovvero gruppi tematici che producono contenuti, eventi e ricerche: “le decisioni migliori le abbiamo sempre prese seduti in cerchio”, afferma Pellizzari.

Dopo una prima fase di crescita a Roma, nel 2021, Milano diventa un secondo polo stabile, prima con una redazione temporanea a Corvetto e poi, nel 2023, con l’acquisizione di East River, il primo spazio di proprietà. 

Ma è soprattutto guardando oltre le grandi città che il progetto ridefinisce la propria traiettoria: “se restiamo solo su Roma e Milano non rappresentiamo davvero le nuove generazioni”, afferma Pellizzari. Da qui la scelta di lavorare su contesti diversi, come la provincia e il Sud.

A Empoli “c’erano tanti giovani con voglia di fare, ma mancavano spazi e strutture”, ricorda Pellizzari. In pochi mesi, l’attivazione porta alla costruzione di una comunità ampia e alla ricerca di uno spazio fisico, l’ex cinema La Perla, oggi sede locale del progetto. 

Diverso il caso di Bari, dove Scomodo prende forma a partire da un’iniziativa spontanea: un book club di lettori che già si riconoscevano nel progetto. “Si definivano Scomodo anche senza una struttura formale”, segnala Pellizzari.

“L’innovazione, per noi, non è sinonimo di tecnologia, ma di creare occasioni di incontro per contrastare la solitudine della nostra generazione”, precisa Pellizzari. Il modello economico riflette questa impostazione: oggi circa il 60% delle entrate proviene dalle attività dei locali, mentre il restante 40% deriva da collaborazioni con partner. I bandi pubblici giocano un ruolo più limitato ma strategico, soprattutto per l’avvio e il sostegno degli spazi. 

Anche il rapporto con il pubblico segue una logica diversa da quella tradizionale: “non abbiamo un pubblico passivo, ma una comunità che produce ciò che consuma”, afferma la direttrice editoriale. 

A oggi, Scomodo conta 114 dipendenti, sia full time che part-time, coinvolge ogni due settimane più di 250 persone nelle assemblee locali di Roma, Milano, Empoli e Bari e afferma di aver “attivato”, negli ultimi dieci anni, oltre 700mila under 35 in tutta Italia. 

Fonte: Wikimedia Commons

L’Unica: la newsletter locale di Pagella Politica

“La newsletter è uno dei formati che, secondo me, sono qui per restare, tra le tante mode del panorama giornalistico. E per quello che volevo fare, ovvero giornalismo locale di approfondimento, andando a fondo delle storie, era senz’altro lo strumento migliore”, spiega Giovanni Zagni, direttore responsabile di Pagella Politica. 

Pagella Politica è una testata che si occupa di fact-checking e analisi dell’attualità politica. Nata nel 2012, negli ultimi cinque anni ha lanciato una serie di nuovi progetti editoriali, tra cui Facta, con un focus sulla disinformazione non politica, A Fuoco, una newsletter sulla crisi climatica, e Dora, un portale di corsi video sull’educazione all’informazione.

A inizio 2025 nasce L’Unica, una newsletter settimanale di informazione locale, sulla spinta anche di una serie di esempi internazionali. Tra questi, Zagni cita The Mill, nata a Manchester nel 2020 e oggi presente in cinque città britanniche, e la newsletter di quartiere Markt, ideata da David Schraven, fondatore del sito di giornalismo investigativo tedesco Correctiv.

Fin dall’inizio, Zagni ha coinvolto nel progetto Guido Tiberga, ex vicecaporedattore della Stampa con una lunga esperienza a livello locale: “Ha detto subito di sì, per fortuna. Ed è per questo che abbiamo lanciato le prime quattro edizioni nel Nord-ovest: Torino, Asti, Alessandria, Cuneo, e poi abbiamo aggiunto Genova qualche mese dopo”. 

Ogni uscita contiene quindi un solo articolo, commissionato esternamente, che nasce dalle proposte di una rete di collaboratori locali, dalla conoscenza del territorio portata da Tiberga o dalle segnalazioni che arrivano da chi legge la newsletter.

Alla newsletter, L’Unica ha presto affiancato una seconda dimensione: l’organizzazione di eventi. “L’idea è di essere il più possibile trasparenti con le città e le province in cui lavoriamo. Gli eventi ti permettono di capire com’è una città, come funziona il tessuto sociale: è interessante anche per noi, per conoscere questi territori”, spiega Zagni. 

Dal punto di vista economico, il lancio delle edizioni piemontesi è stato autofinanziato, mentre quella genovese è stata sostenuta da un bando dell’European Journalism Fund. “La monetizzazione è una delle cose di cui ci occuperemo nella seconda metà dell’anno: per il momento è un progetto gratuito”, afferma Zagni. 

I numeri, a pochi mesi dal lancio, sono incoraggianti: tutte le edizioni hanno superato i mille iscritti (tranne quella di Genova, la più recente), che con un totale di circa 6mila lettori e lettrici. 

Devi essere loggato per lasciare un commento.
Roberta Cavaglià
/ Published posts: 3

Giornalista freelance, scrive soprattutto di Europa del Sud (politica, società e ambiente), migrazioni e diritti umani per testate italiane e internazionali. È anche l'autrice di Ibérica, la newsletter che ogni settimana ti porta in Spagna e Portogallo senza prendere l'aereo.