Repubblica passa di mano. La vera partita si gioca sulle radio

Di il 27 Marzo, 2026
L’acquisizione di Gedi da parte del gruppo greco Antenna vale soprattutto per Deejay, Capital e m2o. Molto meno per un quotidiano in crisi strutturale come Repubblica
Immagine di copertina: John Elkann. Fonte: Shutterstock

Dopo mesi di trattative, rinvii, polemiche politiche e assemblee di redazione, la firma è arrivata.

Il gruppo greco Antenna, interamente controllato dalla famiglia Kyriakou, ha acquisito il cento per cento di Gedi, portando con sé la Repubblica, le tre radio (Deejay, Capital e m2o), HuffPost Italia, Limes, National Geographic Italia e la concessionaria pubblicitaria Manzoni.

Fuori dal perimetro resta La Stampa, recentemente acquisita dal gruppo Sae.

Per la famiglia Agnelli è la fine di un’avventura editoriale lunga oltre cent’anni. Il prezzo, non ufficializzato, si aggirerebbe secondo le indiscrezioni attorno ai cento milioni di euro. Una cifra che dice molto sullo stato di salute del settore.

Fonte: Freepick

Ma il focus di questa acquisizione non è la Repubblica, sono le radio: uno dei complessi radiofonici più forti d’Italia, con ascolti rilevanti, brand riconoscibili e un modello di business relativamente sano rispetto alla carta stampata.

Il comunicato ufficiale parla esplicitamente dell’obiettivo di “creare nel Mediterraneo un importante hub radiofonico”, e annuncia investimenti in streaming, podcast, produzione musicale e cinema. Questa sembra la bussola industriale dell’intera operazione.

La radio italiana non si è mai internazionalizzata. A differenza di quanto è avvenuto in altri mercati europei, i grandi gruppi radiofonici italiani sono rimasti sostanzialmente confinati entro i confini nazionali.

In Francia, per fare l’esempio più calzante, NRJ ha costruito nel corso dei decenni una presenza in oltre trenta Paesi, diventando uno dei brand radiofonici più riconoscibili d’Europa.

RTL, da parte sua, ha sviluppato reti in Germania, Francia, Belgio e Lussemburgo. In Italia niente di paragonabile. Le ragioni sono diverse: frammentazione del mercato pubblicitario, scarsa propensione alla crescita internazionale delle imprese italiane, ma anche una struttura proprietaria che ha sempre privilegiato la rendita domestica rispetto all’investimento in nuovi mercati.

Antenna porta con sé un ecosistema molto diverso. Il gruppo greco conta trentasette canali televisivi tra free-to-air e pay, due piattaforme di streaming, attività distribuite tra Europa, Nord America e Australia.

È stata tra i primi investitori istituzionali in Facebook, Twitter e Spotify prima della loro quotazione in borsa. La famiglia Kyriakou ha legami con il settore armatoriale greco – origine storica del gruppo – e con ambienti finanziari internazionali, inclusa una partecipazione in Semafor.

A rendere il dossier radiofonico ancora più interessante ci sono i sussidi alla produzione audiovisiva italiana. Il sistema di tax credit per il cinema e la serialità televisiva hanno reso l’Italia uno dei mercati più attrattivi d’Europa per la produzione di contenuti.

Le radio del gruppo, con la loro capacità di generare audience e promuovere contenuti musicali e culturali, potrebbero diventare un volano per una filiera produttiva più ampia, che includa podcast premium, documentari, fiction e produzione musicale. Antenna ha già esperienza in questi segmenti nei mercati in cui opera. Le sinergie non sono automatiche, ma la logica industriale c’è.

Fonte: Freepick

Tutt’altro il quadro per la Repubblica. Il giornale arriva a questo passaggio di proprietà in una condizione di debolezza strutturale che nessun cambio di editore, da solo, può risolvere.

La diffusione è in calo costante da anni, come del resto quella di tutta la stampa quotidiana italiana. Ma Repubblica sconta un problema specifico che la rende particolarmente esposta: nonostante abbia molte edizioni locali, non è il primo quotidiano praticamente in nessuna provincia.

Questa caratteristica, che per decenni è stata una forza, si è trasformata in un’ipoteca. Quando il mercato pubblicitario era in espansione, la presenza diffusa su tutto il territorio nazionale – senza forti radicamenti locali ma con una forte identità culturale – era un vantaggio per raccogliere pubblicità nazionale.

