Trump e la distopia americana: sei romanzi profetici

Di il 30 Marzo, 2026
Da Sinclair Lewis a Philip Roth, la letteratura aveva già immaginato l’America dell’uomo forte
Immagine di copertina: Doland Trump. Fonte: Shutterstock

L’anno scorso Paolo Valentino, mitologico corrispondente del Corriere della Sera, ha riportato questa storia, tratta a sua volta da un articolo del Washington Post: un demagogo populista viene eletto alla Casa Bianca e una volta in carica abolisce le libertà costituzionali, concentra il potere nell’esecutivo e crea uno stato di polizia, trasformando rapidamente il paese in una dittatura sul modello fascista.

È un uomo volgare, ignorante, bugiardo e xenofobo, eppure esercita un fascino magnetico sulle folle, parlando la loro lingua e alimentandone rabbie e paure. Ma non è la storia di Donald Trump, è quella di Buzz Windrup, un personaggio creato dallo scrittore Sinclair Lewis in “It Can’t Happen Here”, un romanzo distopico.

Alcune risonanze sono impressionanti: Windrip denigra i media indipendenti definendoli bugiardi cospiratori, mette fuori legge gli oppositori e affida il governo a uomini d’affari a lui fedeli. Il romanzo è del 1935 e Lewis è morto da settantacinque anni, a dimostrazione delle illimitate possibilità visionarie della letteratura.

Trent’anni prima era uscito “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson, ambientato nei primi anni duemila: qui Julian Felsenburgh, un misterioso politico dotato di carisma eccezionale, instaura un governo mondiale che perseguita la Chiesa Cattolica (Benson era un presbitero).

Felsenburgh è venerato dalle masse al punto da essere considerato quasi una divinità, fulcro di un vero e proprio culto della personalità. Si potrebbe obiettare che Trump non sta perseguitando la Chiesa Cattolica ma se si leggono alcuni testi di Peter Thiel e di James Vance si possono intravedere le finalità destabilizzatrici nei confronti della dottrina sociale di Papa Leone e, soprattutto, di Francesco. Con l’auspicio di un ritorno a un para cristianesimo fondato sulla missione salvifica della nazione americana.

Nel 1949 esce l’immortale “1984” di Orwell, testo imprescindibile per ogni esercizio distopico. Nel romanzo, il Ministero della Verità riscrive la storia ogni giorno e impone la Neolingua per limitare il pensiero, mentre il Bispensiero (Doublethink) obbliga a credere simultaneamente a due verità opposte, eliminando la logica: “La menzogna diventa verità e passa alla storia” recita uno slogan del Partito unico.

Se abbiamo la sensazione che le decisioni di Trump non siano esattamente coerenti e lineari, la categoria del Doublethinking potrebbe tornare utile.

Ne “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood (1985) si trovano invece eco che ricordano sessismo e violenza e ci fanno precipitare nel gorgo degli Epstein Files: gli Stati Uniti cadono sotto il regime teocratico della Repubblica di Gilead, instaurato da fondamentalisti cristiani dopo un colpo di Stato.

La società è rigidamente gerarchica e patriarcale: alle donne vengono tolti tutti i diritti (lavoro, proprietà, lettura) e quelle ancora fertili vengono assegnate come “ancelle” ai comandanti del regime, costrette a procreare al loro posto in un rituale di schiavitù riproduttiva.

Anche prima dello scandalo Epstein, molte donne scesero in piazza vestite da ancelle (con manto rosso e cuffia bianca) per protestare contro le minacce ai propri diritti, specialmente in tema di aborto e libertà personale, vedendo nella direzione dell’amministrazione Trump un inquietante avvicinamento all’incubo di Gilead.

Esiste poi un romanzo nel quale il Trump distopico e il Trump reale si incontrano: in “American Psycho” di Bret Easton Ellis (1991), ambientato nella New York ultra-consumista della fine anni ’80, il serial killer Patrick Bateman è un giovane rampante di Wall Street, maniaco dell’apparenza: ossessionato dalle firme alla moda, dai ristoranti esclusivi e dal proprio status sociale.

Ma soprattutto è un fan esplicito di Donald Trump, che cerca continuamente di avvistare nei locali alla moda e di cui ammira il libro “The Art of the Deal”, considerandolo un modello di cinismo vincente.

E il cerchio non può che chiudersi con “Il complotto contro l’America” di Philip Roth (2004), romanzo ucronico in cui si immagina la sconfitta di Franklin D. Roosevelt alle elezioni del 1940 da parte di Charles Lindbergh, aviatore con simpatie filonaziste.

Divenuto Presidente, Lindbergh tiene gli Stati Uniti fuori dalla Seconda Guerra Mondiale e sigla un patto di non aggressione con Hitler, mentre in patria avvia programmi che normalizzano l’antisemitismo, incoraggiando indirettamente persecuzioni e pogrom.

È forse questo il romanzo che più di tutti esemplifica la strategia di un potere nazionalista e isolazionista nella creazione di un nemico interno: gli ebrei nella distopia di Roth, gli immigrati nella realtà di Trump e dell’United States Immigration and Customs Enforcement.

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Alberto Paletta
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Alberto Paletta si occupa di comunicazione e relazioni istituzionali presso un gruppo finanziario. Pur attratto dalla politica attiva, preferisce dedicarsi a quella contemplativa.