Negli Stati Uniti vincono i podcast politici: sarà lo stesso in Italia?

Di il 10 Aprile, 2026
Parlano di politica e sono soprattutto democratici, i creator che si stanno prendendo la piazza statunitense su YouTube. Il modello potrebbe imporsi anche nel nostro paese, ma la strada sembra essere un'altra
Foto di copertina generata con Sora.

Il 2026 sarà probabilmente l’anno dei podcast politici e di sinistra, almeno negli Stati Uniti.

Come riporta Kyle Tharp, analizzando oltre 300 canali su YouTube, i creator con maggiore crescita si occupano di temi politici, ma molto di rado ospitano dei politici, se non sotto stretta campagna elettorale.

Canali come Turning Point USA e More Perfect Union stanno facendo già propaganda, prima ancora che la campagna elettorale presidenziale entri effettivamente nel vivo.

Osservando i 100 più grandi canali YouTube politici e affini per numero di iscritti, 36 sono di orientamento liberal, mentre 64 sono di orientamento conservatore. I canali di destra hanno una base complessiva di 248,6 milioni di iscritti, contro i 149,9 milioni dei canali di sinistra.

Tra  10 canali più grandi che pubblicano contenuti politici di destra, occasionalmente o regolarmente, in testa c’è Joe Rogan (21M), ma anche canali istituzionali come FOX News (15M),  e altre vecchie conoscenze come Ben Shapiro.

A sinistra, Meidas Touchcresce meno di quanto ci aspettassimo, e le personalità individuali sono fuori dal podio, coperto invece da The Daily Show (14M), Vox (13M), MSNOW (9,7M), Vice News (9,3M). In crescita ci sono Johnny Harris e Phillip DeFranco.

Tanto a destra quanto a sinistra, non ci sono donne.

Un’assenza preoccupante, che riduce la politica a un affare da “uomini” e che determina anche lo stile di linguaggio e futura leadership.

I podcast politici in maggiore crescita

Dei 25 canali politici in più rapida crescita su YouTube, 10 sono di destra e 15 sono progressisti o di sinistra.

Quello che in assoluto ha registrato la crescita maggiore è Turning Point USA, ma c’è una ragione specifica: in occasione del Super Bowl, che ha visto l’assenza di Donald Trump e la performance chiacchieratissima (e antigovernativa) di Bad Bunny, è il canale che ha ospitato lo spettacolo alternativo per il pubblico Maga.

Contro il wokismo – slogan che ha ancora larga presa presso il conservatorismo americano – dello show ufficiale, TPUSA ha trasmesso sul proprio canale uno spettacolo dalle tinte folkloristiche, sostenuto da un’ingente campagna di  marketing e seguito da oltre 21 milioni di persone (un decimo degli spettatori del Super Bowl).

Tucker Carlson continua a performare bene, soprattutto se si considera che ha un canale informativo separato da quello personale, denominato Tucker Carlson Network. E cresce anche il suo ruolo di pomo della discordia dell’universo Maga.

Al contrario, Ben Shapiro è in calo, così come le visualizzazioni del suo programma su Daily Wire+, nel contesto di una società editoriale da lui stesso fondata nel 2015.

Sul fronte della sinistra, il canale che ha aggiunto più iscritti di tutti è stato More Perfect Union, una startup di stampo progressista che ha raddoppiato il pubblico nel corso di un anno, raggiungendo oltre i 3 milioni.

I dati vanno però letti e contestualizzati adeguatamente.

Kyle Tharp si è concentrato su canali da oltre 100mila iscritti, facendo i conti con gli Stati Uniti d’America, che hanno un alto tasso di polarizzazione e una politica identificabile su uno spettro costituito da due estremi.

Innanzitutto, i canali progressisti occupano uno spazio meno saturo rispetto a quelli repubblicani, considerato che i creator conservatori sono arrivati prima e si sono posizionati meglio nel mercato dei podcast.