Ma con un mercato in calo i numeri di copertura nazionale sono troppo bassi per essere interessanti pubblicitariamente e in ogni area la presenza è troppo debole per giustificare investimenti.

Le alternative strategiche disponibili sono poche e nessuna è indolore. Concentrare le risorse su alcune aree geografiche chiudendo redazioni periferiche non risolverebbe il problema.

Non c’è nessuna area in cui una ristrutturazione geografica potrebbe farle guadagnare la leadership. E senza leadership locale – o senza una dimensione nazionale realmente difendibile – è difficile immaginare una ripresa delle copie fisiche.

I lettori che abbandonano un giornale raramente tornano, e in Italia il mercato dei quotidiani a pagamento non ha conosciuto le eccezioni virtuose che si sono viste in altri paesi, come il New York Times con la sua conversione digitale.

L’altra possibilità è trasformarsi in un giornale d’opinione nazionale rinunciando in parte alla presenza locale, ma questo impone un ridimensionamento ancora più drastico a meno di uno sviluppo significativo nel digitale dove però Repubblica, pur essendo tra i primi quotidiani ad investire, ha lasciato nel tempo fuggire risorse ed idee.

Mirja Carta d’Asero, Amministratore Delegato di Gedi. Fonte: ufficio stampa Antenna

Non è un problema solo di Repubblica, beninteso: è la crisi dell’intero comparto. Ma il gap da colmare è ampio, e le risorse, finanziarie e umane, necessarie a colmarlo non sono ovvie. In questo contesto, le proteste del comitato di redazione per la mancanza di garanzie occupazionali suonano comprensibili sul piano umano ma fragili sul piano industriale.

La redazione di Repubblica è oggi sovradimensionata rispetto ai ricavi che il giornale è in grado di generare e sulla presenza locale occorrerà naturalmente ragionale. Semplicemente in questo contesto di mercato le garanzie occupazionali non possono esserci.

Sul fronte della linea editoriale, i timori di un cambio di rotta sono probabilmente esagerati, almeno nel breve periodo. Antenna non ha interessi consolidati in Italia che richiedano un quotidiano allineato al governo. La redazione di Repubblica è storicamente orientata e culturalmente compatta, e qualsiasi editore che volesse modificarne la linea in modo esplicito si troverebbe di fronte a resistenze formidabili, con costi reputazionali e legali non trascurabili.

Il nuovo editore ha già molti nodi da sciogliere sul piano industriale – ristrutturazione del gruppo, integrazione con le piattaforme Antenna, costruzione del management – per avere interesse ad aprire anche un fronte editoriale. Mario Orfeo resta alla direzione del quotidiano, Linus alle radio: una continuità di facciata che serve anche a gestire la transizione senza traumi aggiuntivi.

Le cose potrebbero cambiare nel tempo, naturalmente. Se Antenna dovesse sviluppare interessi rilevanti in Italia – nel settore della produzione audiovisiva, nella logistica marittima che costituisce l’attività originaria del gruppo, o in altri settori in cui una buona relazione con il governo potrebbe fare la differenza – il valore strumentale di un grande quotidiano potrebbe riacquistare peso. Ma sarebbe un ragionamento di medio-lungo periodo, non il problema del prossimo anno.

In definitiva, l’acquisizione di Gedi da parte di Antenna è un’operazione con una logica industriale asimmetrica: forte sulle radio, debole sul giornale, incerta sul digitale.

Il valore pagato, nell’ordine dei cento milioni, riflette probabilmente questa asimmetria: non è il prezzo di un grande gruppo editoriale nel pieno delle forze, ma di un portafoglio in cui un asset di valore reale (le radio) trascina con sé un quotidiano storico con molti problemi aperti.

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Marco Gambaro
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X: @MaGambaro Marco Gambaro è professore di Economia dei Media presso l’Università degli Studi di Milano. I suoi interessi di ricerca riguardano le industrie della comunicazione, le piattaforme digitali e le industrie culturali. Ha lavorato come consulente di direzione con i principali gruppi di comunicazione, con organismi di regolamentazione e con grandi aziende italiane ed estere sui temi delle piattaforme digitali, dell'industria televisiva, della pubblicità, dell’antitrust sul mercato della comunicazione.