Inoltre, il numero di iscritti è un indicatore piuttosto povero dal punto di vista esplicativo: è opportuno infatti valutare la crescita nel tempo – come nella metodologia adottata dall’Osservatorio sulla comunicazione dei giovani politici italiani – ma anche visualizzazioni e interazioni.

Il politico che si fa il podcast

Il successo dei canali progressisti potrebbe essere dovuto a molti fattori: un rallentamento fisiologico della controparte e il naturale successo degli incumbent, una reazione alle ultime azioni del presidente Donald Trump, e infine il fatto che abbiano cominciato a saper navigare gli stessi criteri emotivi e parossistici che vengono resi più visibili dall’infrastruttura algoritmica e di piattaforma.

Il podcast consente tempo per esprimere le proprie idee, ma inevitabilmente favorisce chi riesce a stare a suo agio davanti alla telecamera.

Non è un caso che siano molti meno i politici che creano il proprio format: l’unico esempio vincente al momento è Gavins Newsom, mentre il texano James Talarico – altra star in ascesa – preferisce ancora essere ospitato.

La campagna vincente, dice lo stesso Tharp al Guardian, sarà quella condotta su mille canali diversi per raggiungere mille pubblici diversi, a esemplificare l’estrema frammentarietà della sfera pubblica contemporanea.

Infatti, sebbene la creazione di small word, bolle e echo chamber, diminuisce la possibilità di esporsi a contenuti diversi da quelli di cui si fruisce solitamente, è anche vero che i contenuti politici spesso si fondono con quelli privati e con le abitudini quotidiane, per cui è possibile – e anche più facile – incorrervi.

Una proposta per il mercato italiano

In Italia, stiamo assistendo alla crescita dei podcast politici, che spesso si traducono in podcast con politico.

Una piattaforma ormai riconosciuta e legittimata come tribuna mediatica e propagandistica, come attesta la presenza della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione del referendum sulla giustizia appena trascorso.

A differenza del mercato americano, la televisione resta radicata nel pubblico italiano – nonostante i contenuti vengano poi frammentati sulle altre piattaforme – e dunque non si intravede ancora un podcast legato a un canale televisivo che abbia una portata paragonabile a quanto fa FOXNews su YouTube.

Inoltre, l’analisi di Tharp ha potuto basarsi su canali non partitici ma partigiani, mentre sul mercato italiano si privilegia ancora un pluralismo nelle scelte degli ospiti.

Questo ha dei chiari benefici in termini di qualità dell’informazione e possibilità del contraddittorio, consentendo una diversità delle opinioni che fluiscono negli stessi pubblici.

Si intravede quindi una modalità nostrana di assecondare il trend globale, che sarà promettente al netto di alcune condizioni.

Innanzitutto, che i podcast non vengano cavalcati come tribuna elettorale, ma che restino uno spazio non del tutto confortevole per gli ospiti: e questo dipende dalla preparazione e dalla avalutatività degli host.

E la seconda condizione sarà la varietà di genere proprio nella conduzione.

Si fatica a credere che non esistano voci femminili in grado di interrogare le questioni politiche sui nuovi media; è invece più plausibile che siano sobrietà e pacatezza a impedire la crescita infuocata che connota certi canali.

E dunque la responsabilità ricade, ancora una volta, e in ultima istanza, su ciò che i singoli sceglieranno di consumare ogni giorno.

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Ludovica Taurisano
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Ludovica Taurisano, PhD in Global History and Governance presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli con un progetto di ricerca sull’editoria popolare e l’informazione politica negli anni Sessanta e Settanta. È spin doctor e consulente di comunicazione politica. Da ricercatrice, si occupa di processi di costruzione dell’opinione pubblica, pratiche deliberative e artivismo. Ha lavorato con il Senato, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, The European House-Ambrosetti, Triennale Milano. Caporedattrice di Birdmen Magazine e melomane, ogni tanto fa cose sul palco.